giovedì 15 ottobre 2009

Arriva dall'Argentina l'avversario in spagnolo di Twitter

La grafica, il logo e le impostazioni sono molto simili a quelle dell'originale Twitter e questo forse ha aiutato la sua diffusione nel mondo di lingua ispanica, ma quello del social network "latino" Birddi sta diventando un vero e proprio caso in America latina. Il suo creatore Martin de Lio ha 19 anni, frequenta la Universidad tecnologica nacional (Utn) e ha un taglio di capelli un po' "emo". L'idea gli è venuta quando si è reso conto che tra i tanti cloni del sito americano mancava quella in spagnolo, nessuno chiedeva agli utenti sudamericani e spagnoli "Que estas haciendo?" (cosa stai facendo?). Ci ha pensato questo ragazzino con la passione per la tecnologia e la faccia tosta di "copiare" quasi integralmente il sistema del social network originale, cercando di salvare la faccia spiegando di aver sviluppato il suo progetto "a causa della saturazione di Twitter" e dello scarso utilizzo dell'originale da parte degli utenti di lingua spagnola. Il sito è on line dalla metà di luglio e ha già raccolto migliaia di iscritti, cinquemila solo nella prima settimana, che si trovano soprattutto in Argentina, Messico e Cile, ma sono sparsi anche in tutto il mondo. Birddi è infatti diventato uno strumento di comunicazione per i "latinos" che hanno lasciato il proprio Paese per emigrare negli Usa e in Europa.

Il suo creatore sottolinea come Birddi sia una maniera "semplice e rapida" per tenersi in contatto con i propri amici attraverso messaggi di testo di 140 caratteri, rispondendo alla domanda "che stai facendo?". L'iniziativa di De Lio è finita anche sulle pagine del Washington post e di El Pais e a chi lo accusa di aver creato un "clone" di Twitter, il giovane argentino risponde che mentre il simbolo di Twitter è un uccellino qualsiasi, quello di Birddi è un colibrì, l'uccello più piccolo del mondo. Il ragazzo argentino poi anticipa che presto arriveranno una serie di modifiche al sistema, con nuove funzioni a disposizione degli utenti, ma non cambierà la grafica del suo sito. Tra l'originale e la sua versione argentina c'è però anche un'altra differenza: offre spazi alle pubblicità di Google Adsense. Chissà se il colibrì "latino" sopravviverà all'arrivo della versione in spagnolo del social network americano, recentemente annunciata dai suoi creatori. (mat)

da www.ilvelino.it

venerdì 2 ottobre 2009

Honduras, Zelaya: Sono disposto ad affrontare la giustizia

“Sono disposto ad andare in tribunale e a rispondere delle accuse contro di me. Mi è stato impedito nel momento in cui mi sono state presentate perché i militari mi hanno portato fuori dal Paese. Per questo sono tornato, perché sono innocente”. A dichiararlo è il presidente eletto di Honduras Manuel Zelaya, deposto lo scorso 28 giugno, in un’intervista telefonica concessa al quotidiano uruguaiano [El Observador. Zelaya si trova da oltre una settimana barricato nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa dopo essere rientrato clandestinamente nel Paese e dovrebbe rispondere di numerosi capi d’imputazione per reati politici e comuni.

“Io non ho violato la Costituzione. Non l’ho mai fatto” sostiene il presidente eletto nel rispondere alle accuse di aver tentato di organizzare un referendum costituzionale che gli avrebbe permesso di perpetuarsi al potere nonostante la bocciatura della Corte Suprema, di buona parte del Parlamento e delle forze armate. “Non si sarebbe trattato di un referendum – spiega -. Questa è una menzogna che gli oppositori usano per screditarmi. Si tratta di una consultazione non vincolante che non riformava nessuna legge né stabiliva la possibilità di una rielezione”. Secondo Zelaya gli Stati Uniti stanno agendo in maniera positiva per risolvere la crisi politica di Honduras, ma non in maniera sufficiente: “So che il presidente Obama sta lavorando su questo. La condanna del golpe da parte degli Usa è stata chiara, ma quello che hanno fatto per ristabilire la democrazia non è stato sufficiente”. Sulle varie ipotesi di accordo con il governo de facto che circolano in questi giorni, infine, il presidente eletto spiega la sua posizione: “L’ho ripetuto moltissime volte: la soluzione di questa crisi passa per il mio ritorno alla presidenza, per il rispetto che si deve alla democrazia”. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras, Micheletti: Pronto a lasciare se si rispetta il voto

“Sono pronto a farmi da parte se verranno riconosciute le elezioni di novembre”. “Stiamo lavorando per derogare il decreto” che ha limitato le libertà costituzionali. “Rispetteremo la sovranità dell’ambasciata brasiliana” dove si è rifugiato il capo di Stato eletto Manuel Zelaya. Sono i passaggi chiave di un’intervista concessa dal presidente “de facto” di Honduras Roberto Micheletti al quotidiano cileno La Segunda. Un’intervista con la quale il capo di Stato ad interim, arrivato al potere il 28 giugno scorso dopo la deposizione di Zelaya, precisa alcune delle ultime decisioni maturate a Tegucigalpa. “Ho detto molte volte che io non sarò d’intralcio, né per le elezioni né per il processo elettorale” ha spiegato Micheletti dicendosi “pronto a farmi da parte se necessario”. Ma sempre a patto che non si mettano in discussione le elezioni: “Tutte le opzioni devono essere messe sul tavolo del confronto, eccetto la cancellazione o il mancato riconoscimento delle elezioni di novembre”. Proprio la convocazione alle urne rimane la soluzione “legale e giusta alla crisi attuale. È l’opzione che preferiscono tutti i candidati e il popolo di Honduras, che deve avere l’ultima parola in questa situazione”.

Micheletti ha poi spiegato che le misure di emergenza, disposte la settimana scorsa per arrestare gli “irresponsabili” appelli di Zelaya “alla violenza”, potrebbero avere le ore contate: “Abbiamo già cominciato il processo legale per derogare il decreto su richiesta del Congresso”, ha spiegato. Il governo “de facto” aveva deciso di sospendere alcune garanzie costituzionali arrivando anche alla chiusura di Radio Globo e all’emittente televisiva Canal 36. “Il nostro governo - ha però precisato - rimane impegnato a mantenere la legge e l’ordine nel rispetto della Costituzione. Non accetteremo però che si ricorra alla violenza per seminare terrore e paura nel nostro Paese ostacolando il dialogo nazionale e il processo elettorale verso le elezioni del 29 novembre”. Micheletti ha infine spiegato che Tegucigalpa intenderà “rispettare la sovranità dell’ambasciata brasiliana”, la sede diplomatica in cui Zelaya ha riparato dopo il suo rientro clandestino in patria. Nei giorni scorsi il governo “de facto” aveva dato dieci giorni a Brasilia per far uscire Zelaya e consegnarlo alla magistratura locale perché rispondesse di presunti reati penali e attentati alla Costituzione. Un termine oltre il quale non sarebbero state più rispettate le prerogative diplomatiche degli uffici. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras, l'Osa ci riprova con una nuova missione

’Organizzazione degli Stati americani ci riprova. Una delegazione dell’ente panamericano è attesa per venerdì a Tegucigalpa per un nuovo tentativo di mediazione alla crisi politica nel paese centroamericano. Si tratta del secondo tentativo di attraversare la frontiera che l’Osa intraprende questa settimana. Il primo, di domenica scorsa, era stato frustrato dal governo “de facto” che aveva trattenuto i funzionari alla frontiera spiegando che non erano accompagnati dalle dovute “autorizzazioni”. Questa volta l’invito è arrivato invece proprio dal presidente ad interim Roberto Micheletti. Il gruppo di funzionari guidati dal segretario alle Questioni politiche dell’Osa Victor Rico dovrebbe riuscire a cominciare la preparazione del terreno in vista dell’arrivo del segretario generale José Miguel Insulza e di una delegazione di ministri degli Esteri, prevista per il 7 ottobre. Secondo quanto precisato dall’assistente di Insulza e unico rappresentante dell’organizzazione presente a Tegucigalpa, John Biehl, né il presidente “de facto” Roberto Micheletti né il capo di Stato deposto Manuel Zelaya parteciperanno direttamente alle trattative con i ministri dell’Osa. Una delegazione di ministri aveva già tentato, in agosto, di portare le parti ad accettare l’Accordo di San José promosso dal presidente del Costa Rica Oscar Arias, ma la missione si è era conclusa in maniera fallimentare. Dal governo de facto ora sembrano arrivare segnali positivi: Micheletti ha spiegato in un’intervista al quotidiano cileno La segunda che il governo sta lavorando alla deroga del decreto che limita le libertà costituzionali introdotto all’inizio della settimana e sarebbe prossima la sospensione del coprifuoco. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras, la "exit strategy" degli imprenditori

Il presidente de facto di Honduras Roberto Micheletti potrebbe lasciare il potere se il suo predecessore Manuel Zelaya, deposto dalle forze armate lo scorso 28 giugno e attualmente barricato nella sede dell'ambasciata brasiliana da oltre una settimana, accettasse di riassumere il suo incarico solo nominalmente, si sottoponesse alla misura degli arresti domiciliari in attesa di processo e accettasse di lasciare il governo del Paese all'esecutivo. Potrebbe essere questa la via d'uscita alla crisi politica e istituzionale attraversata dal Paese centroamericano secondo l'ipotesi illustrata dall'imprenditore honduregno Adolfo Facussé ai media internazionali. Sulla testa di Zelaya pende un mandato di cattura per una serie di reati politici e comuni per i quali, secondo la proposta di Facussé, dovrebbe accettare di essere giudicato per poter tornare a esercitare, pur solo nominalmente, il ruolo di capo di Stato fino a gennaio, all'insediamento cioè del suo successore eletto dal voto del 29 novembre. L'imprenditore ha spiegato che la sua è una proposta a titolo personale e non dell'Associazione nazionale degli industriali che presiede, dettata dalla volontà di “rompere il ghiaccio” e porre fine allo stallo in cui si trova il negoziato promosso dal presidente del Costa Rica Oscar Arias attraverso l'Accordo di San José. Facussé ha spiegato di aver fatto arrivare questa ipotesi a Micheletti e Zelaya, attraverso il vescovo di Tegucigalpa José Pineda, all'ambasciata degli Usa in Honduras e ai governi di Canada e Panama.

Sul governo de facto starebbero inoltre aumentando le pressioni del settore imprenditoriale che, dopo aver sostenuto più o meno apertamente la presa di potere di Micheletti, starebbe cominciando a manifestare una certa preoccupazione per le conseguenze dell'evoluzione autoritaria della sua gestione del potere, culminata nell'introduzione per decreto di una serie di limitazioni delle libertà costituzionali. Lo scrive il quotidiano argentino La Nacion secondo cui gli imprenditori honduregni sarebbero favorevoli a uno scenario che veda Micheletti favorire il rientro al potere di Zelaya “a titolo simbolico” tra le elezioni di novembre e l'investitura del nuovo presidente a gennaio. Secondo le fonti della testata argentina questa ipotesi sarebbe stata accettata dall'attuale presidente ad interim, mentre Zelaya si sarebbe mostrato contrario, continuando a difendere l'Accordo di San José, che prevede il suo reintegro immediato. Secondo quanto avrebbero spiegato gli imprenditori nel corso di un incontro con l'ambasciatore americano Hugo Llorens, Zelaya non avrebbe nessun potere e ad avere il controllo sarebbe un nuovo governo di unità nazionale che preveda la presenza anche di suoi uomini di fiducia. Questa soluzione potrebbe rappresentare una “via di mezzo” in grado di sbloccare la situazione dando credibilità al processo elettorale e favorendo il riconoscimento dei risultati da parte della comunità internazionale, senza il quale Honduras finirebbe per isolarsi ulteriormente. (mat)

da www.ilvelino.it

mercoledì 23 settembre 2009

Honduras, Micheletti detta le condizioni per dialogo con Zelaya

di Matteo Tagliapietra

l presidente del governo de facto di Honduras, Roberto Micheletti, si è detto disposto a discutere con il capo di Stato eletto Manuel Zelaya, rientrato a sorpresa in patria e barricato nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Un’apertura arrivata nella notte, per bocca del ministro degli Esteri Carlos Lopez, dopo 36 ore di tensione seguite al rientro di Zelaya. Dopo aver tuonato contro Brasilia, chiedendo la consegna del suo predecessore, aver tagliato acqua luce e gas alla sede diplomatica e sgomberato con la forza i suoi sostenitori che avevano deciso di “difendere” con i loro corpi il presidente deposto, il governo “de facto” sembra ora rendersi conto della necessità di lavorare a una via d’uscita. Micheletti ha posto una serie di condizioni: Zelaya deve riconoscere le elezioni convocate per il prossimo 29 novembre, alle quali però il capo di Stato deposto lo scorso 28 giugno non potrà partecipare. Non si potrà “in nessuna maniera” “parlare del ritorno di Zelaya alla presidenza” e “non si può eliminare l’ordine di arresto emesso dalla Corte suprema contro di lui”. Tre richieste che pesano come macigni ma, si legge nel messaggio, necessarie per “raggiungere una soluzione politica che non può in nessuna maniera risolvere le difficoltà legali”. Il governo golpista si è quindi detto pronto a dare inizio a un nuovo dialogo, aperto alla collaborazione dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) e “con chiunque, in qualsiasi luogo e a qualsiasi ora”.

Micheletti poche ore prima aveva chiesto al governo brasiliano di prendere una decisione sul futuro di Zelaya: lasciarlo nelle mani della giustizia honduregna o di portarlo in Brasile, ma poi ha fatto un passo indietro sostenendo che “può rimanere nella sede diplomatica per cinque o dieci anni”. Un segnale della difficoltà per il governo de facto di gestire la presenza del presidente deposto a Tegucigalpa, dove le forze dell’ordine sono intervenute duramente contro i suoi sostenitori. Secondo quanto riportato dai media locali sarebbero quasi duecento le persone arrestate in seguito agli scontri con la polizia, ora detenute nello stadio della capitale. Zelaya ha sostenuto che l’operazione ha prodotto alcuni morti e diversi feriti, informazione smentita dal governo “de facto” che ha pur riconosciuto il controllo totale su tutta l’area circostante esercitato attraverso un serrato anello di sicurezza formato da militari. All’interno della sede diplomatica dopo la carica ai manifestanti si erano rifugiate circa 400 persone, delle quali poco meno di duecento, tra cui molte donne e bambini, hanno poi lasciato l’edificio, dove l’Onu è riuscita a far giungere bevande e alimenti.

L’evolversi della protesta, che aveva portato inizialmente a un prolungamento del coprifuoco, potrebbe spingere il governo de facto, come ammesso dal ministro della Difesa Alfredo Lionel Sevilla in un’intervista radiofonica, a decretare lo stato d’assedio. La preoccupazione per la salute dei manifestanti è stata esplicitata da Luz Mejia, presidente della Commissione interamericana dei diritti umani, che ha riferito di “un consistente numero di manifestanti detenuti, che a quanto pare sono stati portati in uno stadio in condizioni che non siamo stati in grado di verificare”, evidenziando un “uso sproporzionato della forza”. La questione honduregna sarà inevitabilmente al centro dell’Assemblea generale dell’Onu in corso a New York, alla quale prendono parte numerosi leader latinoamericani che, pur con i necessari distinguo, si sono spesi dopo il 28 giugno in difesa di Zelaya. In particolare il governo brasiliano, che si dice involontario protagonista degli ultimi sviluppi della vicenda, ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza sulla crisi che si è aperta dopo il ritorno del deposto presidente Manuel Zelaya, in una lettera ai membri del Consiglio di Sicurezza.

da www.ilvelino.it

Honduras, Zelaya forza la mano e rientra a Tegucigalpa

di Matteo Tagliapietra

A quasi tre mesi dal golpe militare che lo aveva costretto a lasciare il suo Paese, il presidente eletto di Honduras Manuel Zelaya è rientrato a sorpresa nella capitale Tegucigalpa. Una mossa dettata dall'esigenza dei “forzare la mano” al governo de facto guidato da Roberto Micheletti, visto che la data delle prossime elezioni presidenziali, il 29 novembre, si faceva sempre più vicina e con essa la possibilità di rimanere tagliato fuori da qualsiasi possibilità di recuperare il proprio ruolo, per lo meno fino all'insediamento del nuovo capo di Stato a gennaio. L'esecutivo golpista ha inizialmente negato la presenza di Zelaya, decretando però un immediato coprifuoco nel tentativo di impedire che i suoi sostenitori si radunassero nelle strade rischiando di rendere difficile il controllo della situazione. Quando la sua presenza è stata però confermata i golpisti hanno cominciato a fare pressione sull'ambasciata brasiliana, dove Zelaya si è rifugiato, affinché consegnasse il capo di Stato deposto, che deve rispondere di una lunga serie di accuse, alle autorità. La notizia del suo rientro era stata data inizialmente dall'emittente latinoamericana Telesur e da alcuni organi di informazione locali, per poi ricevere la conferma del leader venezuelano Hugo Chavez, che ha raccontato: “Manuel ha viaggiato per due giorni attraversando fiumi e montagne insieme a quattro compagni”, e, successivamente del Dipartimento di Stato Usa.

Proprio Telesur ha poi diffuso le prime immagini di Zelaya nell'ambasciata brasiliana e le sue parole: “Sono qui per avviare un dialogo che consenta il ritorno della democrazia nel Paese”, ha detto facendosi forte del sostegno offerto dalla comunità internazionale. Forse proprio i primi segnali di tentennamento da parte del compatto fronte internazionale che finora lo aveva difeso, ieri il governo di Panama è stato il primo a ipotizzare il riconoscimento del risultato elettorale delle prossime presidenziali, hanno portato Zelaya a decidere di esporsi e di rischiare il ritorno in patria. Il dialogo che si è sviluppato in questi mesi attraverso la mediazione del presidente del Costa Rica Oscar Arias e le crescenti pressioni internazionali contro il governo golpista non sembravano infatti aver scalfito in maniera decisiva le convinzioni di Micheletti, che si era detto disposto ad accettare un ritorno in patria del capo di Stato eletto, valutando la possibilità di un'amnistia, ma aveva escluso l'ipotesi di un suo rientro al potere fino alla fine del mandato.

A destare preoccupazione in queste ore è però, più che il futuro del dialogo politico a cui Zelaya ha chiesto partecipino leader internazionali, la sicurezza dei cittadini honduregni. In migliaia infatti sono scesi in strada per raggiungere l'edificio in cui si trova il capo di Stato e per oggi è previsto l'arrivo a Tegucigalpa di migliaia di suoi sostenitori. Il pericolo è che la decisione del governo de facto di prolungare il coprifuoco, inizialmente destinato a concludersi alle sette di questa mattina (ora locale) e che invece dovrebbe durare fino a sera, possa portare allo scontro tra militari e manifestanti. La paura è che le forze armate abbiano la tentazione di rispondere con le maniere forti alla pressione popolare, come accaduto in occasione di un precedente tentativo di Zelaya di rientrare nel Paese in aereo, che si era concluso con un nulla di fatto e con violenti scontri presso l'aeroporto della capitale. Anche il messaggio lanciato dal presidente eletto, che ha annunciato l'intenzione di non lasciare più il Paese allo slogan “patria restituzione del potere o morte”, mentre Micheletti chiedeva a Brasilia di consegnarlo alle autorità honduregne, addossando al governo di Luiz Iancio Lula da Silva la responsabilità “degli atti violenti che ne potrebbero scaturire”, lascia presagire che il livello della tensione sia destinato a salire ulteriormente.

In un messaggio televisivo il presidente golpista ha dichiarato: “Chiedo al governo brasiliano di rispettare l'ordine giudiziario contro il signor Manuel Zelaya, consegnandolo alle autorità competente”, aggiungendo che “lo Stato di Honduras si impegna a rispettare il diritto a un giusto processo” per il presidente deposto, ma lo accusa di “tentare di ostacolare, così come hanno fatto i suoi sostenitori in queste settimane, la celebrazione delle elezioni del prossimo 29 novembre”. “Siamo di fronte a un problema interno che deve essere risolto dalle autorità, un problema che non concerne la pace o aspetti internazionali”, ha sostenuto Micheletti, accusando in una nota del ministero degli Esteri Brasilia di “violare il diritto internazionale”, permettendo che dalla sua sede diplomatica Zelaya lanci appelli “all'insurrezione e alle mobilitazioni di piazza”. Secondo il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, invece, il suo governo non ha avuto nessun ruolo nell'operazione di ritorno di Zelaya, limitandosi a concedere l'ingresso nella sede diplomatica, spiegando che “il presidente ha detto di essere arrivato con mezzi proprie e pacifici”.

Un richiamo alla “calma” è arrivato dal segretario dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa) José Miguel Insulza, che ha chiesto alle autorità de facto di “farsi carico della sicurezza del presidente deposto”. Il politico cileno ha inoltre dichiarato a Telesur che Zelaya gli aveva anticipato la usa intenzione di rientrare a Tegucigalpa nei giorni scorsi. In una sessione straordinaria il Consiglio permanente dell'organizzazione continentale ha quindi esortato le parti a firmare “immediatamente” l'accordo di San José promosso da Arias, per consentire una soluzione politica alla crisi del Paese centroamericano ed evitare qualsiasi rischio di violenza. L'Osa ha inoltre chiesto che siano garantite “la vita e l'integrità fisica” di Zelaya e ha invitato “tutti i settori della società honduregna ad agire con responsabilità, evitando atti che possano generare violenza e non contribuiscano alla riconciliazione nazionale”.

Anche dagli Usa è arrivata una presa di posizione analoga: il segretario di Stato Hillary Clinton, al termine di un incontro con Arias, ha evidenziato la necessità, “ora che il presidente Zelaya è tornato”, di “restituirgli l'incarico rispettando le condizioni più appropriate, proseguendo il cammino verso le elezioni previste per novembre, contando su una transizione pacifica del potere presidenziale e consentendo il ritorno del nuovo Honduras all'ordine costituzionale e democratico”. Il presidente del Costa Rica, esprimendo un analogo augurio si è invece offerto di recarsi a Tegucigalpa per mediare tra le parti. Uno dei maggiori sostenitori della “linea dura” contro il governo golpista, il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos, anche lui come molti dei principali leader internazionali a New York per l'Assemblea generale dell'Onu, ha invece espresso preoccupazione per il rientro di Zelaya in patria sottolineando: “apre a nuove opportunità, ma potrebbe anche creare forti difficoltà”.

da www.ilvelino.it

mercoledì 16 settembre 2009

Venezuela, la Spagna gestirà i rapporti diplomatici con Israele

A gestire le questioni diplomatiche e consolari venezuelane con Israele sarà l'ambasciata spagnola di Tel Aviv. Lo segnala un comunicato del ministero degli Esteri di Caracas, per il quale l'accordo - siglato in occasione della recente visita del presidente Hugo Chávez a Madrid - consentirà di "salvaguardare gli interessi dei connazionali venezuelani nella giurisdizione". Nella nota si spiega poi che "nelle prossime ore" l'ambasciatore venezuelano a Madrid, Isaías Rodríguez, formalizzerà l'accordo con le autorità spagnole, in accordo con "quanto stipulato dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 1963". Il Venezuela ha rotto le relazioni diplomatiche con Israele lo scorso mese di gennaio, dopo l'offensiva - denominata "Piombo fuso" - dello Stato ebraico nella striscia di Gaza. (mat)

da www.ilvelino.it

Unasur, nessun accordo nel Consiglio di difesa

di Matteo Tagliapietra

Si è concluso con un nulla di fatto il vertice del Consiglio di difesa dell’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane). I ministri degli Esteri e della Difesa dei dodici paesi del subcontinente si erano riuniti a Quito per esaminare il più caldo dei temi regionali: quello dell’accordo militare tra Colombia e Stati Uniti. Ma Bogotà si è rifiutata di firmare il documento finale del summit e, come avrebbero voluto gli altri Paesi, di rendere pubblici i dettagli dell’intesa con Washington che prevede l’apertura di almeno sette basi alle forze armate statunitensi. Otto ore di dibattito sono dunque servite solo a rafforzare la sensazione di una profonda spaccatura nella regione, dove la Colombia, sempre più isolata, risponde attaccando alle pressioni dei Paesi vicini, chiedendo conto agli altri Stati della corsa agli armamenti che ha contraddistinto la politica estera delle ultime settimane. Il ministro della Difesa colombiano Gabriel Silva ha chiesto “garanzie per tutti”, mentre il suo collega agli Esteri boliviano David Choquehuanca ha contestato “l’intransigenza colombiana nel non voler rendere trasparente l’accordo con gli Usa”. Secondo il ministro degli Esteri colombiano Jaime Bermudez, tuttavia, il testo dell’intesa è ancora in discussione a livello governativo e non potrà essere reso pubblico fino a quando non saranno apposte le firme dei due capi di Stato. Il governo colombiano ha poi evidenziato però che questo avverrà solo nel momento in cui anche gli altri Paesi faranno lo stesso con le proprie intese militari.

A preoccupare i Paesi della regione latinoamericana, in particolare i “vicini” della Colombia, è soprattutto la mancanza di garanzie formali sul rispetto della loro sovranità territoriale nell’ambito delle operazioni congiunte Bogotà-Washington che mirano al contrasto del narcotraffico e della guerriglia. Un argomento nei confronti del quale è particolarmente sensibile l’Ecuador, che ha rotto i rapporti con la Colombia nel marzo del 2008 proprio per uno “sconfinamento” delle forze armate colombiane. A sottolineare il livello di tensione che ha caratterizzato l’incontro è stato il messaggio arrivato dal presidente peruviano Alan Garcia, che ha ipotizzato la necessità di un “patto di non aggressione militare” di fronte alla corsa agli armamenti e alla ricerca di nuove alleanze militari di Brasile, Venezuela, Bolivia, Cile e Colombia. Un ipotesi, ha evidenziato il ministro degli Esteri cileno Mariano Fernandez, che preoccupa per l’uso di un “linguaggio militare” che sembra un passo indietro rispetto al “linguaggio della cooperazione e dell’associazione”.

La tensione è arrivata al punto che, secondo i media colombiani, Bogotà avrebbe considerato la possibilità di lasciare il confronto e ritirarsi da Unasur se non avesse ricevuto adeguate garanzie sulla possibilità di affrontare le questioni al centro del summit attraverso un dibattito equilibrato. Se da una parte l’atteggiamento intransigente assunto da Ecuador e Venezuela era piuttosto scontato, meno prevedibile era la dura presa di posizione del Brasile, probabilmente “scottato” dalle punzecchiature colombiane sulle motivazioni che stanno alla base del maxi accordo militare con la Francia. L’unico punto su cui sembra essersi raggiunta un’intesa generale è quello della necessità di un nuovo incontro che dovrebbe essere annunciato nei prossimi giorni dall’Ecuador, presidente di turno dell’organizzazione.

da www.ilvelino.it

Honduras, la Spagna blocca i visti al governo "de facto"

Dopo gli Stati Uniti anche la Spagna ha annunciato ieri l’intenzione di impedire l’ingresso sul territorio nazionale di rappresentanti del governo golpista di Honduras, al potere dal 28 giugno scorso dopo aver deposto il presidente eletto Manuel Zelaya. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos. Madrid ritiene che le elezioni previste nel Paese centroamericano il prossimo 29 novembre siano “prive di legittimità” se non saranno precedute dal ritorno alla legittimità costituzionale, raggiungibile solo con il reintegro di Zelaya. Oggi è attesa la presa di posizione del Consiglio dei ministri della Ue, che dovrebbe approvare un duro documento di condanna nei confronti del governo golpista guidato da Roberto Micheletti, annunciare “nuove restrizioni nei confronti di Honduras”, dopo il congelamento degli aiuti, e determinare la sospensione dei negoziati per l’accordo con l’America centrale. Il documento è stato discusso tra i rappresentanti dei Paesi membri e sarà votato senza dibattito.

Nelle stesse ore il governo “de facto” di Honduras ha chiesto ufficialmente un incontro con il segretario di Stato americano Hillary Clinton e con il senatore repubblicano Richard Lugar, “nel tentativo – afferma un comunicato del ministro degli Esteri del governo golpista Carlos Lopez Contreras – di salvare il processo di mediazione in corso”. Venerdì scorso Washington aveva annunciato il ritiro dei visti a Micheletti, a Lopez Contreras, a 14 dei 15 giudici della Corte suprema e a un gruppo di imprenditori. Una decisione definita “discriminatoria nei confronti dei rappresentanti dello Stato e del popolo di Honduras che sostiene il suo governo legittimo”. Nel comunicato si ipotizza che l’incontro possa avvenire a Tegucigalpa, a Washington o in un Paese neutro come Panama. (mat)

da www.ilvelino.it

Ecuador-Colombia, primi segnali di dialogo all'Onu

Segnali di riavvicinamento tra Ecuador e Colombia, dopo il gelo sceso sulle relazioni tra i due Paese da oltre un anno e mezzo. Secondo quanto ha segnalato ieri il ministro degli Esteri di Quito Fander Falconi, i due Paesi latinoamericani potrebbero riaprire il dialogo interrotto nel marzo del 2008 in occasione dell'Assemblea generale dell'Onu del prossimo 22 settembre. Per Falconi questo avverrà attraverso una riunione bilaterale con il suo collega colombiano Jaime Bermudez. L'incontro è stato deciso nel corso di una conversazione telefonica lo scorso sabato. Il governo di Quito ha rotto le relazioni diplomatiche con Bogotà il 3 marzo del 2008, dopo che l'esercito colombiano aveva bombardato un accampamento delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) in territorio ecuadoriano. Il ministro ha spiegato che l'incontro non porterà all'immediata ripresa delle relazioni diplomatiche ma alla “apertura di un dialogo”. Il rapporto tra i due Paesi, dopo l'incidente del 3 marzo, è sempre stato molto teso e contraddistinto da attacchi e accuse reciproche; in particolare Bogotà ha ripetutamente contestato all'Ecuador di “coprire” i guerriglieri delle Farc. L'incontro è stato confermato da Bermudez, che ha spiegato come sia il frutto dell'opera di mediazione della Fondazione Carter e del governatore della provincia colombiana del Nariño Antonio Navarro. (mat)

da www.ilvelino.it

martedì 8 settembre 2009

Brasile-Francia, Sarkozy strappa un sì per i caccia francesi

Il governo brasiliano aprirà le trattative con Parigi per l'acquisto di 36 aerei militari Rafale. Basta questo breve passaggio di un un comunicato stampa al presidente francese Nicolas Sarkozy per poter ritenere un successo la sua visita di Stato in Brasile. Il leader transalpino ha segnato infatti un punto importante, rafforzando il già stretto rapporto con il colosso latinoamericano e guadagnando un vantaggio decisivo rispetto a Svezia e Stati Uniti, in corsa per la stessa fornitura. Il capo di Stato era arrivato a Brasilia domenica sera, per partecipare alla celebrazione dell'anniversario dell'indipendenza brasiliana, ma soprattutto per ratificare il maxi accordo militare raggiunto con il governo di Luiz Inacio Lula da Silva alla fine del 2008. Un'intesa complessiva che supera abbondantemente i dieci miliardi di dollari e che prevede, da parte di Parigi, non solo la vendita di sommergibili ed elicotteri militari, ma soprattutto la disponibilità a condividere con il partner latinoamericano una parte delle tecnologie necessarie alla loro realizzazione.

La nota diffusa ieri sottolinea inoltre che nell'accordo potrebbe rientrare anche l'acquisto da parte del governo francese di dieci aeronavi da trasporto militare che saranno costruite nell'ambito della partnership tra l'industria dell'aviazione brasiliana Embraer e le forze militari del Paese latinoamericano, con il possibile contributo di imprese francesi. L'operazione segna anche un successo per Lula, che aveva condizionato la sua scelta alla disponibilità della controparte alla condivisione delle tecnologie di costruzione dei caccia. L'accordo dello scorso dicembre ratificato dai due capi di Stato, definito “storico” da Sarkozy, prevede inoltre l'acquisto da parte di Brasilia di quattro sottomarini e 51 elicotteri e la collaborazione francese nella costruzione del primo sottomarino nucleare brasiliano, oltre che di una base e di un cantiere navale.

“Produrremo attrezzature e mezzi che rafforzeranno la capacità tecnologica del Brasile di proteggere le sue risorse naturali” ha spiegato Lula, che ha aggiunto: “Dobbiamo sempre tenere presente che il petrolio è stato la causa di molte guerre. Noi non vogliamo né guerre né conflitti”. L'obiettivo di Brasilia è quello di poter disporre entro il 2020 della più importante flotta navale della regione, rafforzando così la propria posizione di leadership in America Latina. Un elemento chiave nella corsa a un posto nel Consiglio permanente di Difesa delle Nazioni Unite, nella quale potrà contare sul fondamentale sostegno di Parigi. (mat)

da www.ilvelino.it

Messico, Calderon “fa fuori” l'uomo della lotta ai narcos

Il presidente messicano Felipe Calderon ha annunciato l'uscita di scena del procuratore generale Eduardo Medina Mora, l'uomo che lui stesso aveva voluto a capo della lotta alla droga tre anni fa. Nel dichiarare di averne accolto le dimissioni Calderon ha poi anticipato che proporrà la sua sostituzione con l'ex procuratore dello Stato di Chihuahua, Arturo Chavez. La notizia arriva a pochi giorni dal “mea culpa” recitato dal capo di Stato nella relazione annuale sull'attività di governo, in cui Calderon aveva sostenuto: “Sono il primo a riconoscere che rispetto all’idea di Messico a cui puntiamo, quanto ottenuto è chiaramente insufficiente e che, con questo ritmo, si potrebbero impiegare molti anni, forse decenni, prima di vedere” progressi concreti. La “militarizzazione” del Paese, 45 mila gli uomini delle forze armate nelle strade al fianco della polizia, non ha infatti contribuito a ridurre la pressione del narcotraffico né la violenza, con una escalation degli omicidi, soprattutto quelli legati al traffico di droga.

A sorprendere dunque non è tanto la decisione di cambiare alcuni elementi tra gli uomini a lui più vicini, quanto la mancanza di una spiegazione sull'uscita di scena di una delle figure chiave della lotta alla criminalità, sulla quale il presidente ha costruito buona parte del suo consenso. In molti nel Paese nordamericano, dopo l'ammissione di responsabilità di Calderon dei giorni scorsi, si aspettavano un cambio di rotta deciso, con un forte rimpasto di governo. Il presidente ha invece scelto di agire “chirurgicamente”: oltre alla testa di Medina Mora sono infatti cadute quelle del ministro dell'Agricoltura Alberto Cardenas e del direttore dell'impresa petrolifera di Stato Pemex, Jesus Reyes Heroles, che saranno sostituiti rispettivamente da Francisco Javier Mayorga e Juan José Suarez. (mat)

da www.ilvelino.it

lunedì 7 settembre 2009

Venezuela-Iran, Caracas e Teheran sempre più vicine

di Matteo Tagliapietra

Il rapporto politico-economico che lega il presidente venezuelano Hugo Chavez e il capo di Stato iraniano Mahmud Ahmedinejad è sempre più forte. La visita conclusa ieri del leader bolivariano a Teheran ha infatti confermato la crescente unità d’intenti tra Caracas e Teheran testimoniata dalla firma di una serie di accordi in diversi settori da quello dell’energia al commercio, passando per la sanità e il settore finanziario. Il settore chiave è quello energetico: Caracas invierà nel Paese mediorientale, tra i più ricchi al mondo di giacimenti di petrolio e gas ma con un industria della raffinazione molto debole, ventimila barili di benzina al giorno. Il nuovo accordo si va ad aggiungere a uno analogo firmato nel 2007 e arriva nel momento in cui la comunità internazionale, su pressione di Washington, ipotizza la chiusura dei rubinetti del petrolio verso Teheran in mancanza di un cambio di rotta del regime iraniano sul fronte del nucleare. L’intesa vale 800 milioni di dollari annui, che rimarranno su un fondo in Iran, dovrebbe prendere il via nel mese di ottobre e servirà, ha spiegato il leader venezuelano, a finanziare l’acquisto di nuove tecnologie iraniane. Per questo è prevista la costituzione di un fondo comune che finanzi progetti di scambio tra prodotti petroliferi venezuelani e beni, servizi, tecnologie e strumenti iraniani. Teheran ha inoltre ottenuto lo sfruttamento di una delle aree nella falda petrolifera dell’Orinoco, attraverso un investimento congiunto di circa 1,4 miliardi di dollari.

Dal punto di vista politico, il “caudillo” venezuelano ha sottolineato come la sua visita sia stata “fruttifera” e abbia permesso di rafforzare l’alleanza “antimperialista” tra i due Paesi, che fanno parte di quel “nuovo fronte indipendente” auspicato dal leader supremo della rivoluzione iraniana l’ayatollah Ali Khamenei. Il leader religioso ha portato ad esempio proprio l’America Latina, sempre meno “cortile di casa” di Washington. Chavez e Ahmedinejad hanno sottolineato l’identità di vedute sul fronte internazionale, il primo sostenendo il diritto di Teheran a sviluppare il nucleare a fini pacifici, evidenziando che “non c’è una sola prova che l’Iran stia costruendo la bomba nucleare”, mentre il secondo ha condannato la presenza di truppe statunitensi in America Latina, confermato dall’accordo militare tra Colombia e Usa.

Chavez ha inoltre sostenuto che la sua visita in Iran è servita a compiere un passo avanti decisivo al progetto della banca binazionale, avviato nello scorso mese di aprile ma che ancora non è diventato operativo. “Nei prossimi 30 giorni – ha spiegato il capo di Stato – noi metteremo a disposizione 100 milioni di dollari”. Nel settore sanitario sono state raggiunte intese che prevedono l’impegno di Caracas a valutare la possibilità di acquisire attrezzature e medicinali iraniani. Teheran e Caracas intendono inoltre lavorare al rafforzamento delle relazioni commerciali, attraverso il raggiungimento di una serie di accordi di cooperazione. Oggi il presidente venezuelano è in Turkmenistan, per la prima visita di Stato nel Paese asiatico, per incontrare il suo omologo Gurbanguli Berdimujammedov. L’obiettivo è garantire a Caracas, attraverso una serie di accordi bilaterali, un nuovo cuneo di penetrazione commerciale nella regione.

Sul fronte del nucleare, infine, Ahmedinejad ha ricevuto ieri anche l’appoggio del presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, che ha chiesto alle potenze occidentali di smettere di fare pressione su Teheran, dedicandosi invece a sostenere la pace. “Penso che ci siano molte sanzioni a fronte di un dialogo insufficiente” ha dichiarato nel corso di un intervista con i media francesi in vista della visita di Stato del presidente Nicolas Sarkozy a Brasilia di oggi. “Credo che Obama, Sarkozy e Brown dovrebbero parlare con Ahmedinejad. Credo lo dovrebbero fare tutti” ha aggiunto. Secondo Lula le sanzioni “isolano sempre di più” l’Iran “rendendo sempre più difficile raggiungere un accordo”. Per quanto riguarda le contestate elezioni che hanno portato alla conferma del leader iraniano il presidente brasiliano ha fatto un parallelo con le presidenziali statunitensi del 2000, richiamando la comunità internazionale a non interferire con le questioni interne iraniane.

da www.ilvelino.it

Brasile, Sarkozy a Brasilia punta a nuovi accordi militari

l capo di Stato francese Nicolas Sarkozy è arrivato in Brasile per una visita ufficiale che si focalizzerà soprattutto sul rafforzamento del legame tra i due Paesi nel settore militare. Il presidente parteciperà ai festeggiamenti per l'anniversario dell'indipendenza della nazione latinoamericana, ma soprattutto ratificherà gli accordi firmati con il governo brasiliano del presidente Luiz Inacio Lula da Silva nel settore, puntando a un loro allargamento. Il Brasile acquisirà quattro sottomarini e 51 elicotteri, oltre a ottenere la collaborazione francese nella costruzione del primo sottomarino nucleare brasiliano, oltre che di una base e di un cantiere navale. La mossa di Lula potrebbe essere vista come una risposta alla crescente corsa all'armamento avviata dal Venezuela di Hugo Chavez, che sta rinnovando e allargando il suo arsenale grazie a una serie di accordi con Mosca. Sarkozy, secondo i media locali, potrebbe riuscire a convincere il suo omologo brasiliano anche ad acquistare 36 aerei militari, battendo così la concorrenza americana e svedese. Lula, nel corso di un'intervista ai media francesi, si è detto possibilista su questo fronte, spiegando che “il dialogo va nella direzione giusta. Abbiamo una relazione di fiducia”.

Il leader brasiliano ha aggiunto che nei prossimi giorni si riunirà con il direttore della Difesa nazionale per analizzare la questione, evidenziando però degli aspetti che Brasilia ritiene fondamentali: “Il trasferimento di tecnologie e la possibilità di produrre alcuni di questi aerei in Brasile”. Proprio questa possibilità sembra mettere in una posizione di vantaggio Parigi dato che, come ha confermato lo stesso Lula, “I Francesi sono gli unici disposti a discutere questo trasferimento”. La decisione del governo brasiliano tra i Rafael francesi, gli F/A18 statunitensi e i Gripen svedesi dovrebbe arrivare entro la fine di ottobre. Si tratta di un'operazione dal valore di almeno quattro miliardi di dollari. L'obiettivo di Sarkozy va oltre l'ambito militare, e mira al rafforzamento del legame con Brasilia anche sul fronte energetico e commerciale. Le imprese francesi, in particolare, guardano con grandissimo interesse alla possibilità di lavorare alla realizzazione delle nuove centrali nucleari del Paese latinoamericano. Non è un caso dunque che rappresentanti dell'industria del settore Areva facciano parte della delegazione che accompagna il capo di Stato nella sua visita. I due leader discuteranno inoltre della riforma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, nell'ambito della quale Parigi dovrebbe sostenere un ingresso del Brasile come membro permanente.

Nel corso dell'intervista concessa ai principali mezzi di comunicazione francesi Lula è tornato su una delle questioni “calde” della regione latinoamericana: l'accordo militare tra Colombia e Stati Uniti che porterà all'apertura di almeno sette basi colombiane alle forze armate Usa. Il presidente brasiliano ha ribadito che si tratta di una decisione che “riguarda solo il territorio colombiano” ma ha poi aggiunto: “Quello che chiediamo è che nel trattato sia specificato che le basi in Colombia non avranno degli effetti sugli altri Paesi”. Riferendosi al documento che ha espresso la posizione dei Paesi di Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) dello scorso 21 agosto, Lula ha poi aggiunto: “Quello che vogliamo è la pace in Sudamerica. Non vogliamo che gli aerei statunitensi varchino altre frontiere”. (mat)

da www.ilvelino.it

Bolivia, Morales: Usa finanziano campagna dei miei avversari

Il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato il sostegno finanziario che gli Stati Uniti garantirebbero ai suoi avversari nella campagna elettorale in vista delle elezioni generali di dicembre. Lo ha dichiarato nel corso di un'intervista concessa alla radio Patria Nueva, accusando l'agenzia internazionale per lo sviluppo statunitense Usaid, già oggetto in passato di attacchi analoghi. In particolare i fondi americani servirebbero a sostenere la candidatura alla presidenza di Manfred Reyes Villa, ex governatore del dipartimento di Cochabamba, accompagnato nella sua corsa da Leopoldo Fernandez, governatore del Pando deposto e incarcerato con l'accusa di aver ordinato il massacro di contadini avvenuto lo scorso 11 settembre nell'area del Porvenir. Si tratta di due tra i principali leader dell'opposizione autonomista a Morales, che porta avanti da quasi due anni un durissimo braccio di ferro con il governo di La Paz, capace di provocare momenti di particolare tensione e violenza. Gli avversari di Morales, che ufficializzerà oggi al sua candidatura, saranno,oltre a Reyes Villa, l'imprenditore Samuel Doria Medina e il leader indigeno René Joaquino, che potrebbe sottrarre al presidente i voti all'ala radicale della sinistra delusa dalle scelte del suo governo. capo di Stato. (mat)

da www.ilvelino.it

venerdì 28 agosto 2009

Argentina, Kirchner attacca i media: No alle estorsioni

La “presidenta” argentina Cristina Fernandez Kirchner ha presentato oggi la nuova legge sulle telecomunicazioni che sarà presto sottoposta al voto del Congresso. Si tratta della prima, sostanziale, riforma del sistema radiotelevisivo dopo il ritorno della democrazia nel Paese latinoamericano. Il discorso di presentazione del progetto di legge, trasmesso in diretta televisiva, è stato contrassegnato da forti critiche nei confronti dei mezzi di comunicazione, ai quali ha detto: “Fate attenzione: libertà di espressione non vuol dire libertà di estorsione. La libertà di stampa non può essere confusa con la libertà dei proprietari della stampa. Diritto all’informazione significa diritto a tutta l’informazione, non all’occultamento di una parte dell’informazione o alla sua distorsione e manipolazione”. In particolare, Kirchner ha difeso l’utilizzo dei “poteri speciali” concessi al presidente argentino: “Negli anni ’90 questi poteri non si usavano a favore della società, ma nessuno ne parlava. Oggi che vengono usati per favorire il popolo vengono criticati”. Il capo di Stato ha poi parlato di “pressioni” da parte di un “potere che sta al di sopra di tutto e ha forza sufficiente per imporsi su qualsiasi decisione sia presa da uno dei tre poteri dello Stato”.

Dopo le polemiche scoppiate per il riferimento ai “desaparecidos” della dittatura nel corso della conferenza stampa che celebrava l’accordo tra Stato e Federazione calcio (Afa) sui diritti televisivi del campionato, la “presidenta” ha oggi aperto il suo intervento ricordando i giornalisti scomparsi nel corso della dittatura: “Questo progetto è di tutti quelli che vogliono vivere in un’Argentina più democratica e pluralista. Non è né di questo governo, né di un partito politico, è della società. È in nome dei 118 giornalisti detenuti e scomparsi durante la dittatura che con la loro vita hanno voluto dare testimonianza di quale fosse il vero esercizio della libertà di stampa”. Una bozza dell’iniziativa legislativa era stata presentata inizialmente nel marzo scorso “affinché - aveva spiegato la Kirchner - fosse oggetto di un confronto con tutte le componenti della società argentina”.

La nuova legge, secondo quanto ha sostenuto oggi la “presidenta”, garantirà una nuova suddivisione dell'etere, puntando a una maggiore apertura del mercato radiotelevisivo e di internet, favorendo l’accesso della società civile e rafforzando il ruolo dello Stato. “Un terzo dello spazio – ha spiegato - sarà riservato alle emittenti commerciali, un terzo allo Stato e un terzo a organizzazioni non governative, università, associazioni, sindacati e Chiese”. Proprio in occasione della prima presentazione del progetto era iniziata la campagna in favore del “diritto al calcio libero” che si è conclusa con l’accordo della scorsa settimana con l’Afa. (mat)

da www.ilvelino.it

America Latina, al vertice Unasur tra tensioni e paure

di Matteo Tagliapietra

Sarà un vertice regionale caratterizzato dal forti tensioni quello che vedrà protagonisti domani a Bariloche (Argentina) i leader dei paesi dell'Unasur (Unione delle nazioni sudamericane). Il summit è stato convocato per discutere dell'accordo militare tra Colombia e Stati Uniti e sarà l'occasione per una serie di confronti che si preannunciano estremamente accesi. L'apertura di almeno sette basi colombiane alle forze armate Usa sarà sotto i riflettori, non solo per il valore assoluto dell'accordo, che mira a combattere narcotraffico e guerriglia, ma anche per le conseguenze che ha avuto e avrà sulle relazioni diplomatiche di Bogotà. Il deteriorarsi del già difficile rapporto tra il presidente Alvaro Uribe e i suoi colleghi Hugo Chavez (Venezuela) e Rafael Correa (Ecuador) rischia di avere pesanti ripercussioni economiche sul suo Paese e l'intesa con Washington ha fatto storcere la bocca anche a Brasile, Cile, Argentina e Bolivia.

Lo scontro con Caracas, Chavez ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche e ha parlato di “venti di guerra” portati dalla presenza delle truppe Usa nella regione, ha avuto un prologo ieri nel corso della riunione dell'Osa (Organizzazione degli Stati americani). Nel corso dell'incontro l'ambasciatore colombiano Luis Alfonso Hoyos ha attaccato il “progetto interventista” di Chavez nelle questioni interne del suo Paese, in riferimento ai messaggi del “caudillo” venezuelano lanciati al popolo colombiano; dura la risposta del suo collega venezuelano Roy Chaderton che ha contestato alla “oligarchia colombiana” di essere “drogata di guerra”. Sulla questione c'è stato un nuovo intervento del governo statunitense: il sottosegretario per le questioni andine e del Cono sud, Christopher McMullen ha definito “irresponsabile” Chavez per aver parlato di “venti di guerra”. Una dichiarazione arrivata al termine di un incontro a Montevideo con il ministro degli Esteri uruguaiano Gonzalo Fernandez, nel corso del quale il politico statunitense ha spiegato le ragioni di Washington nell'accordo militare con Bogotà.

Un'ulteriore polemica è scoppiata sulla possibilità che la riunione tra i capi di Stato sia trasmessa in televisione, in diretta o in differita dopo un lavoro di editing. La Colombia sostiene la necessità che il summit sia trasmesso in diretta per consentire ai telespettatori di formarsi un'opinione “senza filtri”. Un'affermazione che ha urtato non poco la sensibilità degli altri Paesi, che hanno letto questa presa di posizione come un'accusa di possibile “manipolazione”. Per garantire la massima diffusione del dibattito il governo colombiano ha quindi deciso di trasmettere i contenuti del summit attraverso le emittenti televisive e radiofoniche pubbliche e la pagina internet della presidenza.

Dal leader boliviano Evo Morales è arrivata un'ulteriore provocazione: il presidente del Paese andino ha ipotizzato un referendum regionale che sottoponga all'approvazione popolare dei cittadini latinoamericani l'accordo, “affinché sia il popolo a decidere e non l'impero a imporre”. Il governo colombiano lavora poi per introdurre nella discussione ulteriori argomenti, con particolare attenzione per la corsa agli armamenti del Venezuela. I leader della regione potrebbero discutere inoltre della crisi diplomatica tra Bolivia e Perù, aperta nei mesi scorsi dalla decisione di Lima di accettare la richiesta di asilo politico di alcuni ex ministri boliviani, sotto processo in patria, proseguita con la diatriba relativa al costume tradizionale della “Diablada” e ora riaccesasi sul presunto accordo tra Cile e Bolivia in merito alla “questione marittima”.

da www.ilvelino.it

Argentina, La Nacion: Telecom dovrà vendere azioni controllata

La Commissione nazionale di difesa della concorrenza argentina (Cndc) ha deciso che l'ingresso di Telefonica nel capitale azionario di Telecom Italia danneggia la concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni del Paese latinoamericano e obbligherà l'impresa italiana a disinvestire dalla compagnia Telecom Argentina, di cui detiene il controllo azionario. Lo sostiene il quotidiano argentino La Nacion che cita il portavoce dell'organismo Humberto Guardia Mendonça. Quest'ultimo ha così anticipato la decisione del Cndc, evidenziando come “l'operazione danneggia la concorrenza”. Secondo il quotidiano si tratta di una decisione attesa dal gruppo italiano, che detiene il 50 per cento della controllante di Telecom Argentina, Sofora, ed è titolare di un'opzione sul 48 per cento detenuto dalla famiglia Werthein.

Telecom, si legge nell'articolo, sarebbe pronta a ricorrere ai tribunali internazionali, ma comincia già a pensare ai possibili acquirenti del suo pacchetto azionario, dal valore di circa 300 milioni di dollari. Secondo La Nacion i principali candidati sono Eduardo Eurnekian e Ernesto Gutierrez, rispettivamente principale azionista e presidente di Areopuertos Argentina 2000. Per il quotidiano sarebbero loro i favoriti, anche per la volontà del governo di fare in modo che la compagnia finisca nelle mani di imprenditori affini e non in quelle del gruppo editoriale Clarin, tra i principali contendenti. Negli ultimi mesi si è ipotizzato inoltre l'interessamento del miliardario delle telecomunicazioni messicano Carlos Slim. (mat)

da www.ilvelino.it

Venezuela, a settembre Chavez in tour dalla Libia alla Russia

Siria, Libia, Iran, Algeria, Russia e Bielorussia. Queste le tappe del tour internazionale che vedrà protagonista il “caudillo” venezuelano Hugo Chavez tra il primo e l’11 di settembre. Il tema ricorrente del viaggio organizzato dal presidente venezuelano sarà certamente quello dell’energia, e dovrebbe portare a una serie di nuovi accordi relativi allo sfruttamento e alla commercializzazione delle materie prime. Il tour evidenzia la volontà del leader venezuelano di rafforzare i rapporti con nazioni che si trovano oltre i confini regionali, aprendo nuovi mercati alle materie prime del Paese latinoamericano e creando nuove partnership in diversi settori. Dal punto di vista politico quello di Chavez sarà un viaggio che lo porterà a incontrare altri leader che, come lui, hanno ricevuto accuse, più o meno velate, di autoritarismo, tra Africa ed Europa. Un problema che non sembra toccare il “democratico” leader venezuelano che da un lato attacca i media dell’opposizione e promuove una legge per l’educazione “socialista”, mentre dall’altro per poter organizzare il viaggio ha dovuto chiedere l’approvazione dell’Assemblea nazionale. Il “caudillo” ha recentemente esaltato Muammar Gheddafi, celebrando la sua capacità di “resistere” dal 1969 “sotto l’attacco dell’impero”, e non mancherà alla cerimonia per il 40 esimo anniversario del suo avvento al potere, il primo settembre. Il capo di Stato dovrebbe prendere parte anche al vertice dell’Unione africana, di cui i leader libico è attualmente al vertice.

Il 2 settembre sarà la volta dell’Algeria, seguita da Siria e Iran. Chavez è stato uno dei pochi a congratularsi con Ahmedinejad dopo la sua rielezione e ha fatto della repubblica islamica uno dei principali partner strategici di Caracas a livello mondiale. Nel rapporto con Teheran, secondo quanto ricostruito dalla Stampa nel dicembre scorso, svolge un ruolo importante la Siria: il Venezuela utilizzerebbe la rotta commerciale di Conviasa Teheran-Damasco-Caracas per diversi scopi, come il trasferimento di materiale scientifico di interesse militare e armamenti. Fortissimo anche il legame con Mosca e con Vladimir Putin: il “caudillo” sarà in Russia per firmare nuovi accordi, soprattutto in campo militare. Il Venezuela è il primo partner commerciale del colosso euroasiatico in America Latina e l’oramai consolidato rapporto economico-finanziario sembra destinato a crescere. Sempre più stretto anche il legame con la Bielorussia, che grazie a uno degli ultimi accordi sottoscritti sfrutterà tre giacimenti di petrolio nel Paese caraibico, ma che potrebbe diventare anche un nuovo fornitore di Caracas nella corsa al riarmo del Venezuela. (mat)

da www.ilvelino.it

martedì 25 agosto 2009

Honduras, missione Osa non scalfisce le convizioni dei golpisti

Nessuno può venire a imporci assolutamente nulla, perché il nostro è un Paese sovrano che ha le proprie leggi”. Lo ha sostenuto il presidente de facto di Honduras Roberto Micheletti, al potere dal 28 giugno scorso dopo il golpe militare che ha deposto Manuel Zelaya. Una dichiarazione che evidenzia l'atteggiamento con cui i golpisti hanno accolto l'arrivo a Tegucigalpa di una delegazione di ministri dell'Organizzazione degli Stati americani. La missione è nel Paese centroamericano per sostenere l'accordo di San José promosso dal mediatore Oscar Arias, presidente del Costa Rica. “Ci auguriamo che i ministri comprendano che quanto abbiamo fatto è avvenuto nel rispetto della legge e della Costituzione” ha sottolineato Micheletti. Un messaggio chiaro che sembra lasciare poco spazio alla trattativa, soprattutto in relazione all'ipotesi di un ritorno di Zelaya alla presidenza fino alle elezioni anticipate di novembre. La posizione del governo de facto è stata ribadita dal ministro degli Esteri Carlos Lopez in una lettera ai “cittadini del mondo”, pubblicata dai quotidiani locali, in cui si sostiene che imporre il ritorno del capo di Stato deposto “non è un'opzione permessa dalla Costituzione”.

Se il governo de facto sembra non dare segni di cedimento, dall'altra parte della barricata Zelaya e i suoi sostenitori non sembrano voler rinunciare, forti del sostegno della comunità internazionale. La moglie del capo di Stato, Xiomara Castro, ieri si è incontrata con la commissione Osa e ha sostenuto che suo marito è disposto a tornare anche “con le mani legate” dalle limitazioni imposte dall'accordo di San José. La first lady si è detta convinta che la proposta di mediazione elaborata da Arias sia l'unica via d'uscita alla crisi politica e civile che caratterizza il Paese da oramai due mesi, in mancanza della quale le elezioni di novembre rischiano di essere prive di ogni legittimità e del riconoscimento internazionale. I ministri dell'Osa hanno poi incontrato alcuni esponenti dell'esecutivo di Zelaya, che hanno ribadito la disponibilità ad accettare l'accordo proposto dal presidente del Costa Rica, per poi riunirsi con esponenti della società civile. Oggi sarà invece la volta dei vertici del potere giudiziario, parte attiva nel processo che ha portato alla destituzione del capo di Stato eletto.

A sostegno della missione dell'organizzazione regionale si è espresso il Dipartimento di Stato americano, attraverso il portavoce Ian Kelly, che ha definito “imprescindibile” la firma dell'accordo promosso da Arias. L'unanime condanna internazionale non sembra però minare minimamente le convinzioni del governo de facto, come ribadito dal viceministro degli Esteri dell'esecutivo golpista Martha Alvaredo: “I tre poteri dello Stato hanno la stessa posizione su quanto accaduto e se l'Osa e la comunità internazionale non capiscono che noi abbiamo solo applicato le leggi vigenti, non ci resta che aspettare l'evoluzione degli eventi, rimanere soli a difendere le nostre leggi e la nostra democrazia”. Difficile ipotizzare che la notte abbia “portato consiglio” e che oggi la delegazione dell'Osa possa ripartire da Tegucigalpa con il consenso dei golpisti all'accordo. Questo pone la comunità internazionale di fronte alla necessità di ipotizzare una soluzione diversa rispetto a quella diplomatica, che sembra essere destinata la fallimento. Il passo successivo potrebbe essere quello di aumentare la pressione dal punto di vista economico e commerciale, e in questo caso l'attore principale sarebbero gli Stati Uniti, ma le prime vittime rischierebbero di essere le fasce più deboli della popolazione di Honduras.

da www.ilvelino.it

Colombia, stop alla mostra con Chavez supereroe in calzamaglia

L’immagine del presidente venezuelano Hugo Chavez mascherato da “Chapulin Colorado” (Cavalletta rossa), un supereroe messicano degli anni ’70, ha provocato la sospensione della mostra “Halloween” dell’artista colombiano Jorge Mendez, nella capitale colombiana Bogotà. L’ente che patrocina l’evento, Cab (Convenio Andreas Bello) un organismo culturale formato da 12 Paesi latinoamericani, ha infatti deciso di bloccare la presentazione, dopo che l’immagine del leader venezuelano era stata stampata e diffusa con gli inviti alla presentazione della mostra. L’immagine è contenuta in un’installazione di video-arte in cui compaiono numerosi personaggi della vita pubblica colombiana e del resto del continente mascherati per la festa, come il leader statunitense Barack Obama vestito da Babbo natale, l’ex ostaggio delle Farc Ingrid Betancourt e Michael Jackson con un costume da scheletro; sullo sfondo un’opera del pittore Richard Hamilton. Secondo quanto ha denunciato Mendez la segreteria dell’istituto culturale gli ha segnalato come, in un momento di particolare tensione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, l’opera era giudicata inopportuna. (mat)

da www.ilvelino.it

mercoledì 19 agosto 2009

Argentina, riparte il “Futbol”, ed è gratis

Il campionato argentino riparte, dopo il rischio di un “congelamento” della nuova stagione per i debiti contratti dai club nei confronti dei propri giocatori. Venerdì si giocherà la prima giornata e per la gioia di tutti gli appassionati le partite saranno trasmesse gratuitamente in televisione. La decisione del comitato esecutivo dell’Afa, la federazione argentina, è arrivata nella notte argentina, dopo che pochi giorni prima i vertici del calcio argentino avevano rescisso unilateralmente il contratto con Tsc, la società di cui è comproprietario il colosso editoriale Clarin, che ne deteneva i diritti di trasmissione. In attesa degli inevitabili risvolti legali, l’Afa sta lavorando a ritmi serrati per raggiungere un accordo con lo Stato, che permetta di risolvere le difficoltà economiche dei club. Nelle scorse settimane l’intesa sembrava fatta, con una spesa prevista per le casse dello Stato di 600 milioni di pesos l’anno, più del doppio di quanto pagato da Tsc. Gli incontri con i vertici del governo della “presidenta” Cristina Fernandez Kirchner, non hanno però ancora portato a un accordo ufficiale, che potrebbe essere siglato tra oggi e domani. Così, dopo l’iniziale rinvio, le partite di venerdì, sabato e domenica sarà tutte trasmesse in diretta e gratuitamente.

Chavez e Obama, “fratelli” di Blackberry

Il presidente statunitense Barack Obama ha ammesso di non poterne fare a meno, neanche per ragioni di sicurezza, il leader venezuelano Hugo Chavez lo ha preferito al cellulare “socialista” e autarchico che lui stesso aveva presentato. Si tratta del telefono cellulare Blackberry, al quale i due capi di Stato hanno dimostrato di non saper rinunciare. Il presidente degli Stati Uniti è stato un formidabile testimonial per il telefono della canadese Rim, battendosi per non doverlo lasciare neanche per le ovvie misure di sicurezza previste alla Casa Bianca. Per un presidente “tecnologico” come Obama, che ha basato buona parte della sua campagna elettorale sull’uso dei new media, sarebbe stato quasi uno “shock”. In aprile era stata diffusa la notizia che, nel giro di due mesi, sarebbe stata pronta la versione “presidenziale”, con modifiche approvate dalla National Security Agency. In realtà Obama sembra continui a usare un modello già testato della Microsoft.

Diverso il discorso per il leader venezuelano Hugo Chavez, che per combattere la diffusione dei telefoni “capitalisti” aveva lanciato “Vergatario”, il cellulare sino-venezuelano arrivato sul mercato la scorsa primavera. Il “caudillo” venezuelano lo aveva descritto come “comodo, piccolo, leggero e resistente”, celebrandone le caratteristiche tecniche (fotocamera, Wap, radio e mp3) e il costo contenuto (circa 15 dollari). Alcuni media hanno poi riportato una battuta di Chavez secondo il quale “Senza il Vergatario non sei niente”. Il capo di Stato venezuelano si deve però essere ricreduto nelle settimane successive perché, come documenta l’emittente d’opposizione Globovision, nel corso della sua trasmissione televisiva Aló presidente ha chiamato in diretta il suo ministro degli Esteri Nicolas Maduro e lo ha fatto con il “super capitalista” Blackberry. Difficile dire che, anche senza il cellulare “bolivariano”, Chavez passi inosservato. (mat)

da www.ilvelino.it

martedì 18 agosto 2009

America Latina, i “pirati” dell'ortografia all'assalto della regione

Correggere gli errori di ortografia, soprattutto la mancanza di accenti, che caratterizzano le pubblicità, gli avvisi pubblici e i messaggi presenti nelle città latinoamericane. Questo il progetto dei “pirati” dell'ortografia che, guidati dal giovane basco Pablo Zulaica Parra (oggi pubblicitario a Città del Messico), hanno dato vita al progetto “Acentos perdidos” che si sta diffondendo in diversi Paesi dell'America Latina. Ogni loro “correzione”, effettuata con un grande accento di carta, viene poi fotografata e messa in rete sul blog www.acentosperdidos.blogspot.com/. A differenza dei “writers” che lavorano soprattutto di notte e nell'anonimato, i “pirati” della grammatica cercando invece il confronto con i passanti presenti ai loro “interventi”, nel tentativo di diffondere l'uso corretto della lingua spagnola. La loro azione risponde a una serie di “comandamenti” che definiscono origini, fine e regole della loro campagna. Il progetto, spiega il blog, era nato con il proposito di generare attenzione attorno alla “questione grammaticale” per vendere un servizio di correzione, ma si è poi trasformato in una molto più ampia campagna per la tutela della grafia corretta, aprendosi alla collaborazione di tutti i cittadini. Quando è possibile i partecipanti al progetto chiedono il permesso prima di “correggere” gli errori, perché l'obiettivo “è quello di generare sorrisi e non arrabbiature”; il sito invita inoltre i partecipanti a non prendersela con le piccole attività commerciali, ma a concentrare l'attenzione sui grandi marchi, sugli enti pubblici e sulle campagne politiche perché “hanno la responsabilità sociale di comunicare in maniera corretta”. (mat)

da www.ilvelino.it

mercoledì 12 agosto 2009

Argentina, il governo “compra” il calcio

La Federazione argentina di calcio ha deciso di rompere il contratto con la Tsc (Televisión Satelital Codificada), l'impresa che deteneva i diritti di trasmissione del campionato fino al 2014, per stringere un nuovo accordo con il governo della “presidenta” Cristina Fernandez Kirchner. La decisione arriva dopo settimane di incertezza sul futuro del “futbol” del Paese latinoamericano, in seguito all'annuncio del possibile blocco del campionato a causa dei debiti contratti dai club nei confronti dei giocatori. Il presidente della Federazione, Julio Grondona, aveva parlato di due strade percorribili: rinegoziazione delle entrate derivanti dai diritti televisivi o maggiore apertura del mercato delle scommesse. Il grido d'allarme lanciato dal mondo del calcio è stato raccolto dal governo che non si è fatto sfuggire l'occasione per guadagnare consenso “salvando" il campionato e per sferrare un durissimo colpo al gruppo editoriale Clarin, proprietario insieme a Tyc della Tsc. Il gruppo ha condotto un'intensa campagna mediatica contro il governo, soprattutto lo scorso anno, e ora i Kirchner, il marito del capo di Stato Nestor è leader della coalizione di maggioranza ed ex presidente, hanno l'opportunità per rispondere. Grondona avrebbe proposto a Tsc di raddoppiare la quota versata alla federazione, di poco inferiore ai 300 milioni di pesos (circa 60 milioni di euro), per raggiungere l'offerta, non ufficiale, fatta dal governo, ma ha avuto una risposta negativa.

Nonostante non siano mancati club contrari alla decisione, la Federazione sembra decisa a rompere l'accordo già da questa stagione e far partire il campionato il prossimo 21 agosto. La preoccupazione è, ovviamente, relativa alla lunga battaglia legale che il calcio argentino dovrà sicuramente combattere con la Tsc per aver interrotto anticipatamente il contratto. Nella notte è arrivato infatti un comunicato dell'impresa in cui si annuncia un'offensiva legale nei confronti dei “responsabili diretti e indiretti” al fine di “tutelare i propri diritti e quelli degli operatori della televisione a pagamento e in chiaro con i quali ha stipulato regolari contratti”. Il documento evidenzia come la denuncia riguarderà anche “i danni derivati dal mancato rispetto del contratto così come il risarcimento degli investimenti realizzati per garantire le trasmissioni”. Se la rottura tra Afa e Tsc è oramai ufficiale, al momento nulla di concreto è però arrivato da parte del governo, anche se i media argentini si dicono convinti che tutto si possa risolvere entro la fine della settimana. La gestione dei diritti dovrebbe passare a una società statale in grado di garantire 600 milioni di pesos all'anno per dieci anni all'Afa. Molti dubbi rimangono invece sulla modalità di trasmissione degli incontri: l'ipotesi più accreditata è quella di una partnership tra la televisione pubblica e alcune emittenti locali. (mat)

da www.ilvelino.it

Argentina, la crisi Chavez-Uribe "vale" un miliardo di dollari

diMatteo Tagliapietra

Il "congelamento" delle relazioni politiche e commerciali tra Venezuela e Colombia si sta rivelando un vero e proprio “affare” per l’Argentina. La “presidenta” argentina Cristina Fernandez Kirchner ha raggiunto lunedì sera Caracas, per riunirsi con il leader venezuelano Hugo Chavez, con il quale ha firmato nuovi accordi commerciali per oltre un miliardo di dollari. Una cifra vicina al totale degli scambi commerciali del 2008. Per Kirchner si tratta di un’occasione per dare nuovo slancio al rapporto commerciale tra i due Paesi, cercando di sfruttare al massimo lo spiraglio offerto dal blocco delle importazioni colombiane deciso dal governo venezuelano e, stando a quanto emerso dall'incontro di ieri, sembra esserci riuscita. I due capi di Stato hanno firmato 22 nuovi accordi, tra i quali appunto quello relativo al settore dell'automobile, dal valore complessivo, come detto, di oltre un miliardo di dollari. Tra le intese raggiunte c'è quella relativa al settore alimentare, che prevede l'acquisto da parte di Caracas di 80 mila tonnellate di carne bovina, 100 mila tonnellate di mais, 18 mila tonnellate di latte e novemila tonnellate di fagioli, oltre a quello sul riso, che la Kirchner ha definito “il più grande mai firmato”. La “presidenta” ha espresso a questo riguardo il suo impegno per sostenere il Venezuela nel percorso verso la “sovranità e la sicurezza alimentare”, dato che hanno “la fortuna” di aver già raggiunto quella energetica. Da parte sua Chavez ha quindi garantito il rispetto delle forniture di combustibile alla nazione partner: “Tutto il petrolio e il gas di cui l'Argentina avrà bisogno in questo secolo è qui in Venezuela”.

Il primo passo era stato subentrare a Bogotà nel settore automobilistico: secondo quanto aveva annunciato il ministro del Potere popolare per il Commercio venezuelano Eduardo Saman, infatti, Buenos Aires fornirà al suo Paese diecimila autoveicoli, che sarebbero dovuti arrivare dalla Colombia. Saman, nel corso di un incontro con imprenditori dei due Paesi, si è spinto però oltre sostenendo che “l'Argentina ha la capacità di sostituire la Colombia in tutti gli ambiti produttivi, dato che dispone di un settore industriale molto avanzato e con grande esperienza”. Del resto il “caudillo” venezuelano, dopo aver dichiarato che “non si può favorire il governo di Uribe”, ha anche già annunciato la fine della vendita di combustibile a un prezzo preferenziale per i colombiani che vivono nella zona di frontiera: L'accordo che riguardava 4,5 milioni di galloni al mese, scadrà il prossimo 21 agosto.

L’obiettivo di Buenos Aires è quello di strappare alla Colombia una fetta dei sei miliardi di dollari di merci che ogni anno passano la frontiera tra il Paese andino e il Venezuela, forte anche di un dato sottolineato dallo stesso Saman: il trasporto delle merci via mare dall’Argentina non sarebbe più costoso di quello via terra dalla Colombia, pur richiedendo tempi molto più lunghi. Il Venezuela è il Paese con cui la gestione Kirchner ha stretto il maggior numero di accordi bilaterali, superando anche quelli siglati con un partner storico come il Brasile. Caracas compra in Argentina alimenti, macchinari industriali e tecnologia (nel complesso arrivando a importare prodotti per circa un miliardo di dollari l’anno), contribuendo in maniera importante alle forniture di combustibile. Lo scorso inverno Chavez è venuto in soccorso al governo argentino, quando la Bolivia ha annunciato la difficoltà di rispettare gli accordi sulle forniture di gas, e la Casa Rosada è uno dei principali sostenitori dell’ingresso di Caracas nel sistema del Mercosur.

Al momento l’unica “nube” all’orizzonte è rappresentata dalle nazionalizzazioni che il governo chavista ha portato avanti negli ultimi anni, colpendo anche imprese argentine, soprattutto il colosso siderurgico Techint. Il gruppo italo-argentino ha dovuto cedere Sidor, per la quale otterrà un indennizzo di quasi due miliardi di dollari, e, più recentemente, Tavsa, Matesi e Comsigua. Per queste ultime tre Caracas ha già anticipato che pagherà “molto meno” e l’atteggiamento assunto da Chavez ha creato non pochi malumori nell’Unione industriali argentina, che non ha risparmiato dure critiche alla “presidenta” per il suo rapporto con il “caudillo” venezuelano. Davanti all’opportunità di ampliare il proprio raggio d’azione però gli imprenditori argentini sembrano aver lasciato da parte i vecchi rancori e sperano di poter celebrare oggi l’apertura di nuovi mercati.

Al termine dell'incontro il leader venezuelano è tornato poi sulla questione dell'accordo Colombia-Usa, citando il generale argentino Juan Domingo Pero: “In un mondo superpopolato e superindustrializzato il futuro sarà di chi disporrà delle maggiori riserve di cibo e materie prime”, aggiungendo: “Credo che l'annuncio relativo alle sette basi colombiane abbia a che vedere con questo. Ricordo che la più grande riserva di oro nero è in Sudamerica, allo stesso modo dell'oro blu, l'acqua, e di quello verde, la foresta amazzonica”. Quindi Chavez ha chiamato i Paesi latinoamericani a “unirsi nella difesa delle materie prime e delle nostre risorse naturali, premendo per lo sviluppo integrale dei nostri popoli”.

da www.ilvelino.it

Argentina, la crisi Chavez-Uribe "vale" un miliardo di dollari

Il "congelamento" delle relazioni politiche e commerciali tra Venezuela e Colombia si sta rivelando un vero e proprio “affare” per l’Argentina. La “presidenta” argentina Cristina Fernandez Kirchner ha raggiunto lunedì sera Caracas, per riunirsi con il leader venezuelano Hugo Chavez, con il quale ha firmato nuovi accordi commerciali per oltre un miliardo di dollari. Una cifra vicina al totale degli scambi commerciali del 2008. Per Kirchner si tratta di un’occasione per dare nuovo slancio al rapporto commerciale tra i due Paesi, cercando di sfruttare al massimo lo spiraglio offerto dal blocco delle importazioni colombiane deciso dal governo venezuelano e, stando a quanto emerso dall'incontro di ieri, sembra esserci riuscita. I due capi di Stato hanno firmato 22 nuovi accordi, tra i quali appunto quello relativo al settore dell'automobile, dal valore complessivo, come detto, di oltre un miliardo di dollari. Tra le intese raggiunte c'è quella relativa al settore alimentare, che prevede l'acquisto da parte di Caracas di 80 mila tonnellate di carne bovina, 100 mila tonnellate di mais, 18 mila tonnellate di latte e novemila tonnellate di fagioli, oltre a quello sul riso, che la Kirchner ha definito “il più grande mai firmato”. La “presidenta” ha espresso a questo riguardo il suo impegno per sostenere il Venezuela nel percorso verso la “sovranità e la sicurezza alimentare”, dato che hanno “la fortuna” di aver già raggiunto quella energetica. Da parte sua Chavez ha quindi garantito il rispetto delle forniture di combustibile alla nazione partner: “Tutto il petrolio e il gas di cui l'Argentina avrà bisogno in questo secolo è qui in Venezuela”.

Il primo passo era stato subentrare a Bogotà nel settore automobilistico: secondo quanto aveva annunciato il ministro del Potere popolare per il Commercio venezuelano Eduardo Saman, infatti, Buenos Aires fornirà al suo Paese diecimila autoveicoli, che sarebbero dovuti arrivare dalla Colombia. Saman, nel corso di un incontro con imprenditori dei due Paesi, si è spinto però oltre sostenendo che “l'Argentina ha la capacità di sostituire la Colombia in tutti gli ambiti produttivi, dato che dispone di un settore industriale molto avanzato e con grande esperienza”. Del resto il “caudillo” venezuelano, dopo aver dichiarato che “non si può favorire il governo di Uribe”, ha anche già annunciato la fine della vendita di combustibile a un prezzo preferenziale per i colombiani che vivono nella zona di frontiera: L'accordo che riguardava 4,5 milioni di galloni al mese, scadrà il prossimo 21 agosto.

L’obiettivo di Buenos Aires è quello di strappare alla Colombia una fetta dei sei miliardi di dollari di merci che ogni anno passano la frontiera tra il Paese andino e il Venezuela, forte anche di un dato sottolineato dallo stesso Saman: il trasporto delle merci via mare dall’Argentina non sarebbe più costoso di quello via terra dalla Colombia, pur richiedendo tempi molto più lunghi. Il Venezuela è il Paese con cui la gestione Kirchner ha stretto il maggior numero di accordi bilaterali, superando anche quelli siglati con un partner storico come il Brasile. Caracas compra in Argentina alimenti, macchinari industriali e tecnologia (nel complesso arrivando a importare prodotti per circa un miliardo di dollari l’anno), contribuendo in maniera importante alle forniture di combustibile. Lo scorso inverno Chavez è venuto in soccorso al governo argentino, quando la Bolivia ha annunciato la difficoltà di rispettare gli accordi sulle forniture di gas, e la Casa Rosada è uno dei principali sostenitori dell’ingresso di Caracas nel sistema del Mercosur.

Al momento l’unica “nube” all’orizzonte è rappresentata dalle nazionalizzazioni che il governo chavista ha portato avanti negli ultimi anni, colpendo anche imprese argentine, soprattutto il colosso siderurgico Techint. Il gruppo italo-argentino ha dovuto cedere Sidor, per la quale otterrà un indennizzo di quasi due miliardi di dollari, e, più recentemente, Tavsa, Matesi e Comsigua. Per queste ultime tre Caracas ha già anticipato che pagherà “molto meno” e l’atteggiamento assunto da Chavez ha creato non pochi malumori nell’Unione industriali argentina, che non ha risparmiato dure critiche alla “presidenta” per il suo rapporto con il “caudillo” venezuelano. Davanti all’opportunità di ampliare il proprio raggio d’azione però gli imprenditori argentini sembrano aver lasciato da parte i vecchi rancori e sperano di poter celebrare oggi l’apertura di nuovi mercati.

Al termine dell'incontro il leader venezuelano è tornato poi sulla questione dell'accordo Colombia-Usa, citando il generale argentino Juan Domingo Pero: “In un mondo superpopolato e superindustrializzato il futuro sarà di chi disporrà delle maggiori riserve di cibo e materie prime”, aggiungendo: “Credo che l'annuncio relativo alle sette basi colombiane abbia a che vedere con questo. Ricordo che la più grande riserva di oro nero è in Sudamerica, allo stesso modo dell'oro blu, l'acqua, e di quello verde, la foresta amazzonica”. Quindi Chavez ha chiamato i Paesi latinoamericani a “unirsi nella difesa delle materie prime e delle nostre risorse naturali, premendo per lo sviluppo integrale dei nostri popoli”.

da www.ilvelino.it

Brasile, Chiesa evangelica pentecostale accusata di riciclaggio

La Chiesa universale del Regno di Dio, potente gruppo evangelico molto diffuso in America Latina, è finita sotto inchiesta per associazione a delinquere e lavaggio di denaro sporco. L’indagine, secondo quanto comunicato dalla procura dello Stato di San Paolo, ne mette sotto accusa i vertici. Tra i dieci indagati c’è infatti anche il fondatore Edir Macedo. La Chiesa, nata alla fine degli anni ’70 in Brasile, dove attualmente ha aperto oltre quattromila templi, si è diffusa in tutto il mondo, giungendo in 172 Paesi, tra i quali l’Italia con sedi a Roma, Napoli e Milano. Secondo una nota della procura, diffusa dalla stampa locale, la Chiesa sarebbe in grado di muovere oltre 750 milioni di dollari l’anno. Le indagini avrebbero permesso di provare che il denaro (esentasse) ottenuto dalle donazioni, dopo essere passato per diversi paradisi fiscali, sarebbe stato utilizzato per acquistare immobili, veicoli e gioielli invece che finanziare l’apertura di nuove strutture e le attività mediatiche dell’organizzazione. Secondo il quotidiano Folha de Sao Paulo con questo sistema Macedo, già finito sotto accusa per reati analoghi negli anni ’90, avrebbe riciclato circa due miliardi dollari dal 2005. (mat)

da www.ilvelino.it

lunedì 10 agosto 2009

Ecuador, intesa militare Usa-Colombia al centro summit Unasur

L'apertura di sette basi colombiane ai militari statunitensi, oltre alla crisi politica determinata dal golpe militare in Honduras, sarà al centro del dibattito nel vertice dell'Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) che si aprirà oggi a Quito, capitale dell'Ecuador. Tra i presidenti dei Paesi membri, sarà assente però proprio il leader colombiano Alvaro Uribe, a causa della rottura delle relazioni diplomatiche con l'Ecuador che risale al marzo del 2008. L'intesa tra Washington e Bogotà prevede l'utilizzo delle basi colombiane da parte di militari americani per operazioni di contrasto al narcotraffico, di lotta alla guerriglia e a scopi “umanitari”. L'accordo è stato duramente contestato non solo dai Paesi dell'Alba vicini al presidente venezuelano Hugo Chavez, che per questo aveva “congelato” le relazioni diplomatiche con la Colombia, ma ha ricevuto anche forti critiche da parte dei due colossi economici regionali, Brasile e Cile, e ha suscitato la perplessità del governo argentino. Nel tentativo di spiegare le ragioni e le caratteristiche dell'intesa Uribe la scorsa settimana si è incontrato con sette capi di Stato in tre giorni, ottenendo un risultato nel complesso positivo: Brasile e Cile hanno mitigato la loro presa di posizione sottolineando il rispetto della sovranità colombiana. Un concetto ribadito anche dal capo di Stato paraguaiano Fernando Lugo, mentre il peruviano Alan Garcia si è detto favorevole all'iniziativa e la collega argentina Cristina Fernandez Kirchner ha mantenuto i suoi dubbi senza però intervenire pubblicamente.

L'ipotesi di una dichiarazione congiunta che esprima la posizione di Unasur sull'accordo è stata al centro ieri di un acceso dibattito tra i ministri degli Esteri dei Paesi membri, soprattutto per la pressione “a tutto campo” fatta da Caracas. Il ministro Nicolas Maduro ha parlato di un'intesa che sarebbe “dinamite” per l'unità della regione mentre il capo di Stato Hugo Chavez ha commentato: “La Colombia dirà che non si tratta di basi militari ma di parchi giochi per bambini”. Il ministro degli Esteri boliviano David Choquehuanca ha invece spiegato di aver presentato una bozza che neghi la possibilità di aprire le basi ai soldati Usa. Nel corso dela riunione però non sembra che i ministri siano riusciti a raggiungere un'intesa, coincidendo quindi sulla necessità di una riunione allargata dedicata alla questione entro la fine del mese. Per il “padrone di casa” Rafael Correa quella di oggi sarà una giornata particolare: non solo verrà infatti nominato al vertice dell'Unasur, ma, davanti all'Assemblea nazionale, sarà investito del suo secondo mandato come capo di Stato, il primo dopo la riforma costituzionale approvata dal popolo ecuadoriano e le elezioni generali vinte al primo turno lo scorso aprile.

Nel documento finale è prevista anche una presa di posizione sulla “questione Honduras”, vista la presenza di Manuel Zelaya, il presidente deposto dal golpe militare del 28 giugno scorso. La situazione sembra essere in uno stato di apparente stallo, per lo meno in attesa del voto del Congresso sull'amnistia che permetterebbe al presidente eletto di rientrare nel Paese e della visita della delegazione Osa (Organizzazione degli Stati americani) che in settimana dovrebbe incontrare il capo di Stato golpista Roberto Micheletti. Nel corso del summit si dovrebbe anche decidere la creazione di quattro nuove commissione ministeriali che si occupino di trovare nuove intese sul fronte delle infrastrutture, della lotta al narcotraffico, dello sviluppo economico e sociale e di educazione e cultura. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras, governo golpista accetta arrivo missione Osa

di Matteo Tagliapietra

Dopo una giornata intensa, caratterizzata da repentini cambi di posizione e di atteggiamento, il governo golpista di Honduras, guidato da Roberto Micheletti, ha comunicato l'intenzione di ricevere una delegazione dell'Organizzazione degli Stati americani, che tenterà di mediare nell'ambito della crisi politica determinata dal golpe del 28 giugno scorso. Nel corso della notte italiana, il governo de facto aveva inizialmente annunciato di voler sospendere la visita, il cui arrivo era previsto per domani, per la presenza del segretario generale dell'organizzazione José Miguel Insulza, che ha rappresentato finora la linea più intransigente nei confronti dei golpisti. In particolare, attraverso un comunicato, lo si accusava di “mancanza di obiettività, imparzialità e professionalità nell'esercizio delle sue funzioni”. Questo nonostante l'atteggiamento conciliante mostrato dal segretario dell'Osa che da Washington aveva parlato di una missione che non sarebbe andata in Honduras a “dare ordini”, ma per cercare di portare avanti un dialogo sull'accordo elaborato dal presidente del Costa Rica Oscar Arias. Quest'ultimo, vincitore del premio nobel per la Pace, ha svolto il ruolo di mediatore nei falliti “round” di negoziati tra il governo golpista e quello del presidente deposto Manuel Zelaya.

Poche ore dopo da Honduras è arrivato invece un netto cambio di rotta, annunciato attraverso una nota nella quale si comunicava l'intenzione di accettare la presenza di Insulza in qualità di “osservatore”. Sotto la sua guida l'Osa, il 4 luglio scorso, ha sospeso il Paese centroamericano dall'organizzazione, in seguito a una visita a Tegucigalpa a cui aveva preso parte il politico cileno, che si era rifiutato di incontrare le autorità de facto. La delegazione sarà composta dai ministri degli Esteri di Argentina, Canada, Costa Rica, Jamaica e Messico, oltre che da Insulza e da due alti funzionari dell'Osa. L'esecutivo di Micheletti ha quindi annunciato che “la visita è stata posticipata a una data che sarà decisa nei prossimi due giorni”. Secondo quanto segnalato da un comunicato dell'Osa, l'obiettivo della missione non è quello di “imporre una posizione”, ma di cercare un'intesa sull'accordo di San José proposto da Arias: “Con questa proposta è possibile raggiungere la comprensione e la riconciliazione nazionale – si legge nella nota -, permettendo ai cittadini di Honduras di eleggere democraticamente e pacificamente i suoi rappresentanti il prossimo 29 novembre”.

Tra gli aspetti più controversi dell'accordo promosso dal presidente del Costa Rica, per quanto riguarda il governo golpista, c'è certamente la posizione di Zelaya, sul cui capo pendono diverse accuse penali che dovrebbero essere cancellate da un'amnistia. Il provvedimento dovrebbe essere discusso nel corso di una seduta plenaria del Congresso che avrà inizio nella serata italiana. L'accordo prevede però anche che il presidente eletto torni a occupare il suo ruolo fino al voto di novembre e questa, al momento, sembra un'ipotesi di difficile concretizzazione. La crisi di Honduras rappresenta anche una sfida politica per il segretario dell'Osa, che si è proposto per un nuovo mandato al vertice dell'organizzazione continentale. Una soluzione positiva della vicenda potrebbe permettergli di conquistare i favori di molti membri, al momento quanto meno titubanti sulla sua candidatura. L'atteggiamento “intransigente” che gli ha contestato il governo di Micheletti è stato quello che gli ha permesso di riconquistare, quanto meno in parte, i favori dell'asse “bolivariano” rappresentato da Venezuela, Ecuador e Bolivia, che in passato avevano contestato più volte la sua condotta.

da www.ilvelino.it

martedì 4 agosto 2009

Argentina, Carrà e Nicola Di Bari censurati dalla dittatura

Cosa hanno in comune Raffaella Carrà, Umberto Tozzi e Lucio Battisti con gli impegnati cantautori latinoamericani Victor Jara e Carlos Puebla, quello di “Hasta siempre comandante Che Guevara”? Insieme a molti altri sono finiti nel “libro nero” della dittatura militare argentina, al potere dal 1976 al 1983. Il lunghissimo elenco delle canzoni proibite è stato reso pubblico oggi dal Comfer, (Comité Federal de Radiodifusión) l’ente argentino per la radiodiffusione. Il documento, sotto la dicitura “Canzoni i cui testi si considerano non adatti alla diffusione”, mette insieme generi e artisti molto lontani tra di loro ma accomunati dalla scelta di argomenti considerati “eversivi”, non necessariamente dal punto di vista politico, dai censori della dittatura. Nell’elenco spiccano alcuni classici del rock, come “Light my fire” dei Doors o “Another brick in the wall” dei Pink Floyd, e canzoni dai forti contenuti sessuali, come “Je t’aime... moi non plus” di Serge Gainsbourg o la censuratissima, anche in Italia, “L’importante è finire” di Cristiano Malgioglio cantata da Mina. Nella rete dei censori argentini, per aver toccato l’argomento amoroso nelle sue varie sfaccettature, sono però finiti anche degli insospettabili come Nicola Di Bari, con “Ma”, Mogol e Battisti (“E penso a te”, che in spagnolo diventa “Pienso en vos”), Toto Cotugno (“Sì”), Gino Paoli (“La donna che amo”, “La mujer que yo amo”), il “Piccolo grande amore” di Claudio Baglioni (“Mi pequeño gran amor”) e la Raffaella Carrà di “Tanti auguri”. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras, Osa studia invio missione a Tegucigalpa

L'Organizzazione degli Stati americani (Osa) potrebbe inviare a breve una missione nella capitale di Honduras Tegucigalpa per cercare di convincere il governo golpista guidato da Roberto Micheletti ad accettare l'accordo promosso dal principale mediatore, il presidente del Costa Rica Oscar Arias, che permetta il ritorno del capo di Stato Manuel Zelaya, deposto dal golpe del 28 giugno corso. L'ipotesi è stata analizzata ieri nel corso di una riunione tra il segretario generale dell'Osa José Migule Insulza, Arias, il segretario generale Iberoamericano Enrique Iglesias e la vice presidente del governo spagnolo Maria Teresa Fernandez de la Vega. Le caratteristiche della missione dovrebbero essere valutate nel corso del vertice dell'Osa previsto per domani.

L'obiettivo è quello di ottenere l'approvazione da parte del governo de facto del piano in undici punti elaborato da Arias nel corso dell'ultimo round dei negoziati in Costa Rica. Lo scorso 22 di luglio. Il piano prevede tra gli aspetti principali, il ritorno di Zelaya alla presidenza fino al termine del mando, elezioni anticipate in autunno e la conformazione di un governo di unità nazionale. Mentre Zelaya aveva condiviso la proposta ma aveva poi dato per fallito il negoziato, il governo de facto aveva chiesto tempo affinché il documento potesse essere valutato da tutti i poteri dello Stato. Lo stesso Micheletti aveva chiesto nei giorni scorsi che Iglesias visitasse il Paese centroamericano per poter ascoltare il punto di vista del governo golpista, ma il segretario Iberoamericano per il momento è stato molto prudente limitandosi a rimandare ogni decisione, mentre Insulza ha parlato di una missione dell'Osa, potrebbe essere composta da alcuni dei ministri degli Esteri dei Paesi membri, evidenziando come Iglesias rappresenti un'altra organizzazione. (mat)

da www.ilvelino.it

Colombia, Uribe in "tour" per spiegare accordo militare con Usa

Il presidente colombiano Alvaro Uribe inizierà oggi un tour dei Paesi latinoamericani per spiegare le ragioni e le caratteristiche di un discusso accordo militare con gli Stati Uniti. Un patto in base al quale le forze armate Usa potranno avvalersi del supporto logistico di cinque basi militari colombiane per portare avanti le operazioni di contrasto al narcoatraffico e al terrorismo. L'intesa tra Washington e Bogotà ha generato forti tensioni nella regione, sia sul fronte “bolivariano” (il Venezuela ha “congelato” i rapporti la Colombia e l'Ecuador ha interrotto le relazioni diplomatiche con il governo di Uribe già da un anno), sia su quello più moderato rappresentato dai due “motori” economici del subcontinente, ovvero Brasile e Cile. Nel fine settimana il capo di Stato colombiano aveva risposto in maniera negativa alla richiesta di Michelle Bachelet e di Luiz Inacio Lula da Silva di discutere l'accordo in ambito Consiglio di sicurezza dell'Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) previsto per il 10 agosto in Ecuador. Uribe ha infatti deciso di non partecipare la vertice dell'organismo regionale, in virtù del “gelo” che caratterizza i rapporti con Quito, ma ha deciso di incontrare singolarmente i suoi colleghi per discutere dell'intesa.

Tra le tappe finora confermate ci sono Perù, Cile, Brasile e Paraguay, mentre sono ancora da confermare Argentina, Bolivia e Uruguay. Al momento sembra escluso invece che Uribe raggiunga Ecuador e Venezuela. Nel corso delle visite di Stato il presidente affronterà anche la questione del terrorismo, della lotta alla guerriglia e del presunto sostegno offerto da alcuni Paesi a gruppi insorgenti colombiani. Secondo quanto anticipato dal portavoce della presidenza si tratterà di un tour “muto”, ovvero senza nessuna dichiarazione pubblica. (mat)

da www.ilvelino.it

lunedì 3 agosto 2009

L'intesa Obama-Lula alla prova dell'accordo Usa-Colombia

’accordo militare tra Colombia e Stati Uniti rischia di trasformarsi nella prima tensione tra il governo brasiliano e la nuova amministrazione della Casa Bianca. Barack Obama ha infatti deciso di inviare un suo emissario a Brasilia per puntualizzare le critiche che fatte dal governo di Inacio Lula da Silva al trattato. Un primo faccia a faccia dopo che, con l’avvento di Obama, le due capitali avevano registrato un forte avvicinamento anche per la volontà del colosso amazzonico di volersi ritagliare un ruolo di “portavoce” della regione latinoamericana con l’emisfero settentrionale. Il leader brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, insieme con la sua omologa cilena Michelle Bachelet, aveva espresso forti perplessità sull’intesa Bogotà-Washington, che prevede la concessione di cinque basi colombiane alle attività militari degli Stati Uniti, per portare avanti quelle azioni di contrasto alla criminalità organizzata e al narcotraffico che avevano prima il loro quartier generale nella base ecuadoriana di Manta. Nelle ore in cui si confrontava con il governo cileno, Lula, facendo eco alle proteste dei governi “bolivariani”, aveva chiesto a Bogotà spiegazioni sul trattato individuando nel Consiglio della Difesa di Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) il luogo adatto per la discussione. Richiesta reiterata dal ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, secondo il quale l’accordo deve essere “spiegato meglio”, pur evidenziando che “la Colombia è un Paese sovrano e ha il diritto di fare quello che vuole sul suo territorio”.

“Quello che preoccupa il Brasile – ha spiegato – è una presenza militare forte, la cui capacità e il cui obiettivo sembrano andare molto aldilà di quelle che possono essere le necessità interne della Colombia”. La risposta di Obama è stata la decisione di inviare a Brasilia il consigliere per la Sicurezza nazionale Jim Jones, per spiegare i contenuti e le ragioni dell’accordo. L’intesa rischia però di creare una spaccatura sempre più difficile da sanare nella regione. La presa di posizione di Cile e Brasile è infatti seguita a quella, certamente più prevedibile dell’asse bolivariano Venezuela-Ecuador-Bolivia. Caracas ha infatti deciso di “congelare” le relazioni con il Paese vicino e ha ritirato la propria delegazione diplomatica. Alle pressanti richieste di confronto arrivate dai “vicini” latinoamericani, Bogotà ha risposto però con una fermo rifiuto, annunciando che il presidente Alvaro Uribe non parteciperà al vertice dell’organizzazione previsto per il 10 agosto in Ecuador.

Ufficialmente la decisione è dettata dalla rottura delle relazioni diplomatiche con Quito, che risale allo scorso anno, ma la decisione sembra riflettere la volontà di rispondere con fermezza alla polemica in atto. Anche se il rischio per il leader colombiano - già incastrato dai suo rivali nel ruolo dell’unico presidente liberal e filostatunitense della regione - è quello di rimanere ancora più isolato. Uribe ha parlato telefonicamente con la sua omologa cilena Michelle Bachelet, spiegando che l’intesa con Washington non prevede l’apertura di nuove basi, ma solo la concessione di piste e strutture ai militari statunitensi affinché possano sostenere con i loro mezzi aerei le operazioni di contrasto al narcotraffico e alla guerriglia. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras: Micheletti difende il golpe, Zelaya torna a Managua

A cinque settimane dal golpe militare che ha destituito il presidente Manuel Zelaya, il governo “de facto” guidato da Roberto Micheletti in Honduras prosegue nella sua prova di orgoglio, esibendo tranquillità e continuando a respingere “colpo su colpo” le pressioni della comunità internazionale. Commentando i nuovi tentativi di farlo recedere dalle sue posizioni, l’ex presidente dell’Assemblea è tornato a sottolineare che “non esiste un Paese o un popolo così potente da piegarci. In questa terra si rispetta quello che dicono i governi”. Tegucigalpa, da cui è partito l’ordine di sospendere l’ultimo coprifuoco, resiste alla notizia della morte di un insegnante, colpito nei giorni scorsi da una pallottola alla testa nel corso di una manifestazione di sostenitori del presidente eletto Manuel Zelaya.

Qualche segnale di apertura però il presidente “de facto” l’ha mostrato, sabato, con un comunicato nel quale si spiega che “l’accordo di San José, elaborato dal (presidente del Costa Rica Oscar) Arias, è al vaglio della Corte suprema, del Congresso, della Procura generale e del Tribunale elettorale”. Nella nota Micheletti ribadisce “la disponibilità dell’attuale governo nei confronti della mediazione che si sta portando avanti a San José”, aggiungendo: “Per noi tutti i punti – compreso dunque il ritorno in patria di Zelaya finora categoricamente escluso – meritano l’importanza dovuta”. Nel documento si esprime gratitudine al presidente Arias “per aver ascoltato la nostra richiesta di inviare una missione che visiti il nostro Paese con l’obiettivo di costruire consensi attorno alla proposta di San José nel rispetto della nostra Costituzione e delle sue leggi”.

Proprio in Costa Rica si concentreranno questa settimana gli sforzi della diplomazia internazionale. A san José si riuniranno Arias, il segretario generale Iberoamericano Enrique Iglesias, la vicepresidente del governo spagnolo Maria Teresa Fernandez de la Vega e il segretario generale dell’Osa José Miguel Insulza. La presenza dell’esponente del governo spagnolo è un nuovo segnale dell’impegno profuso da Madrid nella ricerca di una soluzione che permetta il ripristino della legalità in Honduras, testimoniato anche dalle affermazioni del ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos, in visita nei giorni scorsi in America Latina. Il ministro, uno dei politici europei più attivi nel promuovere iniziative a sostegno del ripristino della legalità nel Paese centroamericano, è tornato infatti a rappresentare la linea dura di Madrid nei confronti dell’esecutivo golpista, sostenendo che il suo Paese “non riconoscerà i risultati di elezioni celebrate con un governo de facto”.

Dopo l’annuncio della creazione di un “esercito popolare pacifico” pronto a favorire il suo ritorno in patria, Zelaya ha invece lasciato ieri la frontiera tra Nicaragua e Honduras, diretto a Managua. Nella capitale dovrebbe incontrare dei rappresentanti del governo statunitense, per poi volare in Messico dove domani è previsto un incontro con il capo di Stato Felipe Calderon. A Tegucigalpa, invece, sua moglie Xiomara Castro e alcune centinaia di sostenitori del presidente deposto hanno preso parte alla veglia funebre di Rogel Vallejo, l’insegnante ferito nel corso di una manifestazione mercoledì scorso e deceduto sabato. Alcuni media locali segnalano inoltre che un altro insegnante sarebbe stato ucciso poco dopo aver lasciato la veglia, colpito da quasi 30 coltellate. (mat)

da www.ilvelino.it