Il progetto del governo “gestori di pace”, che consente ai guerriglieri delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) che disertano di ottenere la libertà vigilata se decidono di lavorare per la ricerca di un accordo con il governo, divide le vittime della violenza del gruppo. In una lunga intervista al quotidiano colombiano El Tiempo Jaime Jaramillo Panesso, il cui figlio è stato ucciso dai guerriglieri, e Guillermo Cortes, prigioniero a lungo delle Farc, hanno raccontato la loro esperienza e il loro punto di vista sull’iniziativa del presidente Alvaro Uribe. Il primo è oggi membro della Commissione nazionale di riparazione che si occupa di promuovere e gestire la smobilitazione dei guerriglieri e del sostegno alle vittime della guerra intestina che insanguina il Paese. Suo figlio, l’ingegnere agricolo Fidel Jaime, è stato ucciso dal fronte 47 della guerriglia guidato da “Karina” una tra i primi, nelle Farc, a chiedere di diventare un “gestore di pace”. Jaramillo Panesso, che ha visto “Karina” nel corso della prima dichiarazione davanti alla procura, sostiene che l’iniziativa avviata da Uribe è positiva: “Se questo permetterà di avanzare nel processo di pace e porterà beneficio al Paese, io credo che gli interessi personali, come quello della mia famiglia, debbano passare in secondo piano. Alcuni dei miei figli però non sono d’accordo con me”.
Secondo l’avvocato la nuova figura può diventare un simbolo: “Può stimolare la diserzione. I guerriglieri vengono indotti a pensare che finire nelle mani dell’esercito vuol dire essere torturati, incarcerati e uccisi. Questa è una prova che lo Stato colombiano e la stessa società civile sono generosi nei confronti di chi si consegna”. Il membro della Commissione per la riparazione arriva a perdonare l’assassina di suo figlio: “Io la perdono e penso che il tempo curi le ferite”. Diversa l’opinione di Cortes, tenuto prigioniero per oltre sette mesi dal fronte delle Farc guidato da “Karina”: secondo lui il fatto che possa rientrare nel programma dei “gestori di pace” è come “nominare Stalin gestore di pace con i tedeschi”. L’ex sequestrato racconta che vorrebbe trovarsi ora davanti alla sua carceriera: “Vorrei chiederle perché non provava pietà per un uomo di 76 anni, perché è stata tanti anni nella guerriglia e ora vuole uscire? Che cosa si aspetta dalle centinaia di sequestrati che sono passati per le sue mani?”.
Cortes si dice fermamente contrario alla concessione della libertà vigilata e alla sua assunzione del ruolo di “gestore di pace”: “Sarebbe come mettere i topi a controllare il formaggio. Se avesse fatto qualcosa di veramente generoso, se avesse contattato l’esercito per salvare alcuni prigionieri o per fornire qualche informazione importante... Ma lei non ha fatto nulla di tutto questo. Nell’accampamento in cui mi trovavo sequestrato un altro prigioniero è morto per la mancanza di medicine che lei non gli ha voluto somministrare, come fanno ora a dirmi che questa donna ha visto lo Spirito Santo ed è diventata Santa Rosa da Viterbo?”. “Io ho perdonato – conclude Cortes – ma non posso dimenticare”. (mat)
da www.ilvelino.it
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