venerdì 30 gennaio 2009

Al Social Forum leader latinoamericani attaccano neoliberismo

di Matteo Tagliapietra

Davanti ad almeno diecimila persone, riunite nella città brasiliana di Belem per il World social forum, i capi di Stato di Brasile, Bolivia, Ecuador Paraguay e Venezuela si sono lanciati ieri sera in un duro attacco al modello neoliberista che ha portato alla crisi mondiale, invitando i partecipanti al forum e i leader mondiali a cercare vie alternative. Riprendendo il tema al centro del vertice, “Un altro mondo è possibile”, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha sostenuto che è “imprescindibile e necessario cercare un nuovo ordine delle cose”. “Il mondo più avanzato ci diceva quello che dovevamo fare – ha insistito Lula -, loro sembravano infallibili e noi incompetenti. Ci hanno venduto il concetto che lo Stato non poteva nulla e che il mercato avrebbe garantito lo sviluppo dei nostri Paesi. Oggi questo mercato è crollato per la mancanza di responsabilità e di controllo”. Una visione condivisa dal “caudillo” venezuelano Hugo Chavez che ha calcato ancora di più la mano sostenendo la necessità di “passare all'offensiva”, mentre il suo collega boliviano Evo Morales ha attaccato: “Se i popoli del mondo non saranno capaci di seppellire il capitalismo, sarà il capitalismo a seppellire il pianeta”.

L'ex sindacalista “cocalero” ha poi promosso una serie di campagne a livello mondiale, tra le quali quella per la riforma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e quella per l'elezione della foglia di coca come simbolo di una campagna per la dignità, l'identità e la diversità culturale. Morales ha poi attaccato duramente il ruolo della Chiesa cattolica nel suo paese, sostenendo che “un altra Chiesa è possibile” rispetto a quella promossa dai suoi “gerarchi che sono nemici delle trasformazioni pacifiche”. Il leader ecuadoriano Rafael Correa ha sottolineato poi come a Belem sia riunito “un altro mondo, che vuole porre fine all'ingiustizia del debito estero, che sostiene la pace” spiegando come il suo Paese abbia deciso di “resistere al neoliberismo rompendo con questo modello di sviluppo”. Correa ha poi aggiunto che, prima o poi, i paesi con le economie più sviluppate dovranno chiedere scusa al mondo per il disastro economico che hanno provocato e ha ribadito l'importanza del progetto della moneta unica regionale. Il “vescovo rosso” Ferndando Lugo, presidente paraguaiano, ha poi aggiunto che “la lotta dei movimenti sociali è la base per garantire il cambiamento nella regione”. Lugo ha insistito sulla questione dell'accesso al mare del quale sono privati il suo Paese e la Bolivia: “È triste che si debba 'mendicare' ai Paesi vicini un accesso al mare, come se non avessimo diritto a navigare liberamente per le terre dei nostri antenati”. Nel corso del Forum, segnalano i media brasiliani, non è mancata una manifestazione a sostegno della decisione del governo brasiliano di rifiutare l'estradizione del terrorista italiano Cesare Battisti. I manifestanti, italiani e brasiliani, hanno definito “vergognosa” la richiesta formulata dal governo italiano.

da www.ilvelino.it

Cuba, Fidel attacca Usa e Chavez lo appoggia su Guantanamo

di Matteo Tagliapietra
Il suo ritorno alle “riflessioni” sul quotidiano cubano Granma era coinciso con una serie di apprezzamenti nei confronti del nuovo capo di Stato Usa Barack Obama, ma, dopo poco più di una settimana, l'ex “lider maximo” dell'isola caraibica Fidel Castro è tornato a tuonare contro il leader statunitense. In una nota pubblicata sul sito governativo www.cubadebate.cu Fidel ha infatti preteso la restituzione della base di Guantanamo, di cui Obama ha recentemente annunciato la prossima chiusura, e duramente criticato la politica statunitense in merito alla questione palestinese. Secondo Castro, la dichiarazione di intenti sulla politica estera del nuovo governo americano, nel sostenere di “credere fermamente nel diritto di Israele di difendere i suoi cittadini”, “è un maniera di condividere il genocidio del popolo palestinese” e la dimostrazione che il nuovo governo seguirà le orme di quello di George Bush. Ma il cuore delle “riflessioni” è dedicato alla questione di Guantanamo: “Il mantenimento di una base militare a Cuba contro la volontà del popolo è una violazione dei principi più elementari del diritto internazionale”. Castro poi insiste sulla volontà di Obama di condizionare la restituzione dell'area alle “concessioni” del governo Cubano, ovvero “un cambio del sistema politico. Una possibilità che Fidel esclude categoricamente spiegando che si tratta di una possibilità “contro la quale Cuba ha lottato per mezzo secolo”. L'ex presidente cubano insiste poi sulla “superbia” mostrata dalla nuova amministrazione Usa che “abusa” del suo immenso potere.

Dalla città brasiliana di Belem, dove si trova per il World Social Forum, il capo di Stato venezuelano Hugo Chavez ha subito offerto sostegno alle richieste di Castro, dichiarando che la base si trova in territorio cubano e che quindi dovrebbe tornare sotto il controllo di l'Avana. Chavez ha comunque espresso il suo apprezzamento per la volontà manifestata da Obama di chiudere la struttura pur sostenendo di voler vedere se il numero uno Usa “continuerà a perpetuare gli atteggiamenti prepotenti e aggressivi” che hanno caratterizzato la presidenza Bush.

da www.ilvelino.it

America latina, i leader si dividono tra Belem e Davos

di Matteo Tagliapietra

Le aperture quasi in contemporanea del World Social Forum di Belem (Brasile) e del Forum economico mondiale di Davos (Svizzera), in questi giorni, definiscono i contorni politici del Sud America evidenziando la spaccatura tra i due “blocchi”. Mentre infatti i capi di Stato di Bolivia (Evo Morales), Ecuador (Rafael Correa), Paraguay (Fernando Lugo) e Venezuela (Hugo Chávez) si riuniscono nel centro amazzonico brasiliano, il leader colombiano Alvaro Uribe e il suo collega messicano Felipe Calderón hanno raggiunto la Svizzera per il prendere parte al vertice economico di Davos. Al centro del dibattito nel Wsf, che si concluderà il primo di febbraio, ci sono la crisi economica mondiale, con particolare attenzione alle problematiche ambientali e alimentari.

Decine di migliaia di indigeni sono arrivati nella città che sorge sulla foce del Rio delle Amazzoni per rivendicare il loro diritto a esistere e per lanciare l’allarme sulle devastazioni in atto nell’area amazzonica per mano delle multinazionali del settore minerario. Se il forum si caratterizza per essere una manifestazione organizzata “dal basso”, non mancherà comunque un vertice di alto livello a cui prenderanno parte i capi di Stato presenti, che oggi si riuniranno per discutere delle possibili vie d’uscita dalla crisi internazionale prima della conferenza che avrà al centro proprio questo tema.

A rappresentare il subcontinente latinoamericano a Davos saranno invece, come detto Calderón e Uribe, ai quali si aggiungerà il sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri. Il capo di Stato messicano, nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa del suo Paese, ha sottolineato che la sua presenza al vertice mira a “eliminare le distorsioni dei media sulla situazione messicana, per rafforzare la posizione del Paese nei confronti degli investimenti internazionali”, mentre Uribe ha lanciato un richiamo agli investitori, sostenendo che non possono “tradire la Colombia”.

da www.ilvelino.it

mercoledì 28 gennaio 2009

Bolivia, referendum costituzionale: Evo vince ma perde consenso

di Matteo Tagliapietra

La Bolivia ha una nuova Costituzione, ma metà del Paese ha dimostrato di non volerla e il suo capo di Stato, Evo Morales, in pochi mesi ha perso parecchi punti di consenso. Questo il punto della situazione nel paese andino dopo che il referendum di ieri ha sancito, secondo gli ultimi dati disponibili, l’approvazione della nuova carta costituzionale con il 60 per cento dei voti. La Magna Carta voluta dal capo di Stato ha uno stampo apertamente indigenista e statalista, ma si scontra con il rifiuto di quattro regioni del Paese, Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija. Si tratta dei dipartimenti più ricchi del Paese che da oltre un anno guidano la rivolta autonomista contro il governo di La Paz. Qui il “no” ha vinto nettamente, con percentuali superiori al 60 per cento. Morales conferma la sua forza a La Paz, dove l’approvazione della Costituzione ha superato abbondantemente il 70 per cento e in generale nella zona occidentale del Paese.

Il risultato a livello nazionale lascia pensare però che le posizioni del capo di Stato non si siano rafforzate, dato che solo pochi mesi fa, in agosto, nel referendum confermativo aveva ottenuto il 67 per cento dei consensi. Rimane indispensabile per leader boliviano, nonostante i proclami di questi giorni, cercare una soluzione di compromesso con i prefetti “ribelli” che, fino ad oggi, hanno sempre dimostrato di rappresentare un fetta importante del Paese. Difficilmente infatti la volontà espressa da Morales di “imporre la Costituzione per decreto” potrà servire a far uscire la Bolivia dalla pericolosa situazione di stallo politico in cui è caduta da almeno un anno. Nessun dubbio invece sulla scelta dei boliviani in merito al secondo quesito referendario, relativo alle dimensioni massime dei latifondi: quasi l’ottanta per cento dei votanti ha infatti votato per il limite di cinquemila ettari. Per Evo la prossima sfida e quella della fine dell’anno, quando si terranno le elezioni anticipate in base ai dettami della nuova Costituzione.

da www.ilvelino.it

lunedì 26 gennaio 2009

Bolivia, referendum: “sì” a Costituzione in Paese diviso

di Matteo Tagliapietra

Il popolo boliviano, chiamato ieri alle urne per un referendum confermativo, ha detto “sì” alla nuova Costituzione di stampo “indigenista” voluta dal presidente Evo Morales. Ma la consultazione popolare ha reso evidente, ancora una volta, che il Paese andino è sempre più spaccato in due. Secondo le ultime proiezioni infatti il “sì” avrebbe ottenuto circa il 60 per cento dei voti, ma nelle quattro province - Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando - in cui è più forte l’opposizione autonomista al governo Morales il testo costituzionale sarebbe stato respinto con percentuali analoghe. Un risultato, in parte atteso, che fotografa la profonda divisione politica, territoriale e sociale che caratterizza il Paese.

Una volta di più a condividere il “cambiamento” voluto da Morales è però solamente una parte del Paese. Un aspetto che non può essere messo in secondo piano, tanto che lo stesso vice presidente Alvaro Garcia Liniera, nel corso della giornata elettorale, aveva evidenziato come, per essere considerata “completamente legittima”, la nuova Magna Carta avesse bisogno di ottenere l’approvazione di “tutti i dipartimenti”. Un atteggiamento di prudenza presto dimenticato dal governo, tanto che Morales, nella serata di ieri, dal balcone del Palacio Quemado di La Paz - la sede della presidenza - ha promesso di applicare la Costituzione in tutti i suoi aspetti, confermando la volontà di ovviare a un eventuale ostruzionismo del Parlamento alla sua applicazione con la forza dei decreti presidenziali.

“Qui finiscono il passato coloniale e il neoliberismo” ha annunciato Morales, aggiungendo “oggi non c’è stato nessun pareggio ma un chiaro vincitore: la Costituzione”. Conscio della sostanziale divisione del Paese il capo di Stato ha comunque segnalato la volontà di lavorare con tutte le parti politiche per affrontare la difficile sfida rappresentata dall’applicazione del novo testo costituzionale, ammettendo che per questo sarà necessaria un’intesa con i prefetti oppositori e anticipando la volontà di creare un “Consiglio per le autonomie”. I risultati definitivi sono attesi non prima del 20 di febbraio, ma le prime certezze sono arrivate già nella notte, e, nonostante la presenza di trecento osservatori internazionali, il fronte del “no” è tornato ieri a segnalare il pericolo di frodi. Il leader del Comitato civico di Santa Cruz, il cuore del popolo autonomista, Branko Marinkovic, ha attaccato: “A questo processo elettorale mancano le garanzie di trasparenza necessarie”.

Il nuovo testo costituzionale, che aveva subito numerosissime modifiche dopo l’approvazione dell’Assemblea costituente, alla fine del 2007, nel corso del lungo braccio di ferro con l’opposizione autonomista, cambia volto all’impianto istituzionale del Paese. L’impronta fondamentale è quella “indigenista”: non solo viene riconosciuta l’autonomia dei popoli originari, ma ne garantisce una presenza in molti casi maggioritaria a tutti i livelli. Secondo la nuova Magna Carta del paese andino, infatti, la Bolivia è uno stato unitario ma plurinazionale, che si fonda sul “pluralismo politico, economico, giuridico, culturale e linguistico”. Grande valore viene dato anche al riconoscimento del diritto fondamentale ai servizi primari, alla “laicità” dello Stato, che pur riconosce e rispetta la libertà religiosa, e all’elezione diretta dei componenti del potere giudiziario. Un aspetto, quest’ultimo, che ha portato una buona fetta della categoria ad avvicinarsi alle posizioni del “no” per il timore che la riforma possa indebolire in maniera considerevole l’autonomia della magistratura.

Nelle urne i boliviani hanno inoltre anche trovato un secondo quesito riguardante le dimensioni della proprietà terriera. Gli elettori chiamati ad esprimersi, in questo caso quasi quattro milioni hanno scelto con una larga maggioranza, circa il 70 per cento, la riduzione delle dimensioni massime di una proprietà terriera a cinquemila ettari. Di grande importanza inoltre l’introduzione della possibilità di una seconda rielezione per il capo di Stato. Il prossimo passo per Morales, secondo quanto sostenuto dal presidente negli ultimi mesi, sarà proprio il ritorno alle urne entro la fine dell’anno per nuove elezioni politiche basate sui principi contenuti nel testo costituzionale approvato ieri.

da www.ilvelino.it

giovedì 22 gennaio 2009

Bolivia, referendum: ecco cosa si voterà domenica

di Matteo Tagliapietra

Cresce l’attesa per il referendum costituzionale che si terrà domenica in Bolivia. Si tratta dell’ultimo passaggio di un processo che ha duramente diviso il paese sudamericano e che dovrà certificare le ambizioni riformatrici del presidente Evo Morales. Il consenso ottenuto dal capo di Stato nel referendum revocatorio dello scorso anno, oltre il 60 per cento di voti favorevoli, lascia pensare che la Costituzione possa contare su una solida maggioranza, ma l’applicazione dei principi che ne compongono la struttura portante potrebbe rivelarsi piuttosto complessa. Il documento approvato, composto da oltre quattrocento articoli, prevede una ridefinizione della proprietà privata, riconosciuta solo se non “ne sia fatto un uso contrario agli interessi collettivi”, la possibilità di rielezione per due mandati di cinque anni del presidente e il riconoscimento del diritto fondamentale ai servizi primari.

Secondo la nuova Magna Carta del paese andino, la Bolivia è uno stato unitario ma plurinazionale, che si fonda sul “pluralismo politico, economico, giuridico, culturale e linguistico”, con una particolare attenzione ai diritti di autodeterminazione e autogoverno delle comunità indigene che avranno la possibilità di eleggere una propria rappresentanza a livello nazionale. Su di loro infatti, che rappresentano una larga maggioranza della popolazione boliviana, si fonda la forza elettorale del capo di Stato, indigeno ed ex sindacalista dei coltivatori di coca. Il nuovo testo, che nel corso delle lunghissime trattative degli ultimi mesi con gli autonomisti ha subito oltre cento modifiche, rifiuta inoltre la presenza di basi militari straniere nel territorio boliviano e stabilisce il riconoscimento di un sostegno economico a studenti e anziani. Una questione particolarmente delicata è quella legata all’elezione diretta dei componenti del potere giudiziario: una possibilità che ha portato una buona fetta della categoria ad avvicinarsi alle posizioni del “no” per il timore che la riforma possa indebolire in maniera considerevole l’autonomia della magistratura.

da www.ilvelino.it

Bolivia, referendum: la nuova Carta tra tensioni e speranze

di Matteo Tagliapietra

A più di un anno dalla contestata approvazione da parte dell’Assemblea costituente, per la nuova Magna Carta boliviana arriva il momento decisivo. Domenica infatti il testo costituzionale sarà sottoposto al vaglio dei cittadini del paese andino. La Bolivia vive per questo un clima di fortissima tensione, frutto di un anno segnato dalla violenza e dalla contrapposizione sempre più forte tra il governo del presidente Evo Morales, che oggi celebra il suo terzo anno come capo di Stato, e l’opposizione parlamentare e locale. Negli ultimi giorni alla violenza dei proclami, lanciati nel corso delle manifestazioni organizzate dai due fronti elettorali, si sono accompagnati scontri fisici tra i sostenitori del presidente e dell’opposizione. Morales, nel corso di un discorso nella città di Santa Cruz, cuore dell’opposizione autonomista al suo governo, è tornato a chiedere al cardinale Julio Terrazas, vicino al fronte del “no”, di ammettere il ruolo svolto dalla Chiesa nella stesura del testo costituzionale.

Secondo quanto riferito dal suo vice, Alvaro Garcia Linera, la Chiesa avrebbe infatti lavorato fianco a fianco con il governo nella redazione degli articoli relativi alla religione e all’educazione. Il capo di Stato ha invitato i ministri di tutti i culti cristiani a “lavorare per i poveri” sottolineando come la nuova Costituzione “garantisce la libertà religiosa”. Dura la risposta arrivata dal governatore di Santa Cruz Ruben Costas, uno dei leader degli autonomisti, che ha chiamato i boliviani a “difendere la religione cattolica” contro la riforma “indigena” promossa da Morales e dal suo partito, il Mas. Nelle scorse settimane il ruolo delle istituzioni religiose era stato al centro di un dibattito dai toni molto accesi, per la presenza del cardinale a una messa organizzata dal fronte del no, per alcune pubblicità dai toni forti su radio e cartelloni (“Scegli Dio vota per il no” ripeteva uno slogan radiofonico”), ma soprattutto per un documento della Conferenza episcopale nel quale si analizzavano pro e contro del nuovo testo costituzionale.

Oggi sarà la giornata di chiusura della campagna referendaria: Morales parlerà nel corso di una manifestazione organizzata a Cochabamba nel pomeriggio, mentre l’atto conclusivo della campagna per il “no” si terrà a Santa Cruz. Sono forti i dubbi, tuttavia, sull’effettiva conoscenza del quesito referendario da parte dei cittadini: secondo alcuni sondaggi apparsi sui media boliviani meno del trenta per cento dei cittadini sarebbe a conoscenza dei contenuti del nuovo testo costituzionale, rendendo determinante la presa di posizione dei propri referenti politici e sociali a discapito del voto consapevole. Un fattore sul quale giocano molti entrambi i fronti che hanno basato la propria campagna sulla polarizzazione dello scontro e sulla identificazione degli elettori in una serie di valori di riferimento.

da www.ilvelino.it

mercoledì 21 gennaio 2009

Viaggi/Bolivia: il paradiso mancato





Se non fosse per il sole che picchia senza tregua, il vento che nel pomeriggio soffia tanto forte da cancellarti anche i pensieri, l'aria rarefatta dei 4mila metri che ti toglie il respiro e il freddo glaciale delle sue notti l'altopiano boliviano sarebbe davvero un paradiso.




Attraversarlo, partendo dal Cile per arrivare alla triste cittadina dell'incredibile e immenso Salari, Uyuni, è un'emozione continua che ti fa restare a bocca aperta e con gli occhi sbarrati. Le sue lagune hanno mille colori, tra i verde il blu, il bianco e il rosso, così come la sabbia e le montagne che lo circondano.






Discorso a parte per i fenicotteri che popolano ogni specchio d'acqua e che quando spiccano il volo in gruppo fanno il mondo tutto rosa.





qui un video di quel che ci siamo trovati davanti: http://www.youtube.com/watch?v=MhxR5VUQOFI

Venezuela, lacrimogeni e molotov a manifestazione studenti

di Matteo Tagliapietra

È finita tra i fumi dei gas lacrimogeni e i getti d’acqua degli idranti la manifestazione studentesca che ieri ha portato in piazza, nella capitale venezuelana Caracas, alcune migliaia di giovani per protestare contro il referendum costituzionale sulla possibilità di rielezione indefinita delle cariche pubbliche, promosso dal governo. Al grido di “no è no” (in riferimento alla bocciatura già ricevuta da un più ampio progetto di riforma costituzionale bocciato dai venezuelani nel dicembre 2007) gli studenti hanno dato vita alla marcia nonostante la mancata autorizzazione del Comune e del ministero degli Interni al percorso del corteo. I manifestanti avrebbero voluto raggiungere la Corte suprema di Giustizia, ma le forze dell’ordine li hanno bloccati poco dopo la partenza. Parole forti sono arrivate dal capo di Stato Hugo Chavez che ha invitato i suoi sostenitori a “non lasciare le strade nelle mani dei figli della borghesia”.

Nel corso degli scontri, secondo quanto riferito successivamente dal ministro degli Interni Tareck El Aissami, cinque persone sono state arrestate perché coinvolte a vario titolo in atti violenti. Tra questi un camionista che è stato fermato con un mezzo carico di bombe molotov, pietre e benzina, e che ha detto di essere stato pagato dalle organizzazioni studentesche. Il ministro ha sottolineato come siano stati garantiti agli arrestati tutti i diritti costituzionali e come si trovano in perfetto stato di salute, mentre i loro legali sostengono di non aver potuto comunicare con i detenuti per ore e che questi sono stati ripetutamente picchiati. Alcuni media vicini all’opposizione riportano numerose testimonianze di manifestanti che accusano le forze dell’ordine di aver costruito una sorta di “trappola” introducendo nel furgone le bombe artigianali e la benzina e di aver tentato di riprendere l’immagine con telefoni cellulari, che sono stati poi sequestrati dalla polizia.

da www.ilvelino.it

martedì 20 gennaio 2009

America latina: Uribe, Lula e Correa i leader più amati

di Matteo Tagliapietra

Il presidente colombiano Alvaro Uribe e i suoi colleghi Luiz Inacio Lula da Silva (Brasile) e Rafael Correa (Ecuador) sono i capi di Stato latinoamericani più amati dai loro cittadini. Secondo un’indagine elaborata dalla società messicana Consulta Mitofsky, infatti, raggiungono un indice di gradimento del 70 per cento, staccando nettamente i loro colleghi del continente. Il primo tra gli “inseguitori” è il “caudillo” venezuelano Hugo Chavez, al 64 per cento, seguito dal messicano Felipe Calderon (62 per cento), dal paraguaiano Fernando Lugo (60 per cento), dal boliviano Evo Morales e dal salvadoregno Antonio Saca (entrambi al 56 per cento). Questi ultimi hanno ottenuto lo stesso risultato del presidente entrante degli Stati Uniti Barack Obama, mentre il suo predecessore George Bush è agli ultimi posti con appena il 27 per cento.

Appena sotto il 50 per cento dei consensi si trovano il presidente uruguaiano Tabaré Vazquez (49 per cento) il capo di Stato di Panama Martin Torrijos e la sua collega cilena Michelle Bachelet (al 46 per cento), il leader guatemalteco Alvaro Colom (45 per cento) e il presidente del Costarica Oscar Arias (44 per cento). Continuando la discesa si incontrano leader dominicano Leonel Fernandez e quello del Nicaragua Daniel Ortega con il 38 per cento, seguiti dal primo ministro canadese Stephen Harper al 36 per cento. Nella zona bassa della classifica ci sono infine la “presidenta” argentina Cristina Kirchner (28 per cento), che supera di un solo punto percentuale Bush, l’honduregno Manuel Zelaya e il capo di Stato peruviano Alan Garcia (entrambi al 25 per cento).

La società messicana analizza anche dati relativi ad otto paesi di altre regioni del mondo, tra questi l’Italia, dai quali risulta che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi gode di un’approvazione da parte dei cittadini italiani del 58 per cento. Un dato inferiore, tra gli otto leader selezionati, solo a quello del suo collega australiano Kevin Rudd, che raccoglie il 70 per cento dei consensi, e nettamente superiore al risultato ottenuto dal leader spagnolo Luis Zapatero (50 per cento) e dal presidente francese Nicolas Sarkozy (41 per cento).

da www.ilvelino.it

Viaggi/Cile: deserto di Atacama





Arriviamo distrutti in questo paesino di quattro strade, in terra, tanta polvere e molti "sola". Tutto e´caro come neanche a Santiago e dopo una caccia all´ostello ci fermiamo in un posto tra i più brutti del nostro viaggio, ma dalle tariffe accessibili rispetto agli altri. Tutto dovuto al fatto che è l´unica via di accesso ad un deserto incantato che offre scenari davvero stupendi, un caldo mortale, e la sensazione di essere atterati su un altro pianeta.




Visitamo la Valle della Muerte e quella de la Luna. Soprattutto la seconda lascia letteralmente a bocca aperta per i colori e per la sensazione di spazio indefinito intorno.










Viaggi/Cile: frammenti di Santiago




Istantanee da Santiago de Chile



lunedì 19 gennaio 2009

Venezuela -Usa: Chavez, è già polemica con Obama




di Matteo Tagliapietra

L’arrivo alla Casa Bianca del nuovo presidente Barack Obama non sembra destinato a cambiare le relazioni tra Usa e Venezuela. Nel corso di un’intervista all’emittente di lingua spagnola Univision Obama ha infatti contestato al leader venezuelano Hugo Chávez di essere un “ostacolo” per lo sviluppo dell’America Latina ed espresso preoccupazione per il sostegno offerto da Caracas ai guerriglieri colombiani delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia). Un attacco mal digerito dal leader venezuelano che ha subito risposto, denunciando li timore che Obama possa essere “una delusione per il suo popolo e per il mondo”. Chávez contesta il fatto che il nuovo presidente Usa lo consideri un ostacolo perché “quando dice questo sta sostenendo che bisogna togliermi di mezzo”. “Signor Obama - ha aggiunto - è già un bel po’ di tempo che non siamo più una colonia”.

Il realtà presidente eletto degli Usa ha poi aggiunto che il Venezuela è un paese di importanza cruciale nel commercio della regione, un importante produttore di petrolio, e ha ribadito la volontà statunitense di migliorare le relazioni tra i due Paesi. Il neo presidente ha poi parlato dei rapporti con Cuba, sottolineando come gli Stati Uniti siano pronti a riaprire un dialogo con l’Avana, se l’isola lavorerà allo sviluppo delle libertà personali dei suoi cittadini, a ridurre le restrizioni sui viaggi e le rimesse tra i due Paesi, ma non a sospendere l’embargo. Nella prima intervista in cui ha affrontato la questione relativa alle relazioni con l’America Latina, Obama ha colto l’occasione per esprimere il proprio apprezzamento per il capo di Stato messicano Felipe Calderón per aver affrontato il problema del narcotraffico in una maniera che “non ha precedenti” rischiano in prima persona e sottolineando come abbia “bisogno del nostro appoggio”.

Obama ha poi parlato del Vertice delle Americhe organizzato dall’Osa (Organizzazione degli stati americani) previsto per il prossimo aprile a Trinidad e Tobago. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha detto anticipato la parte della sua posizione sostenendo che la responsabilità degli Usa “non è quella di decidere le politiche degli altri paesi ma trovare la maniera di cooperare nel raggiungimento di interessi reciproci”.

da www.ilvelino.it

Questo folle sentimento che...


Una normale domenica di follia quella che ci troviamo ad affrontare scalando il cerro di San Cristobal, per raggiungere il santuario che domina la città. Intorno a noi infatti centinaia di ragazzi, capelli colorati, piercing, tatuaggi, magliette di gruppi metal, scalano la “vetta” guidati da uno di loro che li incita con un megafono, seguito da una immensa croce sotto la quale soffrono alcuni tra i i più atletici. Si tratta di un pellegrinaggio verso il santuario di san Colombano, al quale partecipano migliaia di persone provenienti da tutto il Paese. Fa un effetto strano vedere tanti giovani e giovanissimi, che difficilmente in Italia si avvicinerebbero ad una chiesa, pronti a farsi trascinare in uno stati di “estasi mistica” che li porta lontanissimo, molto più di quanto non riescano a fare le droghe chimiche di cui abusano molti loro coetanei.

Viaggi/Cile: Deliri coreani



Uomini sardina, opere d'arte d'incenso che durano una giornata, installazioni immense, poliziotti di ceramica, Giovanni Paolo II e Bach in chiave pop. Di tutto un po' in questa collettiva di artisti coreani che occupa nei giorni della nostra presenza a Santiago il museo di arte contemporanea della capitale cilena. Usciamo dall'edificio con un mix di inquietudine, divertimento e disgusto.



domenica 18 gennaio 2009

Viaggi/L'inizio: Santiago de Chile




Un arrivo “soft”, tanto che per renderci conto del fatto di essere arrivati in Sudamerica ci vuole un po'. Una “succursale” europea, anche a livello di prezzi, ricca di spunti culturali e mangerecci, ma un po' troppo fredda per soddisfare la nostra voglia di immergerci nel mondo latinoamericano. Tra le curiosità di questa enorme capitale il biglietto della metropolitana a prezzo “differenziato” a seconda degli orari, lo sterminato numero di università e di liceali costrette in divise che farebbero impazzire qualsiasi feticista e un mercato immenso in cui perdersi in pesci dalle dimensioni e dai colori davvero impressionanti.

Cambio di rotta

Dopo un anno di America Latina e qualcosa di più di www.insudamerica.com , il lavoro e la vita ci riportano, per lo meno momentaneamente, in Italia.
In questo momento di cambiamento abbiamo deciso di cambiare anche dal punto di vista "virtuale" creando questo blog che, per il momento, andrà "in paralello" con il nostro sito.
Con gran dispendio di tempo ed energie proveremo a trasferire qui almeno una parte dell'archivio del nostro sito, anche se la cronologia dei post andrà ovviamente a farsi benedire, partendo da viaggi e foto per poi arrivare alle news.
E vidiamo cosa succede