lunedì 30 marzo 2009

Argentina-Gb, Brown: Sovranità su Falkland non è in discussione

La Gran Bretagna non ha intenzione di rimettere in discussione la sovranità delle isole Falkland-Malvinas davanti alle richieste argentine, per lo meno “fino a quando non lo chiederanno gli abitanti dell’isola”. Questa la posizione di Londra, espressa dal primo ministro Gordon Brown al capo di Stato argentino Cristina Fernandez Kirchner, nel corso della riunione che li ha visti protagonisti nel fine settimana in Cile, in occasione del Vertice del leader progressisti di Viña del Mar. La “presidenta” argentina, ha segnalato il ministro degli Esteri di Buenos Aires Jorge Taiana, ha “ribadito con chiarezza e fermezza la necessità che la Gran Bretagna compia quanto richiesto dall’Onu e apra un negoziato che risolva il conflitto relativo alla sovranità sull’arcipelago”. Taiana ha poi aggiunto che la Kirchner ha definito “un’arcaica comunità coloniale” la presenza britannica nell’arcipelago del Pacifico, mentre Brown, secondo quanto ha scritto il Times ha sostenuto che in merito alle Falkland “non c’è nulla da discutere”.

La “presidenta” sarebbe poi tornata sull’argomento nel corso del vertice, ironizzando sul fatto come “quando i potenti non rispettano le decisioni delle Nazioni Unite non succede nulla”. Altro motivo di contrasto è stata la richiesta di Buenos Aires di ottenere che i familiari dei morti argentini nella guerra del 1982 siano autorizzati a visitare il cimitero di Darwin per inaugurare un monumento ai caduti. Una richiesta a cui Londra ha risposto insistendo con l’Argentina perché consenta ai voli diretti alle isole, provenienti dal Cile, di sorvolare il proprio territorio, cosa attualmente proibita da Buenos Aires. La questione Falkland-Malvinas ha comunque occupato una parte della lunga riunione, nel corso della quale i due leader si sono concentrati sulla ricerca di posizioni comuni in vista del vertice del G20 che inizierà questa settimana a Londra. Tra i due governi sembra esserci intesa sulla necessità di rafforzare il commercio mondiale attraverso la concessione di finanziamenti, la riforma degli organismi di credito internazionali e un maggiore presenza dello Stato nei mercati. (mat)

da www.ilvelino.it

Colombia, sciame api attacca tifosi durante partita di calcio



Un incontro di campionato sospeso, stadio evacuato e almeno 15 persone costrette a ricorrere alle cure mediche. Non si tratta del bilancio di uno scontro fra tifoserie particolarmente violente, ma dell'attacco portato da uno sciame di api nello stadio Eduardo Santos di Santa Marta, in Colombia. Al trentacinquesimo minuto del primo tempo, mentre l'Union Magdalena stava vincendo uno a zero contro il Barranquilla FC, lo sciame, forse infastidito dal rumore e dal movimento dei tifosi, ha lasciato l'alveare cresciuto tra due colonne della struttura e hanno dato l'assalto ai tifosi di una delle due tribune che, spaventati, si sono dati alla fuga. Il movimento improvviso della massa di tifosi ha fatto temere il peggio, mentre la polizia cercava di aiutare i presenti a evacuare lo stadio e gli insetti colpivano senza fare nessuna discriminazione adulti, bambini anziani e anche alcuni giocatori della squadra ospite. Quindici di loro sono stati costretti a ricorrere alle cure mediche e lo stadio rimarrà chiuso fino a quando pompieri e polizia non provvederanno a rimuovere l'alveare. La partita dovrebbe essere recuperata nella giornata di oggi, api permettendo. (mat)

da www.ilvelino.it

venerdì 27 marzo 2009

Cile, a Viña del Mar vertice mondiale dei leader progressisti

Si aprirà oggi a Viña del Mar, località cilena circa cento chilometri a ovest di Santiago, il vertice dei leader progressisti che vedrà la presenza di uomini politici provenienti da America Latina, Europa e Stati Uniti. Tra i presenti i capi di Stato di Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, Argentina, Cristina Fernandez Kirchner, Uruguay, Tabaré Vazquez, e Cile, Michelle Bachelet, il vice presidente americano Joe Biden, i leader di governo José Luis Rodriguez Zapatero (Spagna) e Gordon Brown (Gran Bretagna) e una delegazione italiana composta dal segretario del Pd Dario Francescini, Francesco Rutelli, Rutelli, Franco Danieli, Gianni Vernetti e Lapo Pistelli. Il dibattito, a meno di una settimana dal summit del G20 di Londra, sarà focalizzato sulla crisi finanziaria internazionale. I partecipanti dovrebbero chiudere il vertice con una dichiarazione comune mirata ad affrontare l’ipotesi di una riforma degli organismi di credito internazionale che ne riveda priorità e ruolo, sostenere interventi pubblici a difesa delle fasce più deboli, suggerire politiche di sviluppo sostenibile.

L’obiettivo è quello di costruire una posizione il più possibile condivisa da tutto il fronte progressista in merito alle politiche di breve, medio e lungo periodo che consentano all’economia mondiale di uscire rapidamente dalla crisi finanziaria che l’ha travolta, senza sacrificare le fasce sociali più in difficoltà. Non mancheranno, a margine della riunione, una serie di incontri bilaterali e tra i leader più attivi ci sarà il capo di Stato argentino Cristina Fernandez Kirchner, che dovrebbe incontrarsi con il vicepresidente americano Biden e con il primo ministro inglese Brown. Con il primo la “presidenta” spera di trovare un’intesa sulla proposta argentina di intervenire in maniera forte sul sistema del credito internazionale.

È questo un tema molto sentito da Buenos Aires che vive un rapporto non facile con alcuni organismi finanziari transnazionali dopo il crack del 2001. Anche per questo il governo argentino chiede a Washington di guardare con maggiore attenzione alla regione latinoamericana, soprattutto dal punto di vista finanziario. La Kirchner dovrebbe riunirsi anche il presidente del governo spagnolo Zapatero e con il primo ministro inglese Gordon Brown, per cercare di aprire un dialogo sull’annosa questione delle isole Falkland-Malvinas. Buenos Aires aveva minacciato di denunciare di Londra a qualsiasi confronto sul tema, nientemeno che al cospetto della riunione del G20. (mat)

da www.ilvelino.it

Argentina, Cristina vince anche al Senato: al voto il 28 giugno

Con una maggioranza più ampia del previsto, 42 voti contro 26, il Senato argentino ha dato il via libera alle elezioni anticipate. La proposta, presentata dal capo di Stato Cristina Fernandez Kirchner, porterà il paese alle urne il prossimo 28 giugno invece che nella quarta domenica di ottobre, come previsto inizialmente. Un successo della “presidenta” che in meno di due settimane, da quando ha lanciato la proposta, è riuscita non solo a ottenere il via libera da entrambe le Camere, ma anche di dimostrare che la maggioranza che la sostiene rimane solida: la legge è passata infatti con il voto di tre senatori in più rispetto ai 39 di cui si compone la coalizione che appoggia il governo. La scelta di anticipare il voto era stata presentata come necessaria per impedire al paese, esposto come tutti agli effetti della crisi finanziaria internazionale, di allungare i tempi della polemica politica perdendo energie nella campagna elettorale. Le opposizioni avevano contestato l'annuncio denunciando la preoccupazione del governo di arrestare una popolarità segnalata in calo.

La decisione presa dal Senato apre ora, all’interno di maggioranza e opposizione, una fase di confronto dai tempi serrati, dato che avranno a disposizione poco più di un mese per raggiungere intese elettorali efficaci e presentare le proprie liste. Una mossa rischiosa, quella della Kirchner, che trasforma il voto in una sorta di plebiscito sulla sua azione politica e su quella del suo governo, ma che le consente di accorciare i tempi riducendo l’effetto elettorale della crisi finanziaria mondiale. L’attenzione del mondo politico si concentra ora sull’area chiave per il successo nel voto di giugno: Buenos Aires. L’area urbana della capitale raccoglie un larga fetta dell’elettorato di tutto il Paese e sarà quindi l’epicentro dello scontro. Qui la coalizione che sostiene il capo di Stato dovrebbe mettere in gioco l’ex presidente, oggi leader del partito giustizialista, Nestor Kirchner, mentre tra le fila dell’opposizione continuano le trattative tra i radicali dell’Ucr, la Coalicion Civica di Elisa Carrió e il Pro del sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri. I cittadini argentini avranno la possibilità di rinnovare una parte delle Camere eleggendo 127 deputati e 24 senatori. (mat)

da www.ilvelino.it

Perù, migliaia in piazza per sostenere Fujimori

Alcune migliaia di cittadini peruviani sono scesi in piazza, mercoledì sera, per sostenere l'innocenza dell'ex presidente Alberto Fujimori, attualmente sotto processo con l'accusa di violazione dei diritti umani, e di aver ordinato massacri e sequestri. La procura ha chiesto per lui una condanna a 30 anni di carcere, ritenendo che l'ex presidente sia il diretto mandante di due massacri perpetrati da militari e paramilitari contro presunti sovversivi, che causarono la morte di 25 persone, e del sequestro di un giornalista e un imprenditore. Fujimori si è difeso dalle accuse sostenendo che il quadro normativo in vigore all'epoca delle azioni, l'inizio degli anni '90, non gli consentiva di decidere interventi di questo tipo. La manifestazione ha assunto però anche un forte valore politico per la presenza della figlia dell'ex capo di Stato, Keiko, probabile candidata alla presidenza nel 2011. Dirigendosi ai manifestanti la figlia di Fujimori, attualmente parlamentare, ha sottolineato come “la vostra presenza sia la dimostrazione che il fujimorismo è vivo” per poi aggiungere che “non esiste nessuna prova contro mio padre e non ci potrà essere perché è innocente” e invitare alla reazione “democratica” i presenti, in caso di condanna. A sfilare per le strade della capitale riservisti dell'esercito, membri delle “ronde contadine” alleate delle forze armate nella lotta al terrorismo e familiari delle vittime della violenza di gruppi armati come il sanguinario Sendero Luminoso. (mat)

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Messico, Clinton: Usa avidi di droga ma sconfiggeremo i cartelli

di Matteo Tagliapietra

I cartelli della droga sono destinati a “fallire”, nonostante la “fame “insaziabile” di sostanze illegali dei cittadini statunitensi. Lo ha sostenuto ieri, poco dopo il suo arrivo a Città del Messico, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, nel corso di una conferenza stampa con il presidente messicano Felipe Calderón. La visita della Clinton nel paese vicino è la prima di una serie di missioni che prepareranno il terreno per l’arrivo, il prossimo 16 aprile, del capo di Stato Barack Obama. Nel corso dell’incontro con la stampa il segretario di Stato Usa ha ammesso la responsabilità degli Stati Uniti nel fomentare il traffico di stupefacenti con una fame “insaziabile” di droghe, ma ha ribadito che il suo Paese è pronto a lanciare una nuova e vasta offensiva che porterà i cartelli della droga al “fallimento”. Washington ha recentemente annunciato un nuovo piano d’intervento che prevede un fortissimo investimento economico e il sostegno alla guerra contro i “narcos” condotta dal governo di Calderón, che prevedere anche l’apertura di un ufficio per la collaborazione bilaterale in Messico e il finanziamento dell’acquisto di elicotteri BlackHawk.

La Clinton ha anche ammesso “l’incapacità” statunitense nel intervenire in maniera efficace contro il contrabbando di armi che dagli Usa raggiungono le organizzazioni criminali messicane, accettando così le accuse lanciate dal governo messicano, che ritiene il controllo operato da Washington in questo ambito troppo “morbido”. “La nostra incapacità di evitare che le armi siano introdotte illegalmente attraverso la frontiera per finire nelle mani dei narcotrafficanti – ha spiegato la Clinton - causa la morte di poliziotti, militari e civili”. Sul tema era intervenuto martedì anche il presidente americano Barack Obama, che aveva garantito la volontà del suo governo di lottare “spalla a spalla” con quello messicano contro il traffico di sostanze stupefacenti. Il segretario di Stato ha inoltre ribadito che il vincolo tra i due Paesi è “solido” e “più forte di qualsiasi minaccia”.

Un messaggio che arriva nel momento in cui le relazioni tra i due paesi sono attraversate da qualche tensione. La scorsa settimana il Messico ha deciso di elevare dazi all’importazione di una novantina di prodotti provenienti dagli Stati Uniti, come risposta a un provvedimento licenziato dal Congresso nella legge di bilancio. Si tratta di una norma che di fatto limita la possibilità di libera circolazione dei camion messicani sul territorio statunitense e che il paese latinoamericano ha denunciato essere una violazione del Trattato di libero commercio dell’America del Nord.

da www.ilvelino.it

lunedì 23 marzo 2009

Chavez: Obama “ignorante”, “ostacolo a sviluppo America Latina”



Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama? Un “povero ignorante” che deve “leggere di più” per capire la realtà latinoamericana. Gli Stati Uniti? “I veri terroristi”. Dalla sua trasmissione televisiva domenicale Alò presidente il leader venezuelano Hugo Chavez è tornato ieri all’attacco dell’”impero nordamericano”, rispondendo alle accuse mosse da Obama. Il titolare della Casa Bianca, ha spiegato Chávez, ha accusato il Venezuela di esportare il terrorismo e di frenare lo sviluppo dell’America Latina. Una accusa che il leader bolivariano rimanda al mittente: "Che ignoranza. L'ostacolo è stato l'impero che lei presiede", ha detto. Con un sorriso sornione Chávez ha poi rivelato che l’elezione di Obama gli era sembrato un segnale importante e che a una settimana dal suo insediamento aveva pronta la lettera di nomina del nuovo ambasciatore venezuelano a Washington, per mandare un “segnale” di distensione, ma che le dichiarazioni del leader statunitense lo hanno portato a “rimetterla nel cassetto”.

Il governo di Caracas aveva espulso l’ambasciatore americano lo scorso settembre e Washington aveva risposto con una misura analoga. Tra gli applausi del pubblico presente, il leader venezuelano ha poi aggiunto con fare minaccioso che il suo Paese è pronto ad affrontare “l’impero americano su qualsiasi terreno”, ribadendo che “noi chiediamo solamente rispetto e non ci inginocchieremo davanti a nessuno”. Nel corso del suo intervento fiume Chávez ha anche espresso un forte ringraziamento al governo cinese per l’appoggio garantito al piano di sviluppo ferroviario del governo, avviato ieri; secondo il leader venezuelano gli Usa dovrebbero prendere esempio da Pechino che “per essere una grande nazione non ha bisogno di essere un impero”.

Chavez e Obama di incontreranno per la prima volta nel corso del vertice delle Americhe che si terrà dal 17 aprile a Trinidad e Tobago, occasione in cui Chavez chiederà, ha ripetuto ieri, che Cuba torni a far parte di queste riunioni e che si ponga fine a un “embargo criminale” contro l’isola, aggiungendo che “se il governo americano vuole veramente cambiare il livello delle relazioni con l’America Latina deve rispettare tutti alla stessa maniera, a cominciare dal governo cubano”. Il leader venezuelano, prima di prendere parte al summit di Trinidad e Tobago, la prossima settimana prenderà parte in Qatar al vertice tra paesi sudamericani e arabi. (mat)

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Argentina, tensione alta per lo sciopero degli agricoltori

La tensione torna ai massimi livelli in Argentina dopo che, sabato, i produttori agricoli hanno deciso di proclamare lo sciopero generale per una settimana, fermando la commercializzazione di granaglie e carne e dando vita ad almeno una cinquantina di blocchi stradali in tutto il Paese. Una nuova sfida lanciata alla “presidenta” Cristina Fernandez Kirchner, con la quale sono impegnati in un braccio di ferro che dura da oltre un anno. Oggetto del contendere è soprattutto il livello delle imposte sull’esportazione di alcuni prodotti agricoli e in particolare sulla soia, che occupa circa il 50 per cento dei terreni coltivati. Da un mese le due parti erano tornate a confrontarsi e Buenos Aires aveva fatto alcune concessioni, rifiutandosi però di intervenire sulla soia: una presa di posizione che ha portato gli agricoltori a cercare, con il sostegno dell’opposizione, di proporre il tema in Parlamento. La bocciatura dell’iniziativa legislativa, la maggioranza ha fatto mancare il quorum, ha quindi spinto i produttori ha scegliere la strada dello sciopero e, soprattutto, dei blocchi stradali che già lo scorso anno avevano paralizzato il paese per quattro mesi.

I rallentamenti del traffico sono stati fortissimi in diverse regioni, dove i produttori hanno alternato il blocco completo della circolazione a controlli sul carico di tutti i mezzi pesanti. Una scelta che ha provocato, come già accaduto in passato, la dura reazione dei camionisti, facendo crescere in maniera esponenziale la tensione tra le due categorie. I trasportatori hanno infatti dato vita a un’iniziativa analoga in diverse zone, bloccando l’accesso ai centri urbani per impedire il passaggio ai mezzi degli agricoltori che portavano il raccolto agli stabilimenti di lavorazione. I produttori però sembrano decisi a continuare sulla linea dura, come dimostra il rifiuto di rimuovere un blocco stradale al confine tra le province del Chaco e di Santa Fe, nonostante l’ordinanza arrivata da un giudice federale. I rappresentanti del settore, specificando che i blocchi stradali non impediscono il passaggio di auto e pullman, hanno anche denunciato l’intervento delle forze dell’ordine segnalando il pericolo che azioni di questo tipo possano portare a reazioni violente da parte degli scioperanti. (mat)

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Ecuador, Correa conferma la “dollarizzazione” dell’economia

l presidente dell’Ecuador Rafael Correa ha confermato ieri, nel corso di un’intervista televisiva, l’intenzione di mantenere la “dollarizzazione” dell’economia introdotta dal paese latinoamericano nel 2000. Il capo di Stato ha sostenuto che, nonostante la crisi finanziaria mondiale, la moneta di scambio nel paese rimarrà il dollaro statunitense e ha difeso le limitazioni imposte alle importazioni recentemente introdotte. La risalita della moneta statunitense sulle valute regionali ha portato l’Ecuador ha perdere, inevitabilmente, competitività e il crollo del prezzo del greggio ha complicato ancora di più le cose. Una situazione che alcuni studi internazionali segnalano come a forte rischio di collasso finanziario, se Quito non interverrà pesantemente sulla spesa pubblica, ipotesi che difficilmente Correa prenderà in considerazione a un mese dalle elezioni presidenziali anticipate. Il leader ecuadoriano ha poi sottolineato come il suo paese rinuncerebbe al dollaro solo per passare a una moneta “regionale” come l’euro che “potrebbe essere una soluzione a medio e lungo termine”. (mat)

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Colombia, Farc: fucilati guerriglieri che hanno sepolto leader

- I quattro guerriglieri delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) che hanno sepolto il leader Manuel “Tirofijo” Marulanda, morto per arresto cardiaco nel marzo del 2008, sarebbero stati uccisi dai loro stessi compagni per preservare il segreto del luogo di sepoltura. Lo scrive il quotidiano colombiano El Tiempo che dedica un ampio reportage alla ricerca del corpo di Marulanda nelle regioni del sud Meta e Caquetá, dove il leader aveva dato inizio alla storia del gruppo quasi mezzo secolo prima e dove avrebbe trascorso gli ultimi mesi della sua vita. Secondo quanto racconta la guerrigliera “Berta”, compagna di uno dei presunti responsabili della sepoltura, la decisione di uccidere i quattro militanti che hanno accompagnato “Tirofijo” nel suo ultimo viaggio sarebbe stata presa da “Sandra”, la compagna del leader.

Dal maggio scorso, quando le Farc hanno reso pubblica la notizia della morte di Marulanda, le forze armate hanno avviato un’intesa ricerca del luogo di sepoltura, offrendo anche cospicue ricompense a chi avesse offerto informazioni valide, ma fino a oggi tutte le testimonianze raccolte e le ipotesi fatte non hanno portato a nulla. Fino a quando la morte non sarà confermata dal ritrovamento del corpo, su Pedro Antonio Marin, questo il vero nome di Marulanda, continuano a pendere 150 ordini di cattura prodotti dalla giustizia colombiana negli ultimi 50 anni, che lo accusa di omicidio, terrorismo, sequestro, associazione a delinquere, danno a proprietà pubbliche e private e molto altro. (mat)

da www.ilvelino.it

giovedì 19 marzo 2009

Bolivia, stranieri in visita turistica nel carcere di La Paz



Tra le visite offerte ai turisti di passaggio nella capitale boliviana La Paz da tempo è incluso un tour del carcere principale della città. “Un’offerta” inserita anche nella famosissima guida dei “backpackers” Lonely Planet. Il fenomeno è stato denunciato ieri dal canale Television Uno che ha ripreso l’uscita di un gruppo di almeno 60 turisti da una porta laterale dalla struttura la notte di martedì scorso. L’esistenza di questo business era stato ripetutamente negato dalla polizia boliviana e ieri il ministero degli Interni ha annunciato l’avvio di un’indagine e non ha escluso “sanzioni drastiche”. Nel penitenziario vige un regime di “minima sicurezza” per l’assenza di vigilanza e la trasformazione di molte celle in appartamenti in cui i detenuti vivono anche con le loro famiglie. Il regime era stato oggetto di contestazioni in passato per il florido traffico di droghe facilitato dalla “apertura” della struttura. L’autorità responsabile del carcere ha sostenuto che la visita era stata autorizzata, ma che si trattava di un incontro organizzato per i detenuti stranieri. (mat)

da www.ilvelino.it

Argentina, la Camera dice “sì” alle elezioni anticipate

La Camera dei deputati argentina ha approvato ieri la proposta governativa di anticipare le elezioni politiche al prossimo 28 giugno. L’iniziativa era stata annunciata la scorsa settimana dal capo di Stato Cristina Fernández Kirchner e già oggi sarà esaminata in commissione Affari costituzionali del Senato. L’opposizione, nonostante la dimostrazione di compattezza, non è riuscita a rallentare la corsa del progetto, motivato dalla “presidenta” con la necessità di evitare al Paese una lunga e durissima campagna elettorale, in un momento di estrema difficoltà per l’economia nazionale e internazionale. Una mossa a sorpresa che ha messo in difficoltà l’opposizione, ancora impegnata in delicate trattative alla ricerca di un’alleanza che consenta di fronteggiare il kirchnerismo in maniera efficace, e che si configura quasi come un plebiscito sull’operato del governo.

Per arrivare al voto alla Camera sono state necessarie quasi dieci ore e non sono mancati momenti di forte tensione, con scambi di insulti e accuse tra le maggioranza e opposizione, che ha ribadito di ritenere la proposta un tentativo della “presidenta” di limitare la perdita di consenso prima del voto. A propria difesa il governo ha anche sostenuto che, se le province hanno la libertà di modificare il calendario elettorale in base alle proprie esigenze, lo stesso diritto spetta, in un unica occasione e in via eccezionale, all’esecutivo nazionale. Dura la risposta di alcuni esponenti dei radicali dell’Ucr che hanno tirato in ballo l’ex capo di Stato, oggi leader dell’alleanza che sostiene la “presidenta”, Nestor Kirchner: “Prima di perdere le elezioni nella provincia di Catamarca – ha dichiarato Pedro Azcoiti – Kirchner aveva detto che chi modifica le scadenze elettorali ha paura di perdere. Cosa dirà adesso?”.

La corsa del progetto continua ora al Senato, dove già oggi la commissione Affari costituzionali comincerà ad analizzarlo. In commissione come in Aula il capo di Stato conta, includendo gli alleati, su una maggioranza assoluta, ma il Senato è già stato teatro di una delle sconfitte più clamorose della gestione di Cristina, la bocciatura della legge sulle imposte mobili alle esportazioni, quando fu decisivo il voto contrario del vicepresidente Julio Cobos, oggi uno dei leader dell’opposizione. Al momento, il voto in Aula è previsto per giovedì prossimo e la “presidenta” sembra poter contare su 40 voti, tre in più della maggioranza richiesta di 37 senatori. (mat)

martedì 17 marzo 2009

America Latina, Sip: il pericoloso mestiere del giornalista

Fare il giornalista, in America Latina, continua a essere molto pericoloso. Lo sostiene nella sua analisi semestrale la Società interamericana della stampa (Sip) che evidenzia come il paese più pericoloso delle Americhe sia il Messico, mentre la censura più rigida nei confronti della stampa è quella in vigore a Cuba, dove oltre venti giornalisti sono in carcere. A rendere il lavoro più pericoloso in Messico è, secondo il dossier, soprattutto la guerra in atto tra i cartelli del narcotraffico e il governo del presidente Felipe Calderón, che mette a rischio chi si occupa di crimine organizzato e che avrebbe fatto dal 1995 quasi cento vittime. Nell’ultimo semestre nel paese centroamericano sono stati uccisi quattro giornalisti e ci sono stati otto attacchi contro loro colleghi o contro le sedi di organi d’informazione. Oltre a Cuba, dove secondo il presidente dell’organizzazione Enrique Santos Calderón “persistono problemi di lunga data”, la situazione è particolarmente difficile nei paesi in cui è al governo la cosiddetta “sinistra bolivariana”. In Bolivia a causa dei “frequenti attacchi al giornalismo indipendente del presidente Evo Morales”, in Venezuela dove nei mesi scorsi è stato ucciso un reporter, e in Ecuador.

Inoltre nella “liberale” Colombia, sottolinea il documento, “l’ultimo semestre è stato caratterizzato da minacce, accuse e manovre ostruzionistiche nei confronti della stampa”. Anche dove la libertà d’informazione non è messa a rischio da un atteggiamento repressivo da parte dello Stato, i problemi non mancano: la Sip segnala infatti come la crisi dell’editoria negli Stati Uniti possa minare pesantemente la pluralità della stampa e la sua capacità di “vigilare”. Il dossier pone l’accento sull’atteggiamento adottato nei confronti dei media da praticamente tutti i leader latinoamericani: insulti, accuse, minacce e derisioni hanno caratterizzato la dialettica di moltissimi capi di Stato e leader politici nell’affrontare tematiche relative alla stampa. Se Chavez ha accusati i mezzi d’informazione di cospirare contro di lui, Morales li ha definiti in più occasioni “bugiardi” e il leader della maggioranza argentina Nestor Kirchner si è scagliato più volte contro uno dei gruppi editoriali più importanti del Paese. (mat)

da www.ilvelino.it

Bolivia, opposizione manifesta in tutto il Paese e in Usa

Centinaia di persone, in diverse zone della Bolivia ma anche nella capitale statunitense Washington, hanno manifestato ieri per chiedere la liberazione e un giusto processo per l’ex prefetto della regione di Pando Leopoldo Fernández e per alcuni membri dell’opposizione autonomista arrestati nel corso dello stato d’assedio al quale il governo aveva sottoposto la regione, dopo il massacro di contadini dello scorso 11 settembre. Familiari degli arrestati, autonomisti e membri dell’opposizione nazionale si sono ritrovati in diverse regioni del Paese andino, non solo nelle regioni della “mezzaluna produttiva” che si oppone la governo del presidente Evo Morales, ma anche nella capitale La Paz, fedele all’ex leader dei “cocaleros” oggi capo di Stato. A Washington un gruppo di manifestanti, guidati dalla figlia di Fernandez ha raggiunto il Dipartimento di Stato chiedendo giustizia per l’ex prefetto, da sei mesi in carcere.

Alcuni esponenti dei comitati civici di Santa Cruz e Beni, invece, si sono recati a Brasilea, cittadina brasiliana vicina alla frontiera con il paese andino, dove si erano rifugiati circa 300 oppositori del governo, preoccupati per eventuali ritorsioni da parte dei militari che gestivano il potere nella regione dopo la dichiarazione dello stato d’assedio. Una decisione che il governo di Morales aveva preso in risposta all’ondata di violenze e occupazioni di strutture pubbliche messe in atto dagli autonomisti nel corso del braccio di ferro sulla nuova costituzione promossa dal governo. Il prefetto Fernández è accusato di essere il mandante del massacro avvenuto la notte dell’11 settembre nella località del Porvenir, quando un gruppo di contadini che si preparava a manifestare a sostegno del capo di Stato sarebbero stati attaccati da un gruppo di uomini armati legati alla prefettura. La Paz, dopo aver ordinato l’arresto del governatore, ha deciso che dovrà essere sottoposto a un processo ordinario. Un’ipotesi contestata duramente dai familiari di Fernández, che ieri hanno manifestato davanti al carcere della capitale dove il prefetto è rinchiuso, secondo i quali deve essere sottoposto a un giudizio limitato alla responsabilità politica.

La ricostruzione del massacro è ancora oggetto di indagini, dopo che una commissione d’inchiesta dell’Unasur aveva attribuito agli autonomisti la responsabilità dell’accaduto, evidenziando la presenza di 19 vittime. Secondo la commissione speciale della Camera dei deputati invece le vittime accertate sono state 13, nove contadini, due funzionari della prefettura, un pastore evangelico e un militare. La procura ha annunciato di avere già un numero sufficiente di prove per presentare le accuse contro Fernández, cosa che dovrebbe avvenire entro la fine del mese, e persone a lui legate, anche se la ricerca di prove e testimonianze continua. (mat)

da www.ilvelino.it

lunedì 16 marzo 2009

Colombia, vittime Farc divise su progetto “gestori di pace”

Il progetto del governo “gestori di pace”, che consente ai guerriglieri delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) che disertano di ottenere la libertà vigilata se decidono di lavorare per la ricerca di un accordo con il governo, divide le vittime della violenza del gruppo. In una lunga intervista al quotidiano colombiano El Tiempo Jaime Jaramillo Panesso, il cui figlio è stato ucciso dai guerriglieri, e Guillermo Cortes, prigioniero a lungo delle Farc, hanno raccontato la loro esperienza e il loro punto di vista sull’iniziativa del presidente Alvaro Uribe. Il primo è oggi membro della Commissione nazionale di riparazione che si occupa di promuovere e gestire la smobilitazione dei guerriglieri e del sostegno alle vittime della guerra intestina che insanguina il Paese. Suo figlio, l’ingegnere agricolo Fidel Jaime, è stato ucciso dal fronte 47 della guerriglia guidato da “Karina” una tra i primi, nelle Farc, a chiedere di diventare un “gestore di pace”. Jaramillo Panesso, che ha visto “Karina” nel corso della prima dichiarazione davanti alla procura, sostiene che l’iniziativa avviata da Uribe è positiva: “Se questo permetterà di avanzare nel processo di pace e porterà beneficio al Paese, io credo che gli interessi personali, come quello della mia famiglia, debbano passare in secondo piano. Alcuni dei miei figli però non sono d’accordo con me”.
Secondo l’avvocato la nuova figura può diventare un simbolo: “Può stimolare la diserzione. I guerriglieri vengono indotti a pensare che finire nelle mani dell’esercito vuol dire essere torturati, incarcerati e uccisi. Questa è una prova che lo Stato colombiano e la stessa società civile sono generosi nei confronti di chi si consegna”. Il membro della Commissione per la riparazione arriva a perdonare l’assassina di suo figlio: “Io la perdono e penso che il tempo curi le ferite”. Diversa l’opinione di Cortes, tenuto prigioniero per oltre sette mesi dal fronte delle Farc guidato da “Karina”: secondo lui il fatto che possa rientrare nel programma dei “gestori di pace” è come “nominare Stalin gestore di pace con i tedeschi”. L’ex sequestrato racconta che vorrebbe trovarsi ora davanti alla sua carceriera: “Vorrei chiederle perché non provava pietà per un uomo di 76 anni, perché è stata tanti anni nella guerriglia e ora vuole uscire? Che cosa si aspetta dalle centinaia di sequestrati che sono passati per le sue mani?”.
Cortes si dice fermamente contrario alla concessione della libertà vigilata e alla sua assunzione del ruolo di “gestore di pace”: “Sarebbe come mettere i topi a controllare il formaggio. Se avesse fatto qualcosa di veramente generoso, se avesse contattato l’esercito per salvare alcuni prigionieri o per fornire qualche informazione importante... Ma lei non ha fatto nulla di tutto questo. Nell’accampamento in cui mi trovavo sequestrato un altro prigioniero è morto per la mancanza di medicine che lei non gli ha voluto somministrare, come fanno ora a dirmi che questa donna ha visto lo Spirito Santo ed è diventata Santa Rosa da Viterbo?”. “Io ho perdonato – conclude Cortes – ma non posso dimenticare”. (mat)

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Argentina, elezioni e agricoltori: settimana chiave per Cristina

di Matteo Tagliapietra

Quella che inizia oggi sarà una delle settimane più intese dei quindici mesi di presidenza per il capo di Stato argentino Cristina Fernández Kirchner. Tutto è nelle mani del Congresso. Deputati e senatori dovranno infatti votare sulla proposta, lanciata a sorpresa lo scorso venerdì dalla “presidenta”, di anticipare le elezioni politiche di ottobre al 28 giugno e l’opposizione proverà a portare al voto un disegno di legge sul settore agricolo concordato con i produttori. Due questioni diverse ma anche profondamente legate fra loro, visto che lo scontro con gli agricoltori è uno dei principali motivi di instabilità tra le fila della maggioranza a livello nazionale come a livello locale. La Kirchner ha difeso la sua decisione sottolineando come il Paese abbia bisogno di ritrovare coesione, di fronte a una crisi come quella che in atto, e che quindi anticipare il voto per unificarlo con una serie di elezioni provinciali consentirà di limitare lo stillicidio di una serie di tornate elettorali successive. Se anche l’assemblea provinciale del Chaco approverà la proposta presentata dal governatore Jorge Capitanich, saranno dodici le province ad andare alle urne il 28 di giugno, tra le quali quella di Buenos Aires, che si configura come ben più che l’ago della bilancia per peso politico, economico e demografico.
A fine giugno voteranno i cittadini di Buenos Aires, Entre Ríos, Neuquén, Santa Cruz, Río Negro, La Rioja, Jujuy, Mendoza, Tucumán, Misiones, Chaco e Chubut, mentre il governatore di San Luis, Alberto Rodriguez Saa si è detto fermamente contrario e i suoi colleghi di Santa Fe, Hermes Binner, e Salta, Juan Manule Urtubey, hanno confermato le date del 30 agosto e 6 settembre. Quattro regioni non hanno in previsione tornate elettorali, mentre altri tre governi provinciali, La Pampa, Formosa e Corrientes non hanno ancora preso una posizione in merito alla proposta della “presidenta”. Alle urne andranno anche gli elettori del Comune di Buenos Aires governato dal leader dell’opposizione Mauricio Macri, che aveva annunciato l’anticipazione delle tornata elettorale un paio di giorni prima della Kirchner e dove i sondaggi danno l’alleanza kirchnerista nettamente sconfitta. La mossa a sorpresa di Cristina ha indubbiamente una serie di vantaggi per la sua maggioranza: taglia le gambe all’opposizione che stava lavorando a nuove alleanze e alle liste elettorali, provocando fortissime tensioni interne alle nuove coalizioni, cerca di fermare l’emorragia di consensi provocata dalla crisi finanziaria internazionale e dallo scontro con gli agricoltori, costringe gli alleati titubanti a fare una scelta di campo.
La “presidenta” si espone al rischio di una sconfitta che renderebbe i successivi due anni di presidenza, il mandato scade nel 2011, estremamente complicati. Difficile dire quanto la congiuntura economica negativa, la mancata soluzione del braccio di ferro con gli agricoltori e la crescente ondata di paura per la questione sicurezza possano influire sull’umore degli elettori e il capo di Stato si sta assumendo un rischio enorme. Il progetto di legge arriverà oggi in Aula e dovrebbe essere votato mercoledì: dato che la convocazione deve avvenire almeno tre mesi prima del voto i tempi sono strettissimi e dovrà essere approvato da entrambe le Camere entro il 28 di marzo. Nella tornata elettorale gli argentini dovranno rinnovare la metà dei seggi alla Camera e un terzo al Senato; nel primo caso il governo conta su una maggioranza solida, nonostante le defezioni degli ultimi mesi, mentre al Senato l’equilibrio è più precario, come ha già dimostrato la bocciatura, grazie al voto determinante del vicepresidente Julio Cobos, del progetto di legge relativo all’introduzione di un sistema di imposte mobili sulle esportazioni, che ha dato il via allo scontro con gli agricoltori che dura ormai da un anno.
Il governo ritiene di poter contare sui voti necessari, la maggioranza assoluta, e in questo senso potrebbe ricevere un aiuto anche dall’opposizione, visto che alcuni degli esponenti del peronismo dissidente, usciti negli ultimi mesi dalla coalizione kirchnerista per formare un’alleanza con i principali partiti d’opposizione, sembrano favorevoli alla proposta. La volontà di ridurre i tempi della campagna da parte della “presidenta” obbliga però l’esecutivo a cercare rapidamente una soluzione al conflitto con il settore agricolo che rischierebbe, altrimenti, di trasformarsi in un pericolosissimo boomerang elettorale e i segnali che arrivano dagli agricoltori non sembrano affatto positivi. Oggi infatti i rappresentanti dei produttori agricoli si incontreranno con i principali partiti dell’opposizione per studiare una proposta di legge da presentare giovedì alla Camera, che differenzi il pagamento delle imposte sulle esportazioni sulla soia, cancellandole per i piccoli produttori e riducendo di dieci punti quelle attuali per i produttori più grandi. Domani invece gli agricoltori si riuniranno nuovamente con il governo, nel quarto incontro in un mese: dopo gli accordi raggiunti due settimane fa alla presenza della “presidenta”, l’intesa sembra essere sempre più lontana e per il Paese l’incubo di ripiombare nello stato di paralisi determinato dai blocchi stradali dei produttori, durato quattro mesi nel 2008, si fa sempre più reale

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venerdì 13 marzo 2009

Argentina e Brasile verso il G20 lottano sul proibizionismo

di Matteo Tagliapietra

A poche settimane dal vertice del G20 che si terrà a Londra, i governi dei due colossi latinoamericani, Brasile e Argentina, stanno definendo priorità e proposte che definiranno la loro posizione nel corso del summit. Questo fine settimana i ministri dell’Economia e delle Finanze saranno alla riunione interministeriale prevista nei pressi della capitale inglese per preparare l’agenda comune del vertice. Buenos Aires sarà rappresentata dal ministro dell’Economia Carlos Fernandez, accompagnato dal presidente della Banca centrale Martin Redrado e dal sottosegretario alla Politica economica Martin Abeles. L’equipe presenterà un pacchetto articolato: apertura senza condizioni dei finanziamenti del Fondo monetario internazionale, limitazione del protezionismo, riforma degli organismi di credito internazionale, lotta ai paradisi fiscali.

Brasilia, come anticipato dal ministro delle Finanze, Guido Mantega, chiederà un intervento nella regolazione dei flussi internazionali di capitale, per cercare di ridurre gli squilibri dell’economia globale e la volatilità delle riserve. Secondo Mantega i paesi con eccesso di capitali potrebbero mettere le proprie risorse a disposizione del Fmi perché sostenga i mercati emergenti, agendo come credito al commercio internazionale. In merito al Fondo il governo argentino chiederà maggiore flessibilità nella concessione di prestiti, soprattutto nei confronti delle economie emergenti, maggiore potere di voto per i paesi in via di sviluppo e un sistema di controllo in grado di prevedere i segnali di una crisi soprattutto nei paesi di maggiore importanza per gli equilibri economici mondiali.

Buenos Aires chiederà anche una riforma degli organismi finanziari internazionali, come la Banca mondiale e le banche regionali per lo sviluppo, rivedendo il loro ruolo e analizzando la possibilità di ampliare le forme di finanziamento. Come anticipato dal capo di Stato Cristina Fernández Kirchner l’Argentina chiederà anche di combattere i paradisi fiscali, posizione che raccoglie consensi anche all’interno dell’Ue. Ieri inoltre Cristina ha discusso a lungo con il primo ministro australiano Kevin Rudd. Nel corso di una conversazione telefonica i due hanno gettato le basi per il raggiungimento di un’intesa su alcuni proposte in vista del summit. Il ministro Fernandez, nel fine settimana, dovrebbe anche sostenere la causa comune a molti paesi in via di sviluppo, che temono l’adozione di misure protezionistiche da parte dei grandi mercati di Europa e Stati Uniti.

Quello della difesa degli interessi economici nazionali è un tema molto delicato, che negli ultimi mesi ha creato non poche tensioni anche sul solido asse Buenos Aires-Brasilia. I due paesi infatti sono da mesi impegnati in una querelle sull’introduzione di limitazioni alle importazioni. Misure che hanno provocato un forte preoccupazione tra gli imprenditori. Ieri a Buenos Aires funzionari dei due governi si sono incontrati per cercare un accordo sul commercio bilaterale e torneranno a riunirsi la prossima settimana a San Paolo, con la partecipazione degli imprenditori, per trovare un’intesa che permetta di frenare gli effetti della crisi e la caduta dello scambio economico tra i due paesi. Lo hanno annunciato il segretario al Commercio Internazionale argentino Alfredo Chiaradia e il viceministro degli Esteri brasiliano Samuel Pinheiro Guimaraes al termine dell’incontro di ieri, segnalando che si terrà nelle giornate di mercoledì e giovedì e coinciderà con la “Settimana argentina” in Brasile, alla quale prenderà parte anche il capo di Stato argentino Cristina Fernandez Kirchner che dovrebbe incontrare il suo pari brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. Chiaradia ha sostenuto che “l’Argentina non accetta che si qualifichino le misure adottate nella regolazione del importazioni come protezionistiche”, che lavorerà perché si possano trovare soluzioni concordate “in funzione di ogni settore” e che bisogna evitare a ogni costo “l’eventualità di una deviazione del commercio dalla regione”.

Pinhiero Guimaraes, nel definire i contrasti con il paese vicino limitati a “questioni puntuali”, ha definito “strategica” l’alleanza tra Argentina e Brasile (lo scorso anno lo scambio commerciale ha superato i 30 miliardi di dollari). Nel percorso verso il G20 riveste infine una particolare importanza il viaggio a Washington di Lula, che sabato sarà il primo capo di Stato latinoamericano ricevuto dal presidente statunitense Barack Obama. Nei giorni scorsi il leader brasiliano aveva anticipato quali saranno le principali proposte del suo Paese al G20, sottolineando l’importanza di introdurre nuove forme di regolazione del sistema finanziario, per impedire che si svincoli dal sistema produttivo, e respingere ogni forma di protezionismo. In riferimento all’incontro con Obama, Lula aveva anticipato di ritenere che il leader americano sia quello che incontra i problemi maggiori, perché il cuore della crisi è negli Usa.

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Cile: Bachelet cambia volto al governo, Senato “svolta” a destra

Il capo di Stato cileno Michele Bachelet ha dato vita ieri a un importante rimpasto del suo esecutivo. La “presidenta” è intervenuta su due dicasteri chiave, quello degli Esteri, fino a ieri guidato da Alejandro Foxley, e quello della Difesa, guidato da José Goñí, oltre che sulla segreteria di governo. Le sostituzioni coinvolgono direttamente anche la rappresentanza diplomatica cilena a Washington, dato che il nuovo titolare degli Esteri è l’ex ambasciatore negli Usa Mariano Fernandez, il cui posto sarà occupato proprio da Goñí. Per la Difesa Bachelet ha scelto invece il portavoce del governo e segretario generale Francisco Vidal che sarà sostituito da Carolina Tohá. La decisione del capo di Stato di mettere mano al governo, a pochi mesi dalle elezioni politiche e presidenziali previste per l’11 dicembre, ha suscitato non poca sorpresa. Le dimissioni di Foxley, “per motivi esclusivamente personali” come hanno ribadito entrambi, ha costretto la Bachelet a ridisegnare, per lo meno in parte, il suo esecutivo.

La coalizione di centro sinistra che rappresenta la “presidenta” cilena, al governo dal 1990, arriva alla sfida elettorale per la prima volta da sfavorita, con ancora qualche dubbio sulla candidatura che uscirà dalle primarie di primavera, rispetto all’alleanza di centrodestra che si affiderà al miliardario Sebastian Piñera, sconfitto al ballottaggio da Bachelet nel 2006 ma ora in testa ai sondaggi. Il rimpasto di governo non è stata però l’unica “sorpresa” della giornata di ieri: il Senato ha infatti eletto come nuovo presidente dell’Assemblea Jovino Novoa, membro del partito di destra Unione democratica ed ex sottosegretario nel corso della dittatura del generale Augusto Pinochet. Novoa, accolto da bandiere nere e foto dei desaparecidos, ha battuto il candidato del centrosinistra Roberto Muñoz Barra, grazie al voto di alcuni senatori dissidenti della maggioranza. Gran parte dei parlamentari che sostengono il governo della Bachelet ha invece lasciato l’aula in segno di protesta.(mat)

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Argentina, agricoltori “sfidano” il governo

di Matteo Tagliapietra

Davanti ad alcune migliaia di persone, tra le quali rappresentanti di quasi tutti i partiti dell'opposizione, i dirigenti delle principali organizzazioni degli agricoltori argentini hanno lanciato ieri, dalla città di Cordoba, una nuova sfida al governo. La manifestazione “celebrava” un anno dall'inizio del braccio di ferro tra i produttori e l'esecutivo nazionale della presidenta Cristina Fernandez Kirchner, scatenato dal tentativo della Casa Rosada di imporre delle imposte mobili sulle esportazioni di alcuni prodotti agricoli. Dopo che negli ultimi due giorni, in varie zone del paese latinoamericano, i produttori erano tornati a bloccare le strade e a manifestare la propria delusione per l'apparente stallo delle trattative tra le parti, ieri i leader della protesta hanno invitato gli agricoltori ha fare “pressione” sull'esecutivo con scioperi e mobilitazioni in concomitanza con la prossimo incontro, previsto per il prossimo martedì. Contemporaneamente l'opposizione tenterà di ottenere il quorum per discutere in Parlamento di una proposta di legge che accolga le richieste degli agricoltori. Il progetto si concentra soprattutto sull'eliminazione delle tasse sull'esportazione di grano, mais, carne e latte, e la creazione di una differenziazione in quelle relative alla vendita all'estero della soia, cuore dello scontro tra governo e produttori. Secondo l'ex presidente Nestor Kirchner, leader del principale partito dell'alleanza che sostiene la “presidenta”, gli agricoltori non vogliono raggiungere l'accordo ma stanno “lanciando una campagna politica d'opposizione” in vista delle elezioni del prossimo autunno. Il leader del partito giustizialista ha convocato in serata il ministro dell'Interno Florencio Randazzo e alcuni dirigenti della maggioranza per discutere la strategia da assumere in vista della proposta di legge dell'opposizione, che sembra avere come obiettivo quello di far mancare il quorum necessario alla discussione in Aula del progetto. Anche il capo di Stato ha accusato, in serata, i produttori di “fare un'opposizione fine a se stessa”, tornando a sottolineare come se la proposta del governo sull'introduzione di imposte mobili sulle esportazioni fosse stata approvata lo scorso anno, oggi la pressione fiscale sarebbe più bassa e sarebbero vigenti sussidi per i trasportatori e per i produttori. La proposta 125, promossa lo scorso anno dal governo, legava infatti la quota di ritenuta al prezzo internazionale del prodotto destinato all'esportazione, ma il progetto fu bocciato dal Senato in una tesissima seduta che vide il vicepresidente Julio Cobos esprimere il decisivo voto negativo per poi “smarcarsi” dal capo di Stato, pur senza lasciare il proprio incarico. “Quante discussioni – ha aggiunto la Kirchner - ci saremmo risparmiati e quanto avrebbero guadagnato i produttori se avessero saputo analizzare la proposta”. La “presidenta” ha poi sottolineato come l'Argentina “non determina i prezzi internazionali e con lo strumento proposto le imposte sarebbero state flessibili”, sostenendo che i prezzi cambiano “se Obama dice qualcosa o se i cinesi annunciano che mangeranno di più o di meno”. Per i leader gli agricoltori quella di eri è stata una dimostrazione di forza, necessaria per avere conferme della fiducia del settore dopo il malumore generato dall'accordo raggiunto due settimane fa, considerato insufficiente dai produttori. Il tempo però stringe: tra poco più di un mese comincerà la semina del grano e nell'attuale clima d'incertezza per gli agricoltori è difficile progettare investimenti, dopo che l'ultimo raccolto ha segnato un fortissimo abbassamento della produzione. L'impatto della crisi finanziaria internazionale ha allargato il fronte del “campo” anche all'industria legata al settore, come quella dei macchinari agricoli o dei trasporti, che chiede investimenti e sostegno da parte dello Stato difronte al rischio di un crollo dell'occupazione.

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giovedì 12 marzo 2009

America Latina, il Brasile rilancia i rapporti con la Colombia

di Matteo Tagliapietra

La crisi finanziaria internazionale ha fatto grossi danni in America Latina e tra i paesi più colpiti c’è senza dubbio il Brasile. Il governo Lula, dopo aver inizialmente minimizzato gli effetti del terremoto economico mondiale, è stato costretto negli ultimi mesi a fortissimi investimenti pubblici e a importanti tagli alle spese dell’amministrazione nazionale. Brasilia però non ha nessuna intenzione di rinunciare al suo ruolo di prima potenza regionale, cercando di allargare sempre più i suoi contatti dentro e fuori dal subcontinente. Negli ultimi giorni l’esecutivo del presidente Luiz Inacio Lula da Silva ha lanciato due messaggi forti, che potrebbero smuovere gli equilibri regionali: da un lato ha lanciato una sfida al Venezuela di Hugo Chavez, che rappresenta l’ala più radicale della sinistra latinoamericana, puntando al mercato del petrolio statunitense. Dall’altro ha stretto un accordo militare per il controllo della frontiera con la Colombia di Alvaro Uribe, il fedele alleato degli Usa nell’era Bush.

I ministri della Difesa di Colombia e Brasile, Juan Manuel Santos e Nelson Jobim, hanno infatti raggiunto in Brasile un’intesa per un nuovo sistema di controllo della frontiera comune. L’accordo prevede un controllo radar e satellitare dell’area, ma anche la possibilità per le forze armate dei due paesi di “sconfinare”, nel corso di operazioni di repressione nei confronti del narcotraffico e della guerriglia, e lo studio di operazioni congiunte soprattutto nelle zone fluviali. I ministri hanno specificato che sarà più un controllo elettronico che fisico dell’area di frontiera, ma che le forze aeree potranno sorvolare il territorio del paese vicino fino a 50 km, attraverso una vigilanza coordinata. Il ministro brasiliano non ha usato mezzi termini nel definire l’atteggiamento che il suo paese riserverà ai guerriglieri scoperti nel proprio territorio: “Le Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) in territorio brasiliano saranno accolte con le pallottole”, aggiungendo che l’accordo “allargherà il forte controllo su terra anche a cielo e fiumi”.

Dal canto suo Santos ha chiesto la possibilità a Brasilia di utilizzare le basi aeree brasiliane della zona di frontiera come scalo “ponte” per raggiungere le piste colombiane più lontane. I due ministri hanno poi sottolineato come l’intesa raggiunta sia in qualche modo figlia del nuovo rapporto tra i paesi della regione scaturito dalla nascita del Consiglio della Difesa sudamericano, la cui prima riunione si tenuta questa settimana in Cile. L’avvicinamento tra Colombia e Brasile assume un certo peso politico se si analizza la questione in un’ottica regionale: quello delle frontiere è infatti uno degli aspetti di maggiore attrito tra Bogotà, il Venezuela e il suo alleato Ecuador; la presa di posizione del governo del presidente Lula, che in passato aveva dimostrato di possedere una buona intesa con il leader venezuelano Hugo Chávez, rappresenta una novità nello scacchiere geopolitico del subcontinente. Un accordo come quello di ieri non può certo segnare la nascita di un nuovo asse Brasilia-Bogotà, ma certo l’ipotesi che vede il Brasile come principale concorrente di Caracas come fornitore di petrolio del gigante statunitense, lascia pensare che qualcosa si stia muovendo.

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Perù, “caso Fujimori” apre dibattito su responsabilità capo di Stato

Fino a che punto un capo di Stato può essere ritenuto responsabile delle azioni di uomini delle forze armate? O, in altre parole, fino a a che livello della gerarchia di comando può risalire la responsabilità di queste azioni? È su questo aspetto che si gioca, in Perù, il destino dell'ex capo di Stato Alberto Fujimori, accusato di aver dato il via libera a due operazioni compiute da uomini delle forze armate ai danni di presunti membri del gruppo terrorista Sendero Luminoso che costarono la vita a 25 persone. La procura chiederà per l'ex presidente 30 anni di carcere, sostenendo che sia stato lui ad autorizzare il massacro, ma ieri il difensore di Fujimori, l'avvocato Cesar Nakasaki, ha respinto con forza le accuse, sostenendo che a gestire la politica di lotta alla guerriglia era il Consiglio dei ministri e, in ambito militare, il ministro della Difesa. La sentenza di primo grado nei confronti dell'ex capo di Stato, coinvolto anche in altre cause per violazione dei diritti umani e corruzione, è prevista per il mese di aprile.(mat)

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Argentina, agricoltori: riparte la protesta e il paese trema

di Matteo Tagliapietra

Una manifestazione centrale con la partecipazione dei leader del settore e di tanti esponenti dell’opposizione parlamentare e una ventina di mobilitazioni in diverse località del paese. Così gli agricoltori argentini, alla parola d’ordine “dopo un anno nessuna risposta”, hanno deciso oggi di tornare a protestare contro le politiche di settore del governo della “presidenta” Cristina Fernández Kirchner. Il mancato raggiungimento di un accordo soddisfacente con i rappresentanti dell’esecutivo, nel corso della riunione di martedì, ha spinto le principali organizzazioni a premere per un ritorno alla protesta. Una decisione che provoca non pochi timori nel popolo argentino che lo scorso anno ha dovuto sopportare quattro mesi di scioperi e blocchi stradali, capaci di paralizzare il paese e svuotare i supermercati, dando una spinta verso l’alto alla già forte inflazione. La differenza con il 2008, però, è nel contesto economico che accompagna lo scontro governo-agricoltori: l’entusiasmo per la crescita esponenziale dell’economia argentina fa infatti parte del passato e la crisi finanziaria internazionale spaventa molto.

Il conflitto assume inoltre, ancor più che lo scorso anno, un fortissimo valore politico: le elezioni per il rinnovo del Congresso di ottobre si avvicinano rapidamente e mentre l’opposizione si erge a paladina dei produttori, nella maggioranza il timore di pagare il prezzo della fedeltà al governo, soprattutto per i parlamentari eletti nelle zone a maggior vocazione agricola, ha portato alcuni senatori e deputati a smarcarsi dall’alleanza che sostiene la “presidenta”. Dall’inizio della protesta dei produttori agricoli, scatenata dalla proposta di legge del governo che legava le imposte sull’esportazione di alcuni prodotti al loro prezzo internazionale (poi bocciata dal Parlamento), è passato esattamente un anno, ma nelle riunioni delle ultime settimane continua a discutersi degli stessi argomenti: il cuore del confronto restano le imposte sui prodotti destinati al mercato internazionale, in particolare la soia, di cui l’Argentina è uno dei principali esportatori mondiali.

Il governo, che pur la scorsa settimana ha messo sul piatto alcuni interventi rilevanti, soprattutto nel settore dell’allevamento, della produzione del latte e nella commercializzazione delle granaglie, continua però a fare orecchie da mercante su questo fronte e accusa gli agricoltori di egoismo e avidità. La protesta di questi giorni mette in luce, inoltre, un particolare nuovo, ovvero la presenza tra i manifestanti degli operai delle industrie legate al settore agricolo, soprattutto quelle che producono macchinari, che a causa della crisi finanziaria si sono trovati a centinaia senza lavoro. La manifestazione di Cordoba, nelle intenzioni degli organizzatori, sarà l’occasione per presentare la propria proposta politica davanti a una platea che vedrà la presenza dei principali leader dell’opposizione, come i peronisti dissidenti Felipe Solá e Francisco de Narvaez e la dirigente della Coalicion Civica Margarita Stolbizer.

Tra le proposte ci saranno sicuramente la liberalizzazione del commercio di carne, granaglie e delle esportazioni, l’abbassamento delle imposte sulle vendite all’estero e una riduzione dell’intervento e del controllo statale sul mercato. Nel corso di un incontro nel teatro Roma, nella provincia di Buenos Aires, il capo di Stato ha risposto in maniera molto dura a quelle che chiama le “pressioni” degli agricoltori, ribadendo più volte, nel corso del suo intervento, di sentirsi “frustrata” perché “ci sono alcuni che, pur avendo molto continuano a chiedere. Io posso resistere ma quelli che hanno più bisogno d’aiuto no” sostenendo che “ci sono due Argentine”. La Kirchner ha lanciato però un nuovo messaggio di pace ai suoi avversari, sostenendo che continuerà a cercare il dialogo e il confronto “tutte le volte che sarà necessario”, pur ammettendo che “sarà molto difficile” trovare una soluzione al conflitto.

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mercoledì 11 marzo 2009

Kirchner, il Clarin e il monopolio mediatico



Avevo visto questo video qualche tempo fa, forse mentre camminando per Buenos Aires mi imbattevo nelle migliaia di manifesti delle associazioni peroniste contro il gruppo Clarin e il suo canale Todo Noticias. D'Elia non mi piace ma la ricostruzione mi sembra ben fatta. Certo quando dice che "l'Argentina è uno dei pochi paesi dove uno stesso gruppo può avere UN giornale, UNA televisione e UNA radio" e che questo è un monopolio mi viene da pensare al "nostro".
Sono solo dilettanti...

Il secondo invece è Nestor che dopo la sconfitta nelle provinciali di Catamarca se la prende con l'ex amixo Clarin. Il rapoorto d'amore-odio tra la famiglia presidenziale e il gruppo raggiunge dei livelli incredibili.

Argentina, Corte suprema riceve Massa per allentare la tensione

Il capo di gabinetto del governo argentino Sergio Massa sarà ricevuto oggi dai giudici della Corte Suprema per tentare di ricomporre lo strappo seguito allo scontro istituzionale delle ultime settimane. La polemica tra l'esecutivo e l'organo giudiziario si era aperta con le accuse mosse dal capo di Stato Cristina Kirchner alla giustizia nazionale per la lentezza dello svolgimento delle cause legate alle violazioni dei diritti umani. Un attacco a cui il giudice della Corte Carmen Argibay aveva risposto pubblicamente, contestando alla Casa Rosada la carenza di fondi destinati al funzionamento della Giustizia nel paese. Accuse respinte al mittente prima dalla stessa Kirchner, che ha sostenuto di non aver mai ricevuto richieste in tal senso, e poi da Massa che aveva usato parole durissime: “Dobbiamo esigere risultati dalla Giustizia. Così come ci sono punizioni per i poliziotti corrotti o inefficienti, allo stesso modo dobbiamo punire i funzionari che non svolgono in maniera adeguata il loro lavoro, che siano giudici o procuratori”. I giudici hanno invece evidenziato come in più occasioni avessero presentato delle richieste ufficiali e nell'incontro di oggi, secondo quanto anticipato dai media argentini, potrebbero chiedere l'assunzione di nuovo personale da destinare proprio alle violazioni dei diritti umani (mat)

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G20, Londra teme la querelle e tende la mano a Buenos Aires

La querelle relativa alla sovranità delle isole Falkland-Malvinas rischia di guadagnare la scena del vertice del G20 in programma a Londra il prossimo 2 aprile e di riaccendere i riflettori internazionali sull'impasse nei rapporti tra Gran Bretagna e Argentina. Ma da Londra arrivano segnali di distensione che sembrano voler togliere legna dal fuoco di una possibile polemica. Il nuovo ambasciatore inglese in Argentina, Shan Morgan, nell'incontrare la stampa ha letto ieri un messaggio del ministro degli Esteri David Miliband, nel quale si definisce il paese latinoamericano come “una delle principali economie emergenti”, e sostenuto che nei quattro incontri preparatori del vertice il dialogo con Buenos Aires è stato “eccellente”. Secondo la diplomatica inglese i due paesi hanno raggiunto forti intese sulla proposta di riforma del Fondo monetario internazionale e sulla lotta ai paradisi fiscali. Era stata la “presidenta” del paese latinoamericano Cristina Fernández Kirchner a sostenere nelle scorse settimane che il summit del due aprile sarebbe stata la platea giusta davanti alla quale riproporre la questione. Un'eventualità che Londra preferirebbe decisamente evitare e che potrebbe essere scongiurata, secondo il quotidiano argentino La Nacion, da un incontro tra la Kirchner il primo ministro Gordon Brown in occasione della riunione di leader progressisti che si terrà nella città cilena di Viña del Mar il 27 di marzo.(mat)

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Brasile-Uruguay, via il dollaro dagli scambi commerciali

Brasile e Uruguay elimineranno il dollaro come moneta di riferimento per il commercio bilaterale. La decisione è stata presa ieri, nel corso di un incontro a Brasilia, dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e dal suo collega uruguaiano Tabaré Vázquez. Promotore dell’iniziativa è il leader brasiliano che già aveva raggiunto un accordo analogo con l’Argentina e sta lavorando per allargare il progetto a tutta la regione. Il principale obiettivo della proposta è quello di eliminare i costi determinati dal cambio valutario e ridurre l’influenza del dollaro nel subcontinente. I due capi di Stato hanno anche raggiunto un accordo per evitare che misure protezionistiche possano rallentare lo scambio commerciale tra i due paesi, dopo che lo stesso governo brasiliano aveva tentato questa via ma era stato costretto a tornare sui suoi passi a causa delle fortissime proteste degli imprenditori dei paesi vicini.

Brasilia aveva introdotto nuove regole, secondo quanto ammesso dallo stesso capo di Stato, per limitare gli effetti della crisi che ha colpito il Brasile quanto e più degli altri paesi della regione. Il colosso latinoamericano infatti, secondo i dati resi noti dall’Istituto brasiliano di geografia e statistica, ha registrato una caduta della sua economia, nell’ultimo trimestre del 2008, del 3,6 per cento e, pur mantenendo una crescita annuale superiore al cinque per cento, ha dimostrato di non essere affatto immune alla crisi, come aveva sostenuto qualche mese fa Lula. Le previsioni per l’anno in corso, nonostante i fortissimi investimenti pubblici fatti dall’esecutivo attraverso l’azienda petrolifera nazionale, Petrobras, che superano i 140 miliardi di dollari da qui al 2013, e il finanziamento alle imprese sviluppato dalla Banca nazionale per lo sviluppo, sostenuto con oltre 42 miliardi di dollari, danno una crescita di poco superiore all’un per cento.

Un dato che ha spinto il governo a bloccare il 25 per cento delle spese, con tagli superiori ai 12 miliardi di euro che hanno colpito soprattutto i settori del turismo, dello sport, dell’ambiente e della cultura. Brasilia e Montevideo hanno fatto passi avanti anche nel settore dell’energia, attraverso un accordo di interconnessione e le basi per un’intesa relativa alla somministrazione di energia elettrica da parte del Brasile al paese vicino. Nell’incontro si è discusso anche della presenza di Petrobras in Uruguay e Lula ha promesso che l’impresa statale fisserà al più presto la data d’inizio dei sondaggi sulla piattaforma marittima uruguaiana alla ricerca di gas e petrolio.
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martedì 10 marzo 2009

Argentina, procura denuncia 9 casi corruzione in appalti statali

Il procuratore nazionale per le indagini amministrative argentino, Manuel Garrido, ha presentato ieri una denuncia per nove casi di corruzione commessi da imprese titolari di contratti pubblici nel corso del governo del presidente Nestor Kirchner (2003-2007). Lo scrive il quotidiano spagnolo El Pais che sottolinea la presenza, tra le aziende coinvolte, dell'impresa di telecomunicazioni Telefonica. Garrido ha anche annunciato l'intenzione di presentare l'accusa alla procura anti-corruzione spagnola. L'indagine nasce in relazione al caso della impresa di costruzioni svedese Skanska, che ha ammesso il pagamento di tangenti ad alcuni funzionari del governo di Buenos Aires nel 2006. Nel 2008 il tribunale argentino ha determinato che Skanska aveva nascosto le “bustarelle” con fatture a aziende “fantasma”. La procura argentina si è ora concentrata su nove imprese che hanno avuto rapporti con le aziende “fantasma”, con fatture per oltre 3,3 milioni di euro, di questi oltre due milioni sono servizi pagati da Telefonica; a queste Garrido ha chiesto l'intera documentazione relativa alle fatture emesse e gli ordini di acquisto relativi ai servizi offerti dalle finte imprese argentine. Il quotidiano spagnolo spiega che Telefonica è stata, al momento, l'unica a consegnare tutta la documentazione richiesta, e che l'impresa afferma di aver pagato per servizi effettivamente prestati, pur non escludendo che tra i 13 mila fornitori nel paese latinoamericano “qualcuno possa aver consegnato una fattura falsa”, ma che l'averla accettata non rappresenterebbe “un errore”.

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Bolivia, nuova espulsione per un diplomatico Usa

Dopo l’espulsione dell’ambasciatore Usa a La Paz Philip Goldberg, le accuse mosse alla Cia e la sospensione della collaborazione con la Dea e con l’Usaid, il capo di Stato boliviano Evo Morales ha dato vita, ieri, a un nuovo atto della sua guerra alle azioni di “spionaggio” statunitense nel paese. Il presidente ha infatti annunciato l’intenzione di espellere il secondo segretario dell’ambasciata Usa nella capitale boliviana, Francisco Martínez. L’accusa mossa nei confronti del diplomatico americano è quella di aver “tramato” ai danni del governo del paese andino, incontrandosi con i leader dell’opposizione. La notizia è stata data dal leader boliviano nel corso della conferenza stampa seguita all’investitura del nuovo comandante della polizia, Victor Hugo Escobar. Washington ha definito la decisione “arbitraria e ingiustificata” e la portavoce per l’America Latina del Dipartimento di Stato Usa, Heide Bornke-Fulton, in un comunicato ufficiale, ha evidenziato come l’atteggiamento di Morales sia “incoerente con le recenti dichiarazioni del governo boliviano, che esprimevano la volontà di migliorare le relazioni bilaterali”.

Il ministro degli Esteri del paese sudamericano David Choquehuanca ha poi confermato che il diplomatico avrà tempo fino a giovedì pomeriggio per lasciare la Bolivia e che a motivare la decisione di La Paz è stata la violazione, da parte di Martinez, della Convenzione di Vienna in merito alla “non ingerenza nelle questioni politiche interne” dei rappresentanti diplomatici stranieri. Il ministro ha quindi aggiunto che le buone relazioni con gli Stati Uniti devono essere basate sul “rispetto delle norme internazionali”, sottolineando che potrebbero esserci in futuro nuove espulsioni.(mat)

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lunedì 9 marzo 2009

Colombia, meeting degli uomini più ricchi della regione

L'isola carabica di Barú, nell'area della città colombiana di Cartagena de Indias, sarà teatro, a partire da questa mattina, dell'annuale incontro tra gli uomini più ricchi della regione latinaoamericana. Il meeting, chiamato “Incontro tra padri e figli” è giunto alla settima edizione e vedrà anche la presenza del secondo uomo più ricco del mondo, il magnate messicano Carlos Slim. Ad ospitare la riunione nella sua residenza estiva sarà il miliardario colombiano Julio Mario Santodomingo e a tenere banco nella tre giorni di dibattito e confronto sarà la crisi finanziaria internazionale. Data e località dell'incontro sono stati tenuti segreti fino a pochi giorni fa quando la notizia è stata resa pubblica dal quotidiano colombiano El Tiempo che ha segnalato la possibilità che, nella giornata di domani, arrivi anche il capo di Stato Alvaro Uribe. Ad accogliere gli invitati, secondo le poche indiscrezioni trapelate, ci sarà uno scenario da sogno e banchetti a base di aragoste e pesce fresco. Tra i presenti, riferisce la testata, ci saranno il presidente del gruppo italo-argentino Techint Paolo Rocca, il boss delle telecomunicazioni venezuelano Gustavo Cisneros, Andronico Luksic, leader dell'omonimo colosso cileno, e l'ex capo del governo spagnolo Felipe González. A vigilare sulla sicurezza degli invitati, che si tratterranno fino a giovedì, ci saranno gli uomini della Forza navale dei Caraibi e della polizia locale.(mat)

da www.ilvelino.it

Argentina, sequestro lampo per segretario ex giudice causa Amia

Il segretario del giudice argentino Juan José Galeano, ex titolare del processo per l'attentato alla Asociación Mutual Israelita Argentina (Amia) di Buenos Aires, ha denunciato di essere stato sequestrato, torturato e minacciato da tre uomini la notte tra venerdì e sabato. L'avvocato Claudio Lifschitz, che aveva denunciato il giudice e l'allora presidente Carlos Menem per una serie di irregolarità commesse nel corso dell'inchiesta sull'attentato contro la sede dell'organizzazione ebraica, ha raccontato di essere stato picchiato, insultato con frasi razziste e ha mostrato le ferite da arma da taglio con le quali i suoi aguzzini gli hanno inciso sulla carne la parola “Amia” e gli hanno marchiato su un braccio un numero che corrisponde a quello che identifica la causa Amia. Le accuse di Lifschitz erano basate sulla convinzione che i servizi segreti Side avessero avuto informazioni in grado di prevenire l'attentato del 1994, costato la vita a 85 persone, ma che, come ha dichiarato ieri al quotidiano Clarin “non abbiano fatto nulla per evitarlo né abbiano poi fornito elementi utili all'indagine”.

Venerdì notte, Juan José Galeano ha raccontato che mentre stava tornando a casa a bordo della sua auto è stato bloccato da tre uomini con il volto coperto da un passamontagna che lo avrebbero sequestrato sottoponendolo a un lungo interrogatorio, per poi abbandonarlo in un terreno nei pressi della scuola di polizia Ramon Falcon. Proprio oggi l'ex presidente Menem dovrà comparire davanti al tribunale federale di Buenos Aires come imputato con l'accusa di aver intralciato le indagini sull'attentato. (mat)

da www.ilvelino.it

Venezuela, Chavez all'attacco della Coca Cola

Dopo aver annunciato una serie di nazionalizzazioni ai danni di multinazionali straniere la scorsa settimana, il capo di Stato venezuelano Hugo Chávez si è lanciato ieri all’attacco della Coca Cola. Il leader “bolivariano”, nel corso della sua trasmissione Aló presidente, ha intimato alla multinazionale di Atlanta di lasciare entro due settimane il terreno che occupa a Gramoven, a ovest della capitale Caracas, dove ha sede un deposito di mezzi pesanti. Chávez ha invitato il ministro alla Presidenza Luis Reyes a mettersi in contatto con la Coca Cola per coordinare l’operazione e, rivolgendosi alla multinazionale, ha chiesto: “Con dei profitti così grandi cosa le costa potare via quei camion?”. Il capo di Stato ha annunciato che l’area sarà utilizzata per una serie di progetti per la comunità. “Non si può permettere che un terreno piano e solido rimanga nelle mani di una multinazionale”.

Chavez è poi tornato sull’esproprio ai danni della Polar, l’industria alimentare che da oltre una settimana è controllata da funzionari del governo perché sospettata di evadere le leggi sul controllo dei prodotti di base. Il presidente ha raccontato di aver ricevuto una richiesta di incontro da parte dei vertici dell’impresa, ma è andato all’attacco sostenendo di essere pronto a togliere tutta l’azienda ai proprietari: “Non ho nessun problema a farlo e posso contare sull’appoggio di una larga maggioranza dei venezuelani”. Il presidente ha poi annunciato una serie di interventi su dei latifondi negli Stati di Carabobo, Aragua, Yaracuy e Miranda, come parte del progetto di “rivoluzione agraria”, che ha colpito la scorsa settimana l’irlandese Smurfit Kappa e la statunitense Cargill. (mat)

da www.ilvelino.it

Argentina, kirchnerismo sconfitto alle amministrative di Catamarca

Il Frente civico y social argentino, sostenuto dal vicepresidente Julio Cobos, ha sconfitto ieri l’alleanza giustizialista promossa dall’ex presidente Nestor Kirchner nelle elezioni per il rinnovo di metà dell’Assemblea legislativa della provincia di Catamarca. Quella di ieri è stata la prima tornata elettorale dell’anno in vista delle elezioni politiche di ottobre, e ha riguardato una provincia guidata da un governatore, Eduardo Brizuela del Moral, che era stato tra i primi alleati dei Kirchner a passare all’opposizione nel corso dello scontro tra il governo nazionale e gli agricoltori, lo scorso anno. I cittadini hanno votato per eleggere 21 deputati, più sei supplenti, e otto senatori. La coalizione vicina al governatore, quando è stato scrutinato oltre il 98 per cento delle urne, ha ottenuto il 42,8 per cento dei voti, mentre il Fronte giustizialista perla vittoria si è fermato al 33 per cento. Il risultato elettorale, oltre a costituire una sconfitta politica per Kirchner, che si era impegnato direttamente nella campagna elettorale, determina anche il passaggio di Ramón Saadi, senatore eletto proprio a Catamarca con l’alleanza kirchnerista, all’opposizione, come aveva annunciato nei giorni scorsi. L’uscita dal gruppo della maggioranza di Saadi porta la coalizione che sostiene il capo di Stato Cristina Kirchner ad avere solo due voti in più del quorum necessario al Senato. Per celebrare la vittoria, nel capoluogo della provincia è arrivato nella notte anche Gerardo Morales, leader nazionale del principale partito della coalizione, l’Ucr. (mat)

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Venezuela-Colombia, Chávez: Aerei e carri se violano sovranità

di Matteo Tagliapietra

Non si placa la polemica tra il Venezuela e la Colombia. Il presidente venezuelano Hugo Chavez, nel corso del suo programma televisivo domenicale Aló presidente ha sostenuto che il suo paese è pronto a usare aerei e carri armati nel caso in cui sia violata la sua sovranità territoriale. Una risposta alle dichiarazioni del ministro della Difesa colombiano Juan Manule Santos che nei giorni scorsi, parlando dell’operazione colombiana che portò alla morte del leader delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) Raúl Reyes in territorio ecuadoriano, ha ripetuto di ritenere che “colpire i terroristi anche fuori dai confini nazionali è un atto di legittima difesa”. “Che al ministro Santos non venga in mente la pazzia di fare in Venezuela quello che hanno fatto in Ecuador – ha attaccato Chavez – perché con il dolore nell’anima ma io farei alzare in volo i caccia Sukoy e farei preparare i carri armati. Non permetterei che si manchi di rispetto alla sovranità e alla dignità del Venezuela”.

Chavez ha raccontato poi di aver parlato con il suo collega colombiano Alvaro Uribe - colloquio confermato da fonti di Bogotà -, al quale avrebbe riferito di non voler tornare allo scontro che ha caratterizzato in passato le relazioni tra i due paesi, ma ha anche aggiunto: “Uno non capisce come il ministro Santos dica quello che vuole ma continui a mantenere il suo incarico”. Nei confronti del ministro della Difesa colombiano Chávez ha usato parole dure, definendolo “un nemico del Venezuela” e sostenendo che rappresenta “la corrente più fascista dell’oligarchia latinoamericana”, il cui obiettivo è trasformare la Colombia nell’Israele dell’America Latina.

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venerdì 6 marzo 2009

Colombia, sospesa pena per due leader Farc che collaborano

Il governo colombiano ha annunciato ieri la decisione di sospendere la detenzione di due guerriglieri delle Farc (Forza armate rivoluzionarie colombiane), nell'ambito della nuova politica governativa dei “gestori di pace”. A riacquistare la libertà sono Elda Neyis Mosquera García, conosciuta come “Karina” e Raul Agudelo Medina, “Olivo Saldaña”, che hanno espresso ufficialmente la loro volontà di collaborare con la giustizia, lavorare per la pace e rinunciare a qualsiasi attività illegale. La prima è considerata una delle guerrigliere più feroci dell'organizzazione, a capo del fronte 47 dell'organizzazione, e il secondo ha confessato di essere responsabile di otto omicidi e altrettanti sequestri. I due membri delle Farc rimarranno sotto la supervisione dell'Istituto nazionale penitenziario che ne garantirà la sicurezza ma che potrà decidere il loro rientro in carcere nel caso in cui non rispettino il loro impegno. “Saldana” nel corso della sua detenzione aveva lavorato al progetto “mani di pace” che riunisce 700 guerriglieri che hanno lasciato la lotta armata. L'esercito colombiano ha inoltre annunciato ieri che la scorsa settimana è stata uccisa “Mariana” l'unica donna a far parte dello stato maggiore della guerriglia e braccio destro del leader militare dell'organizzazione “Mono Jojoy”. La donna sarebbe morta in un combattimento con l'esercito lo scorso 27 febbraio. Tra le azioni di cui è considerata responsabile c'è l'assalto alla località El Billar, dove nel 1998 morirono ottanta soldati e oltre quaranta furono sequestrati. (mat)

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Bolivia, prefetti presentano accuse formali contro Morales

Il procuratore generale boliviano Mario Uribe ha annunciato di aver ricevuto la denuncia presentata dal prefetto del dipartimento di Tarija Mario Cossio contro il capo di Stato Evo Morales. L'accusa è di aver preso decisioni contrarie alla Costituzione e alla legge e di non aver compiuto con gli obblighi che corrispondono al suo ruolo. In particolare Cossio, al quale si sono aggiunti i suoi colleghi delle regioni di Santa Cruz, Beni e Chuquisaca, accusa Morales di avere una responsabilità diretta nei casi di corruzione scoperti all'interno dell'impresa statale che gestisce le riserve di idrocarburi. Come spiegato da Uribe, la procura dovrà valutare l'ammissibilità delle accuse in vista di un processo “politico” nei confronti del capo di Stato in base alla legge di Responsabilità. Nel caso in cui la procura ritenesse valide le accuse rimetterà la questione al Congresso che dovrà decidere se dare vita a un processo davanti alla Corte Suprema. A difesa del capo di Stato sono intervenuti il ministro della Difesa Walker San Miguel e il suo collega alla Difesa legale dello Stato, Héctor Arce, che hanno definito le azioni del governo di La Paz “totalmente rispettose della Costituzione”.

Secondo San Miguel le accuse mosse da Cossio sono “una maniera di creare una cortina di fumo attorno alle responsabilità del prefetto nel cosiddetto 'golpe civico'” promosso dai prefetti autonomisti. In base alla denuncia, il decreto 29.506 promulgato dal presidente ha permesso la discrezionalità nell'uso dei fondi destinati all'impresa petrolifera di Stato, attraverso la quale i vertici dell'azienda potevano controllare in maniera diretta la realizzazione delle opere, dei servizi e delle consulenze di Ypfb, senza doversi sottoporre al controllo della rigida legge di Amministrazione e controllo delle risorse dello Stato. L'eccessiva libertà nella gestione degli appalti avrebbe favorito il proliferare di episodi di corruzione, la cui presenza all'interno dell'azienda è stata ammessa dallo stesso Morales. (mat)

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Venezuela, governo espropria terreni multinazionale irlandese

Il capo di Stato venezuelano, Hugo Chavez, ha annunciato nella notte la decisione di espropriare 1.500 ettari di terreno della tenuta El Piñal, di proprietà della multinazionale irlandese della carta Smurfit Kappa group, e un altro appezzamento di terreno di oltre duemila ettari, nell'ambito della “rivoluzione agraria” avviata dal governo. Il gruppo irlandese, uno dei giganti del settore della carta con sedi in 22 paesi europei e nove latinoamericani, possiede oltre dieci aree nel Paese, tra le quali quella espropriata, che fa parte della divisione forestale ed è dedicata alla coltivazione di eucalipti. Nel corso di una conferenza stampa, trasmessa in diretta da televisione e radio di Stato, Chavez ha spiegato: “Sfrutteremo in maniera razionale la legna, ma coltiveremo anche altre cose, tra cui carote, fagioli e mais”. In merito al secondo esproprio, quello della tenuta El Maizal, il leader venezuelano ha assicurato che “pagherà l'indennizzo che corrisponde” ai proprietari delle terre, che diventeranno di proprietà collettiva attraverso il nuovo sistema delle “comuni”. L'iniziativa del governo di Caracas arriva un giorno dopo l'esproprio dell'impresa del riso statunitense Cargill e la minaccia di intervenire anche sulla Polar, la principale industria alimentare presente nel Paese.(mat)

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mercoledì 4 marzo 2009

Bolivia, nuovi arresti per il massacro del Pando

Due dirigenti dell’opposizione autonomista al governo boliviano di Evo Morales sono stati arrestati con l’accusa di essere coinvolti nel massacro di contadini avvenuto lo scorso 11 settembre nella regione del Pando, nel quale persero la vita almeno venti persone. La notizia, diffusa dai media del paese andino, arriva in un momento estremamente delicato del dialogo tra il governo di La Paz e i prefetti a capo delle regioni della “mezzaluna produttiva”. L’esecutivo è infatti impegnato in una trattativa con i governatori delle regioni più ricche e produttive del paese per l’applicazione della nuova Carta costituzionale approvata con referendum popolare lo scorso anno. Una delle richieste formulate dai prefetti delle regioni di Santa Cruz, Beni, Tarija e Chuquisaca per raggiungere un accordo sull’applicazione delle autonomie contenute nella nuova Costituzione, è infatti la liberazione di quelli che ritengono i “prigionieri” politici del Pando, arrestati dai militari dopo la dichiarazione dello stato di assedio della regione. Secondo l’emittente locale Radio Fides i due uomini, i fratelli Juan Carlos e Saul Herrero Abrego, sono stati arrestati nel dipartimento del Beni. Tra i detenuti considerati “prigionieri politici” dagli autonomisti c’è anche il prefetto del Pando Leopoldo Fernandez, considerato il mandante del massacro dell’11 settembre.(mat)

da www.ilvelino.it

Cuba-Usa, El Pais: il governo di Obama lavora a riavvicinamento

L’amministrazione Usa di Barack Obama sta lavorando a un ambizioso piano di riavvicinamento con Cuba per porre fine a 50 ani di embargo e per favorire la democratizzazione dell’isola. Lo sostiene il quotidiano spagnolo El Pais, che spiega come, nonostante non ci siano stati finora passi concreti, diverse fonti politiche e diplomatiche nordamericane si dicono convinte che nel breve termine dall’amministrazione Usa arriverà un cambio di rotta nelle relazioni con l’isola. La prima occasione ufficiale per sancire questa nuova visione del rapporto con l’isola caraibica potrebbe essere già il vertice che si terrà a Trinidad e Tobago il prossimo 17 aprile. Secondo il quotidiano spagnolo, Obama non vuole perdere un’opportunità per ottenere un risultato significativo sul fronte latinoamericano, al quale sa di non poter dedicare grande attenzione nel breve periodo. Anche per Cuba, d’altra parte, la presidenza Obama rappresenta una grandissima opportunità per dare una svolta alle relazioni bilaterali con il gigante Usa.

El Pais evidenzia inoltre come il rimpasto di governo avviato lunedì da Raul Castro abbia portato a un allontanamento degli “amici di Fidel” in favore di figure a lui più vicine, anche se l’ex “lider maximo” nelle sue “riflessioni” sul quotidiano Granma ha usato parole molto dure nei confronti dei ministri epurati. Ad “alleggerire” la tensione tra Cuba e Usa, oltre che la volontà espressa in campagna elettorale da Obama di intervenire su alcuni aspetti dell’embargo, è anche la presa di posizione dei governi latinoamericani, molti dei quali, scrive il quotidiano spagnolo, hanno fatto del caso cubano un esempio della possibilità di realizzare un nuovo modello di convivenza nel continente. Non è un caso che otto presidenti della regione abbiano visitato l’isola negli ultimi mesi e, scrive El Pais, un ruolo fondamentale potrebbe essere quello giocato dal presidente Brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, con il quale l’amministrazione americana vuole costruire una sorta di alleanza globale in relazione alle problematiche latinoamericane, che sarà a Washington il prossimo 17 marzo. Secondo alcune fonti il leader brasiliano cercherà di fare in modo che la questione cubana sia inclusa nell’agenda del vertice di aprile.(mat)

da www.ilvelino.it

Argentina, Cristina apre la strada per l’accordo con agricoltori

Con l’arrivo inatteso del capo di Stato Cristina Fernández Kirchner, governo argentino e agricoltori hanno chiuso ieri sera un accordo che sembra portare alla soluzione di un conflitto che spacca il Paese da un anno. Quello di ieri era il secondo incontro tra le due parti dopo che il settore aveva deciso di tornare a scioperare contro le politiche della Casa Rosada, dando vita a un nuovo braccio di ferro dopo quello che lo scorso anno aveva paralizzato il Paese per quattro mesi. L’intesa riguarda alcuni prodotti chiave per il settore, come carne, latte e mais, ma anche la prospettiva di interventi di Buenos Aires a sostegno delle economie regionali e, soprattutto, prende in considerazione per la prima volta la possibilità di ridurre le tasse sull’esportazione di alcuni prodotti, anche se rimane escluso il principale prodotto destinato al mercato estero: la soia. A rappresentare il governo, oltre al capo di Stato, sono stati il ministro per la Produzione Debora Giorgi il suo collega agli Interni Florencio Randazzo e il segretario all’Agricoltura Carlos Cheppi, mentre per la controparte erano presenti i dirigenti delle maggiori organizzazioni: la Società Rurale, la Federazione Agraria, la Confederazione rurale argentina e Coniagro.

Sembra da escludere, per il momento, la possibilità, ventilata dia media argentini, che il governo intervenga con una nazionalizzazione del commercio delle granaglie, ipotesi che aveva provocato una durissima reazione da parte degli agricoltori, non del tutto respinta però da Randazzo che da una parte ha sostenuto: “la proposta è stata avanzata dai media e non dal governo”, ma dall’altra ha precisato che nel caso in cui l’ipotesi venga presa in considerazione, dovrà passare al vaglio del Parlamento. Nello specifico l’accordo si basa sull’aumento della redditività per i produttori, sull’apertura delle esportazioni per il grano e per alcuni tagli di carne, l’eliminazione delle imposte sull’esportazione dei derivati del latte e l’erogazione di compensazioni e contributi.

Soddisfazione è stata espressa dai rappresentanti del governo, che hanno sottolineato l’importanza della presenza, per la prima volta dal giugno del 2008, del capo di Stato, mentre gli agricoltori, pur evidenziando la positività dell’intesa, hanno detto di voler essere cauti nel manifestare la loro soddisfazione, dato che, ha sostenuto il leader della Confederazione Rurale Mario Llambias, in passato tanti annunci non si sono poi concretizzati in misure pratiche. Più pessimista è sembrato il rappresentante della Federazione Agraria Eduardo Buzzi: “Quattro anni di allontanamento e contrapposizione non si risolvono in una riunione. Non condivido la convinzione espressa da Randazzo e Giorgi, che ritengono superato il conflitto”. (mat)

da www.ilvelino.it

Argentina, Cristina apre la strada per l’accordo con agricoltori

Con l’arrivo inatteso del capo di Stato Cristina Fernández Kirchner, governo argentino e agricoltori hanno chiuso ieri sera un accordo che sembra portare alla soluzione di un conflitto che spacca il Paese da un anno. Quello di ieri era il secondo incontro tra le due parti dopo che il settore aveva deciso di tornare a scioperare contro le politiche della Casa Rosada, dando vita a un nuovo braccio di ferro dopo quello che lo scorso anno aveva paralizzato il Paese per quattro mesi. L’intesa riguarda alcuni prodotti chiave per il settore, come carne, latte e mais, ma anche la prospettiva di interventi di Buenos Aires a sostegno delle economie regionali e, soprattutto, prende in considerazione per la prima volta la possibilità di ridurre le tasse sull’esportazione di alcuni prodotti, anche se rimane escluso il principale prodotto destinato al mercato estero: la soia. A rappresentare il governo, oltre al capo di Stato, sono stati il ministro per la Produzione Debora Giorgi il suo collega agli Interni Florencio Randazzo e il segretario all’Agricoltura Carlos Cheppi, mentre per la controparte erano presenti i dirigenti delle maggiori organizzazioni: la Società Rurale, la Federazione Agraria, la Confederazione rurale argentina e Coniagro.

Sembra da escludere, per il momento, la possibilità, ventilata dia media argentini, che il governo intervenga con una nazionalizzazione del commercio delle granaglie, ipotesi che aveva provocato una durissima reazione da parte degli agricoltori, non del tutto respinta però da Randazzo che da una parte ha sostenuto: “la proposta è stata avanzata dai media e non dal governo”, ma dall’altra ha precisato che nel caso in cui l’ipotesi venga presa in considerazione, dovrà passare al vaglio del Parlamento. Nello specifico l’accordo si basa sull’aumento della redditività per i produttori, sull’apertura delle esportazioni per il grano e per alcuni tagli di carne, l’eliminazione delle imposte sull’esportazione dei derivati del latte e l’erogazione di compensazioni e contributi.

Soddisfazione è stata espressa dai rappresentanti del governo, che hanno sottolineato l’importanza della presenza, per la prima volta dal giugno del 2008, del capo di Stato, mentre gli agricoltori, pur evidenziando la positività dell’intesa, hanno detto di voler essere cauti nel manifestare la loro soddisfazione, dato che, ha sostenuto il leader della Confederazione Rurale Mario Llambias, in passato tanti annunci non si sono poi concretizzati in misure pratiche. Più pessimista è sembrato il rappresentante della Federazione Agraria Eduardo Buzzi: “Quattro anni di allontanamento e contrapposizione non si risolvono in una riunione. Non condivido la convinzione espressa da Randazzo e Giorgi, che ritengono superato il conflitto”. (mat)

da ww.ilvelino.it

martedì 3 marzo 2009

Argentina, operai lanciano scarpe contro governatore di Corrientes

l lancio delle scarpe in segno di disprezzo, reso celebre dal giornalista iracheno Muntazer al-Zaidi, che tentò di colpire il presidente Usa George Bush, ha trovato nuovi emulatori. Questa volta la vittima è il governatore della provincia argentina di Corrientes, Arturo Colombi, che domenica, in occasione dell'apertura dell'anno legislativo provinciale, è stato accolto ricevuto a colpi di calzature da un gruppo di operai dell'impresa di pulizie Shonko. I lavoratori erano stati licenziati in seguito alla rescissione del contratto per il servizio di mensa e pulizia nelle scuole del territorio operata dal governo della provincia. La rescissione del contratto di pulizia e la riduzione della quantità di pasti consegnata ha portato l'azienda a licenziare circa 450 dipendenti. La notizia è stata diffusa ieri, insieme ad alcune foto, dal portale internet Del Plata Corrientes.(mat)

da www.ilvelino.it

Ecuador-Colombia, torna la tensione

Un nuovo violento botta e risposta torna a far crescere la tensione tra Ecuador e Colombia. Le ostilità erano state aperte dal ministro della Difesa di Bogotà Juan Manuel Santos che, a un anno di distanza, aveva definito l'operazione militare colombiana nella quale era morto uno dei massimi leader delle Farc (Forze armante rivoluzionarie della Colombia) Raul Reyes, condotta in territorio ecuadoriano, un'azione di “legittima difesa”. Da Quito la risposta è stata durissima: “Signor Santos – ha dichiarato il capo di Stato Rafael Correa nel corso di una cerimonia della polizia – non si metta contro l'Ecuador. Non commetta un terribile errore. Se il governo colombiano continua, nonostante le pubbliche scuse, sulla strada imboccata dal suo ministro della Difesa, ci troverà preparati”. Il leader ecuadoriano ha poi insistito sul fatto che “in America Latina non c'è spazio per i piccoli imperatori” e ha ribadito la richiesta alla nazione vicina di contrastare la guerriglia all'interno dei propri confini nazionali. Domenica scorsa, Santos aveva commentato con la stampa colombiana il primo anniversario dell'operazione “Fenix” costata la vita a 23 guerriglieri, oltre che a Reyes, spiegando che “colpire terroristi, anche se non si trovano sul territorio nazionale, è un atto di legittima difesa e una linea di condotta sempre più accettata dalla comunità internazionale”. Dopo lo scandalo legato all'ex funzionario del ministero della Sicurezza ecuadoriano José Ignacio Chauvin, coinvolto in un inchiesta sul narcotraffico, che ha ammesso di essersi incontrato in diverse occasioni con Reyes, Quito ha tentato nelle ultime settimane di mostrare una diversa attenzione nella lotta alla guerriglia, dando il via a un nuovo sistema di controllo della frontiera tra i due Paesi, ma il riaccendersi dello scontro con Bogotà potrebbe dare a questa presenza militare un significato diverso. (mat)

da www.ilvelino.it

Cuba, Raúl sacrifica due pedine chiave del governo

Dopo più di un anno alla guida del paese, il presidente cubano Raúl Castro ha deciso di cambiare volto al suo esecutivo. La notizia è stata diffusa con un comunicato letto dalla televisione di Stato, in cui si annunciava il cambio di una decina di ministri, tra i quali due degli uomini più influenti del governo: il capo di gabinetto Carlos Lage e il ministro degli Esteri Felipe Pérez Roque. Secondo la nota si tratta di una manovra volta a rendere l’esecutivo “più funzionale e compatto, con un minor numero di organismi e una migliore distribuzione delle funzioni”. Di fatto il presidente continua nel suo progetto, annunciato lo scorso 24 febbraio, di rinnovare la compagine governativa, presentando al mondo, e a Washington da cui arrivano prudenti segnali di disgelo, un esecutivo meno legato alla figura di Fidel Castro. A farne le spese sono due uomini chiave con grande esperienza politica tanto a livello nazionale quanto internazionale. Lage, pur perdendo l’incarico di capo di gabinetto mantiene il ruolo di vicepresidente e al suo posto è stato nominato il generale José Amado Ricardo Guerra. A sostituire Pérez Roque sarà invece il suo vice Bruno Rodriguez.

Il rimpasto coinvolge altri dicasteri di importanza chiave come quello dell’Economia, che passa dalle mani di Josè Luis Rodriguez a quelle di Marino Murillo Jorge. Tra le novità anche l’accorpamento di alcuni ministeri, come quello del Commercio e quello degli Investimenti all’estero che formeranno un unico dicastero guidato dal Rodrigo Malmierca, mentre Maria Concepcion Gonzalez riunirà i ministeri dell’Industria alimentare e della pesca. Il cambio della guardia, che secondo il comunicato emesso ieri potrebbe non essere finito, ha riguardato anche il ministero delle Finanze, quello dell’Industria siderurgica, quello della Scienza e dell’Ambiente e quello del Lavoro.(mat)

da www.ilvelino.it

lunedì 2 marzo 2009

Colombia, scoperti rifugi e grotte delle Farc

Undici installazioni, tra rifugi e grotte, utilizzate dai guerriglieri colombiani delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) come nascondigli, ospedali improvvisati e depositi di armi nel sud del Paese, sono state scoperte nel fine settimana dall'esercito colombiano. Secondo quanto ricostruito con alcuni media del Paese latinoamericano dal generale Miguel Pérez Guarnizo, a capo dell'operazione, i militari sarebbero riusciti a scoprire i nascondigli, utilizzati dal fronte orientale della guerriglia che fa capo al “Mono Jojoy”, grazie all'aiuto di un disertore. Le cavità sotterranee sono in grado di ospitare da 70 a 200 persone e in una di esse sono stati ritrovati quasi 1.400 chili di esplosivo, oltre 500 granate già pronte e 2.500 in via di elaborazione, grandi riserve di cibo, giubbotti antiproiettile e alcuni tra fucili e pistole. La struttura, un vero e proprio accampamento sotterraneo nella zona del Meta, serviva ai guerriglieri anche per sfuggire ai bombardamenti da parte dell'aviazione militare.(mat)

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Bolivia, governo: su autonomie andiamo avanti comunque

Il governo boliviano, nel mezzo di un complicato negoziato con l’opposizione regionale, ha intenzione di andare avanti per la propria strada nell’applicazione della nuova Costituzione anche in relazione alle autonomie locali. Lo ha dichiarato il capo di Stato Evo Morales ieri, nel corso dell’inaugurazione di un centro sportivo nel dipartimento di Cochabamba, sostenendo che “la Costituzione sarà applicata con o senza i ‘venditori della patria’”. Il riferimento è al Consiglio delle Autonomie, che doveva essere lo spazio di confronto tra La Paz e i prefetti a capo delle regioni, alcuni dei quali sono trai più duri oppositori del presidente Evo Morales, ma che finora non ha dato i frutti sperati. I prefetti della “mezzaluna produttiva” del Paese, l’area più ricca di risorse e giacimenti di idrocarburi, hanno disertato la riunione e posto una serie di condizioni per sedersi al tavolo delle trattative, forti di un ampio sostegno locale.

Oggi si ritroveranno a Santa Cruz, capitale dell’omonima regione, per valutare le prossime mosse dopo che venerdì scorso, per riprendere il dialogo, avevano posto una serie di condizioni tra le quali la liberazione degli autonomisti del Pando detenuti dopo il massacro dell’undici settembre scorso, la fine delle “intimidazioni” da parte del governo e il riconoscimento dell’esistenza di due differenti visioni del Paese. “Mi pressano costantemente perché segua la via del dialogo, ma quando cerchiamo di applicare la Costituzione – recentemente confermata da un referendum – continuano a porre nuove condizioni. Continuiamo comunque a essere disponibili a un confronto” ha detto il presidente. Morales ha poi aggiunto che la porta è aperta agli osservatori esterni, sia nazionali che internazionali: “Non abbiamo nessun tipo di timore: noi non abbiamo nulla da nascondere”. Sulla questione è poi intervenuto il ministro per le Autonomie Carlos Romero che ha però insistito: “Se viene meno il dialogo le autonomie si devono applicare per rispetto del mandato costituzionale”.(mat)

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