giovedì 28 maggio 2009

America Latina, Osa; manca accordo su risoluzione Cuba

di Matteo Tagliapietra

Il presidente del Consiglio permanente dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), il canadese Graeme Clark, ha convocato i rappresentanti dei 34 paesi membri a una riunione nella quale verrà discussa la possibilità di raggiungere un'intesa su una risoluzione comune in merito al reintegro di Cuba nell'organizzazione. La proposta è sostenuta da molti paesi latinoamericani, ed è stata rilanciata anche dal segretario generale José Miguel Insulza, ma ha incontrato le forti perplessità degli Stati Uniti, nonostante le aperture manifestate da Washington nei confronti di L'Avana. Il gruppo di lavoro si riunirà a Washington e dovrà informare dei risultati raggiunti la Commissione generale che sta elaborando l'agenda del vertice. Nel corso dell'incontro si valuteranno i tre progetti di risoluzione elaborati da Honduras, Nicaragua e Stati Uniti, presentati ieri nel corso di una sessione ordinaria del Consiglio, mentre l'Associazione latinoamericana per l'integrazione starebbe lavorando a una quarta ipotesi. Il fatto stesso che la questione sia stata affrontata in seno al Consiglio, rappresenta un fatto storico, dato che non era mai avvenuto negli ultimi 47 anni, così come assume un'importanza enorme il fatto stesso che gli Stati Uniti abbiano invitato l'organizzazione a favorire un dialogo con l'isola per avviare un percorso di riavvicinamento.

Tutti e tre i progetti finora presentati prevedono il reintegro di Cuba, ma hanno caratteristiche diverse. Il documento presentato da Honduras mette in risalto il fatto che le relazioni tra Cuba e Osa “dipenderanno dalla volontà manifestata dalle due parti”, quello promosso dal Nicaragua sostiene la revoca dell'esclusione come “atto di giustizia” perché “viola lo statuto dell'Osa e il diritto internazionale come atto di discriminazione”, mentre la visione statunitense, espressa dall'ambasciatore Hector Morales, evidenzia la necessità che un possibile reintegro dell'isola caraibica sia conseguenza del rispetto dei “valori e degli accordi contenuti nello statuto dell'Osa, nella Carta democratica interamericana e in altri documenti”. Un concetto già ribadito dal segretario di Stato Hillary Clinton: Washington pretende dal governo cubano delle prese di posizione chiare in merito al processo democratico, come la liberazione dei prigionieri politici, e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Insulza si è detto fiducioso sul fatto che i paesi membri possano trovare un'intesa sulla revoca della sospensione imposta nel 1962: “Ho fiducia nella capacità degli uomini di trovare un accordo e spero che questo succeda. Sarebbe una gran cosa per la nostra organizzazione”. Il segretario generale dell'organizzazione ha spiegato che qualsiasi decisione raggiunta non poterebbe all'automatica riammissione di Cuba, “si tratta di un processo molto più complesso”, ma si limiterebbe all'eliminazione delle sanzioni nei confronti dell'isola caraibica, “su questo si può raggiungere un ampio consenso” ha sostenuto. Del resto L'Avana finora non ha manifestato nessun interesse per un'eventuale riammissione nell'Osa, arrivando ad augurarsi che scompaia. “Mi auguro che cambino idea – ha commentato Insulza – ma questa è una loro decisione. Per quanto ci riguarda la questione è relativa a una risoluzione legata alla guerra fredda che a mio parere non dovrebbe essere ancora vigente”.

da www.ilvelino.it

America Latina, Onu: dopo record 2008 giù investimenti stranieri

Dopo le cifre record raggiunge nel 2009, gli investimenti stranieri in America Latina sarebbero destinati a crollare nel 2009, con una riduzione tra il 35 e il 45 per cento. Lo sostiene la Commissione economica per l'America Latina e il Caribe (Cepal) dell'Onu, che segnala la possibilità di una perdita vicina ai 60 miliardi di dollari. Le conseguenze immediate, come evidenziato dallo studio, saranno una forte recessione e una crescita della disoccupazione, influendo in maniera negativa sulle previsioni di crescita. Secondo il dossier l'economia regionale registrerà nel suo complesso una contrazione dello 0,3 per cento, con un livello di investimenti stranieri tra i 70 e gli 80 miliardi di dollari, una cifra molto distante dai 128,3 miliardi da record del 2008. Una diretta conseguenza, secondo il Cepal, delle minori prospettive di crescita, della difficoltà di accedere alle risorse finanziarie e del clima di incertezza che regna nella regione.

L'evoluzione del livello di investimenti, evidenzia l'organismo regionale delle Nazioni Unite, sarà estremamente diverso da paese a paese, come del resto era già stato negli anni precedenti; basti pensare che nel 2008 mentre in Messico si è registrato un calo del 20 per cento in Brasile i capitali stranieri sono aumentati del 30 per cento. Proprio questi due Paesi, insieme con Colombia e Cile, hanno attratto tre quarti degli investimenti stranieri totali, ovvero più di 90 miliardi di dollari. Anche il risultato estremamente positivo dello scorso anno, comunque, rappresentava una crescita, in proporzione, molto più bassa di quanto registrato nel 2007, quando aveva superato il 50 per cento, ma, soprattutto, era un segnale nettamente controcorrente rispetto al dato globale, che aveva visto gli investimenti all'estero scendere del 15 per cento. A scegliere l'America Latina sono soprattutto Stati Uniti, che rappresentano da soli un quarto degli investimenti, e Spagna (9 per cento), mentre cresce l'attenzione di Canada e Giappone.

Se la regione latinoamericana ha attratto lo scorso anno un numero crescente di fondi stranieri, lo stesso fenomeno si è registrato per gli investimenti dei paesi sudamericani all'estero, grazie anche al consolidamento della presenza di imprese transazionali nella regione, soprattutto in Messico, Brasile e Cile. Nel complesso sono stati 34,5 miliardi i dollari destinati ad altri paesi. Tra le imprese leader si sono confermate la brasiliana Petrobras, la messicana America Movil e l'italo argentina Techint. Secondo il Cepal, l'incertezza relativa alla durata e le dimensioni della crisi finanziaria mondiale rendono difficili stime precise, ma ci si aspetta che il dato relativo al 2009, seppur contraddistinto da una fortissima contrazione, rimanga al di sopra dei dati relativi alla prima metà del decennio. Secondo l'analisi dell'organismo dell'Onu è fondamentale che i governi della regioni continuino nell'opera di rafforzamento della capacità produttiva e lavorino per aumentare le ricadute positive sull'economia nazionale degli investimenti stranieri, evitando che si traducano in uno sfruttamento delle risorse con un limitato ritorno per la popolazione. (mat)

da www.ilvelino.it

mercoledì 27 maggio 2009

Brasile, Lula incontra Chavez puntando a leadership regionale

di Matteo Tagliapietra

Prestiti e investimenti brasiliani in Venezuela, il complicato percorso di ingresso di Caracas nel Mercosur e il rapporto con l'amministrazione Obama. Sono stati questi gli argomenti chiave dell'incontro di ieri, a Salvador de Bahia, tra il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e il suo omologo venezuelano Hugo Chavez, nell'ambito delle riunioni trimestrali programmate tra i due leader. Quello tra i due paesi latinoamericani è un rapporto che in passato è stato caratterizzato da alti e bassi e condizionato oggi da una dura competizione per il mercato americano del petrolio, che pone Caracas e Brasilia di fronte a una sfida importante per l'economia dei due Paesi. Anche in occasione della riunione di ieri, però, il leader brasiliano ha dimostrato di sapere bene che il ruolo di “rappresentante” della regione davanti alla comunità internazionale, per il quale sta lavorando, non permette colpi di testa né contrasti. Così a caratterizzare l'incontro è stato un clima disteso e tutto si è giocato su sorrisi e pacche sulle spalle; i capi di Stato hanno discusso delle richieste di sostegno economico di Chavez, l'economia venezuelana sta risentendo pesantemente del crollo del prezzo del greggio, di nuovi accordi di cooperazione bilaterale e della questione dell'ingresso del Venezuela nel Mercosur. Nel corso della riunione si è verificato anche un curioso incidente: il traduttore simultaneo messo a disposizione dei giornalisti ha infatti permesso ai media di ascoltare un dialogo a porte chiuse tra i due leader nel quale Lula spiegava come il suo futuro sia nel ruolo di presidente dell'impresa petrolifera statale Petrobras e Chavez prometteva di non espropriare imprese brasiliane nell'ambito del processo di nazionalizzazione di alcuni settori dell'economia venezuelana.

Chavez ha chiesto al leader brasiliano di sostenere economicamente il suo Paese attraverso la Banca nazionale per lo sviluppo economico e sociale, dopo aver ammesso che la caduta del prezzo del petrolio ha svuotato le tasche del Venezuela dimezzando le entrate del greggio. Il “caudillo” venezuelano ha chiesto a Lula di sostenere la sua richiesta di ampliamento del credito concesso per la costruzione di infrastrutture, si ipotizza una cifra tra i quattro e gli otto miliardi di dollari; tra i progetti previsti la costruzione di una raffineria di proprietà binazionale e della metropolitana di Caracas, iniziativa già allo studio dell'istituto di credito. “Questo è il momento buono per cominciare a lavorare a imprese miste, per progettare e costruire“, ha sostenuto Chavez, mentre Lula si è augurato che prima della fine del suo mandato si siano completate le opere portate avanti congiuntamente. I presidenti si sono impegnati poi a risolvere entro 90 giorni le divergenze relative ai progetti comuni delle due imprese petrolifere statali, Petrobras e Pdvsa, relativi alla nuova raffineria e alla partecipazione del colosso brasiliano nell'esplorazione delle falde petrolifere della zona venezuelana dell'Orinoco.

Secondo Lula si tratta solo di “una questione di dettagli”, anche se nel corso della conversazione a porte chiuse, involontariamente resa pubblica, entrambi i leader esprimevano “frustrazione” per le difficoltà incontrate nelle trattative, avviate nel 2005. Al momento sembrano essere tre i punti di contrasto: il prezzo che sarà corrisposto a Pdvsa per il greggio raffinato nella struttura, il crescente costo dell'investimento (la raffineria sarà al 60 per cento dell'impresa brasiliana e al 40 della venezuelana per un investimento da 4,5 miliardi di dollari) e la commercializzazione della produzione dell'impianto.

I rallentamenti subiti dal percorso che deve portare Caracas all'interno dell'area di scambio economico regionale Mercosur sono stati il secondo tema al centro della riunione, anche a causa dell'atteggiamento assunto dal Senato brasiliano, dove il voto sull'ingresso del Venezuela nell'organizzazione è bloccato da tempo. Un gruppo di senatori infatti ha espresso la sua perplessità sulle garanzie democratiche fornite dal governo venezuelano e sulla necessità per un paese membro di rispettare i principi della legalità e della democrazia. I presidenti hanno definito un programma di liberalizzazione del commercio bilaterale, nell'ottica dell'ingresso nel Mercosur di Caracas, mentre la richiesta di adesione prosegue il suo percorso di approvazione nelle assemblee parlamentari di Brasile e Paraguay. Si tratta di un calendario del graduale sgravio dai dazi doganali negli scambi commerciali che il Venezuela deve negoziare con ogni paese membro prima di poter entrare a pieno titolo nel blocco. Secondo Lula, la mancanza di questo programma è stata una delle principali ragioni del rallentamento del processo. Il capo di Stato brasiliano si quindi augurato che forte dell'accordo firmato, il Senato possa ora approvare la richiesta di Caracas prima del prossimo incontro con Chavez. Lula ha quindi sostenuto che l'accordo “è una dimostrazione di rispetto del Brasile nei confronti dello sviluppo venezuelano” e che “il Brasile non vede il Venezuela come un mercato pronto per essere inondato da prodotti di ogni genere”.

Anche il difficile rapporto con Washington del governo venezuelano è stato oggetto di confronto tra i due capi di Stato: per Lula si tratta di una questione che potrebbe rivestire una grandissima importanza, perché riuscire a ricomporre il rapporto tra il colosso nordamericano e Caracas gli consentirebbe di acquisire quel prestigio internazionale per il quale sta lavorando senza sosta. Se l'amministrazione Bush sembrava privilegiare la Colombia del “fedelissimo” Alvaro Uribe, in un sostanziale disinteresse per l'America latina, l'arrivo alla Casa bianca di Obama ha cambiato le carte in tavola e Lula è deciso a giocarsi le sue opportunità fino in fondo. La capacità dell'ex leader operaio di mediare tra le due parti e di limitare gli eccessi verbali del “caudillo” venezuelano potrebbe quindi avere un peso non indifferente nel percorso verso la leadership regionale.

Per la gioia dei giornalisti presenti, come si diceva, un errore tecnico ha permesso inoltre alla stampa di ascoltare attraverso l'apparecchiatura per la traduzione simultanea una parte del dialogo a porte chiuse tra i due presidenti, che ha offerto alcuni spunti interessanti. Primo fra tutti quello relativo al processo di nazionalizzazione di alcuni settori chiave dell'economia portato avanti dal governo venezuelano: Chavez si è infatti impegnato a non espropriare imprese brasiliane. Lula ha invece disegnato il suo futuro come presidente di Petrobras: “Se riesco a far eleggere Dilma presidente – il riferimento è al suo braccio destro Dilma Rousseff – le cose – nel settore energetico – si sistemeranno, perché io sarò il presidente di Petrobras e l'attuale presidente sarà il mio consigliere”.

da www.ilvelino.it

martedì 26 maggio 2009

Reintegro di Cuba nell'Osa accende il dibattito nelle Americhe

A meno di una settimana dall'inizio del vertice dell'Organizzazione degli Stati americani, che si aprirà in Honduras il primo giugno, il possibile reintegro di Cuba comincia a provocare un innalzamento della tensione nel continente americano e, in modo particolare, negli Stati Uniti. Dopo le perplessità espresse dal segretario di Stato Hillary Clinton, che ha posto una serie di paletti ben precisi al percorso di reintegro di L'Avana, sono numerosi gli esponenti del Congresso Usa che hanno fatto sentire la loro voce, contestando la proposta fatta dal segretario generale dell'Osa José Miguel Insulza. Quest'ultimo ha infatti ipotizzato l'eliminazione della clausola escludente nei confronti di Cuba, introdotta nel 1962 a causa dell'adesione dell'isola al blocco sovietico, un'ipotesi che ha raccolto il consenso di molti leader latinoamericani. Pur mostrando verso l'isola caraibica un atteggiamento di grande disponibilità, rispetto alla precedente amministrazione, il governo di Barack Obama si è mosso finora in maniera molto cauta, tendendo la mano a Castro ma chiedendo una serie di segnali tangibili del percorso verso la democrazia intrapreso dal governo cubano. Due personaggi di peso del Congresso statunitense, il repubblicano Richard Lugar e il democratico Bob Menendez, hanno fatto sentire la loro voce contro l'ipotesi di reintegro: il primo ha sostenuto la “pericolosità” della decisione perché provocherebbe “seri dubbi sull'impegno dell'organizzazione nella difesa della democrazia”, l'altro ha minacciato la presentazione di una risoluzione che sospenda l'apporto economico statunitense all'Osa, che vale circa il 60 per cento del budget. La Clinton ha poi fatto esplicito riferimento alla Carta democratica del 2001, che impegna i paesi membri dell'organizzazione a “promuovere e difendere la democrazia”, a garantire “le libertà individuali” il “rispetto dei diritti umani”.

Se dall'America latina si è levato un coro di voci a sostegno della riammissione di Cuba, da l'Avana finora sono arrivati segnali di tipo differente: sia l'ex “lider maximo” Fidel Castro che suo fratello, e successore, Raul, hanno espresso non pochi dubbi sulla legittimità e la democraticità dell'organizzazione, sottolineando che Cuba non vuole e non ha bisogno di rientrare nell'Osa. “Irrilevante, obsoleta e complice dei principali crimini di Stato commessi in America latina nella seconda metà del ventesimo secolo”, la definiva ieri il quotidiano governativo Granma. Una presa di posizione quasi obbligata, nell'ottica “rivoluzionaria” del governo cubano, che ha bisogno di mostrarsi autosufficiente e vuole evitare di sentirsi oggetto di un'elemosina” politica. Per questo l'Avana ha avviato una campagna mediatica molto dura contro l'Osa, “strumento dell'imperialismo americano” e si è mostrata insofferente nei confronti delle richieste formulate da Washington, ma difficilmente si rifiuterebbe di accettare una eventuale proposta di reintegro.

Di fatto, a pochi giorni dal vertice, i paesi membri sembrano dividersi in tre blocchi: il primo, guidato dagli Usa vede l'eliminazione della clausola d'esclusione come un risultato che Cuba si deve “guadagnare” e che può arrivare solo alla fine di un processo di democratizzazione “riconosciuto” dagli altri paesi membri; il secondo, guidato da Argentina Brasile, Cile e Messico, vede l'eliminazione della clausola come un primo passo di un percorso di reinserimento, vincolato però al rispetto di una serie di parametri; il terzo è invece il gruppo di Ecuador e Nicaragua, che chiede l'eliminazione della risoluzione del 1962 e il reintegro di Cuba senza condizioni. Per ora non ha esplicitato la sua posizione il leader venezuelano Hugo Chavez, che comunque rimane il più ferreo alleato di Castro. (mat)

da www.ilvelino.it

lunedì 25 maggio 2009

Argentina, il peso delle nazionalizzazioni di Chavez su elezioni

di Matteo Tagliapietra

La decisione del “caudillo” venezuelano Hugo Chavez di nazionalizzare, nell'ambito di una più vasta operazione di esproprio, tre imprese metallurgiche legate al gruppo italo-argentino Techint (Tavsa, Matesi e Comsigua), rischia di creare non poche difficoltà al governo della “presidenta” argentina Cristina Fernandez Kirchner. Il nuovo “assalto” venezuelano alle imprese straniere arriva infatti a brevissima distanza dal faticoso raggiungimento di un accordo con la stessa Techint per la nazionalizzazione della siderurgica Sidor (con un indennizzo di quasi due miliardi di dollari), che aveva già messo a dura prova le relazioni tra Buenos Aires e Caracas, e a poche settimane dalle elezioni politiche anticipate in Argentina. Il rapporto tra la Kirchner e Chavez ha vissuto alti e bassi, per la tendenza della leader argentina a smarcarsi da un possibile allineamento con l'asse “bolivariano” per mantenere una rapporto positivo con Washington, senza però allontanarsene troppo per la necessità della Casa Rosada di poter contare sulle risorse energetiche venezuelane. D'altra parte le tecnologie e le scorte alimentari argentine hanno per il Venezuela una grande importanza e questo ha sempre spinto Chavez a cercare la via del dialogo con Buenos Aires.

L'ultima mossa del leader venezuelano arriva però in un momento delicatissimo per la Kirchner, nel pieno di una campagna elettorale che, come ha sostenuto suo marito Nestor (leader del principale partito della maggioranza), pone gli argentini difronte a un bivio: “Cristina o il caos del 2001”. Ovviamente si tratta di un'affermazione da campagna elettorale, ma esplicita la sensazione che si tratti fondamentalmente di un plebiscito sull'attività di governo del capo di Stato, che pure ha escluso l'ipotesi di una rinuncia in caso di sconfitta. Ufficialmente il governo argentino, attraverso il ministro della Pianificazione Julio De Vido ha dichiarato all'agenzia di stampa Telam che Buenos Aires “rispetta la decisione sovrana” del Venezuela e che il governo terrà lo stesso comportamento adottato nella gestione del caso Sidor, “proteggendo gli interessi delle imprese nazionali”. La mossa di Chavez avrebbe colto di sorpresa i Kirchner, dato che il leader venezuelano era stato ospite della coppia presidenziale la scorsa settimana, e nel corso della visita non avrebbe fatto alcun riferimento all'imminente azione di esproprio.

Inevitabili le conseguenze sul piano politico interno per la “presidenta”: dura è stata la reazione degli industriali argentini, che hanno espresso la loro forte preoccupazione per mancanza di “tutela” degli investimenti nazionali da parte del governo e ancor più forte, ovviamente, la presa di posizione dell'opposizione. Dopo che il governo argentino è ricorso allo strumento della nazionalizzazione sui fondi pensione privati (Afjp) e sulla compagnia aerea di bandiera Aerolineas Argentinas, infatti, gli avversari della Kirchner hanno puntato sempre di più sulla possibile “chavizzazione” del governo argentino, possibilità paventata anche dall'Unione industriali. Per la “presidenta” un inatteso e insidioso ostacolo a poco più di un mese dal voto che rinnoverà una parte di Camera e Senato e che deciderà, in buona parte, le prospettive del percorso parlamentare del suo governo fino alla fine della legislatura.

da www.ilvelino.it

America Latina, i "bolivariani" lanciano attacco alla stampa

si Matteo Tagliapietra

Se il socialismo “bolivariano” non si diffonde in America Latina la colpa è, essenzialmente, della stampa. Lo hanno sostenuto nel corso di un conferenza stampa il leader ecuadoriano Rafael Correa e il suo collega venezuelano Hugo Chavez, nei giorni scorsi in visita a Quito. Entrambi hanno con i mezzi di comunicazione un rapporto estremamente conflittuale: “Uno dei maggiori nemici del cambiamento il America Latina è una certa stampa compromessa con i poteri che hanno sempre dominato la regione – ha spiegato Correa -. Dobbiamo affrontare e sconfiggere questo potere che agisce impunito”. Un percorso che i governi dei due paesi latinoamericani sembrano aver già pienamente avviato: Chavez a suon di leggi, denunce e interventi delle forze dell'ordine ha messo a tacere una buona parte della stampa vicina all'opposizione ed è al momento nel pieno di un nuovo scontro con l'emittente Globovision, Correa ha deciso una revisione dell'attribuzione di frequenze a radio e televisioni. Il presidente ecuadoriano ha poi annunciato l'intenzione, nel corso dell'ormai prossima presidenza di turno dell'Unasur (Unione delle nazioni sudamericane), di prendere provvedimenti che “difendano cittadini e governi dagli abusi della stampa”. Un percorso nel quale, ha evidenziato Chavez, “l'Ecuador può contare su tutto l'appoggio del Venezuela” nel lottare contro un fenomeno che si avvicina “alla follia del fascismo, di quello duro, aperto, sfacciato e cinico”.

Un concetto pienamente condiviso dal suo collega boliviano Evo Morales, anche lui a Quito in occasione delle celebrazioni per l'anniversario di una delle battaglie chiave per l'indipendenza ecuadoriana, che sta conducendo nel paese andino una campagna durissima contro i mezzi d'informazione d'opposizione, il quotidiano La Prensa è sotto inchiesta, e ha invitato la Società interamericana della stampa (Sip) a un incontro per “dimostrare che la maggior parte dei media in Bolivia mente ed è corrotta”. La visita di Chavez ha avuto anche però degli importanti risvolti politici ed economici, dato che è stata l'occasione per chiudere una serie di accordi di cooperazione bilaterale e per manifestare ancora una volta l'identità di vedute sulla necessità di rafforzare il controllo statale su settori strategici dell'economia. Un concetto ribadito da Correa nel corso di un incontro con la stampa e messo in pratica da Chavez nelle ultime settimane con una serie di espropri nel settore energetico e industriale. “Non cambieremo la nostra strada – ha detto il presidente ecuadoriano – anzi renderemo questa rivoluzione cittadina più radicale e profonda, accelerando questo processo”.

da www.ilvelino.it

Cuba, un video costò il posto a Lage e Perez Roque?

Un video in cui l'ex vice presidente cubano Carlos Lage e l'ex ministro degli Esteri Felipe Perez Roque fanno dell'ironia e contestano le scelte dell'ex “lider maximo” Fidel Castro e di suo fratello Raul, che gli è succeduto. Ci sarebbe questo dietro la decisione di l'Avana di rimuovere, nel marzo scorso, i due politici, tra i più conosciuti e rispettati internazionalmente e considerati la “nuova generazione” della classe politica cubana. La notizia si è diffusa nel fine settimana soprattutto suoi quotidiani di lingua spagnola della Florida, lanciata dal Nuovo Herald, secondo il quale la registrazione, di cui esiste un versione di sette ore e una ridotta di tre, nell'ultimo mese sarebbe stata mostrata ai vertici del potere politico e militare dell'isola caraibica per motivare la scelta, decisamente a sorpresa, fatta da Castro più di due mesi fa. Nelle registrazioni Lage e Perez Roque scherzerebbero sulla malattia di Fidel e sull'incapacità di Raul di gestire la difficile situazione del Paese.

La maggior parte delle immagini contenute nel video sarebbero state registrate nella casa dell'imprenditore Conrado Hernandez, rappresentante degli interessi dei Paesi Baschi nel Paese e amico di vecchia data di Lage. L'imprenditore, delegato della Società per la promozione e la riconversione industriale (Spri), sarebbe un agente dei servizi segreti spagnoli, probabilmente doppio e triplogiochista, e avrebbe registrato le conversazioni con i due politici per dimostrare a Madrid che c'è chi, a Cuba, vuole cambiare rotta rispetto ai Castro, ma di fatto a fornito loro su un piatto d'argento una giustificazione inattaccabile per l'epurazione. Hernandez è finito in manette lo scorso 14 febbraio, mentre con sua moglie stava cercando di prendere un volo per Bilbao e due settimane dopo gli uffici della Sipri di L'Avana sono stati messi a soqquadro da una perquisizione delle forze dell'ordine; a distanza di tre giorni, sulla stampa cubana, è apparsa la nota ufficiale che Lage e Perez Roque erano stati “liberati” dai rispettivi incarichi e nel suo editoriale Fidel tuonava contro i due politici “indegni”. Da allora, sopo aver pubblicamente ammesso i loro errori i due “ribelli” sono scomparsi dalla vita pubblica dell'isola caraibica, così come era accaduto quasi dieci anni fa con Roberto Robaina, predecessore di Perz Roque agli Esteri, destituito nell'ambito di un “regolamento di conti” interno al partito comunista grazie a delle registrazioni compromettenti e al suo legame con il ministro degli Esteri del governo Aznar Abel Matutes. (mat)

da www.ilvelino.it

venerdì 22 maggio 2009

Colombia, Uribe: “sconveniente” candidarmi nuovamente

“Il Paese ha molti buoni leader, presentare nuovamente la mia candidatura sarebbe sconveniente”. Lo ha dichiarato il capo di Stato colombiano Alvaro Uribe, nel corso di un forum economico nella capitale Bogotà. Poche ore dopo, nell'ambito della cerimonia di consegna della medaglia del decano della Wharton School University, nella sede del ministero degli Esteri, ha poi aggiunto che “la possibilità di continuare a essere presidente mi fa paura”. Le dichiarazioni del capo di Stato, che pure aveva espresso in passato dubbi sul suo futuro, hanno colto di sorpresa molti colombiani, visto che il giorno prima il Parlamento aveva approvato un referendum costituzionale che consentiva a Uribe di correre per un terzo mandato. “Personalmente non mi piacerebbe – ha spiegato il leader colombiano – che in futuro mi ricordassero come uno attaccato al potere. Io sono stato un combattente per la democrazia”. Le sue dichiarazioni sono arrivate poche ore dopo l'annuncio, da parte dei leader dell'opposizione, dell'intenzione di formare un fronte comune contro una sua nuova elezione. Uribe è stato eletto per la prima volta presidente nel 2002 e nel 2010 terminerà il suo secondo mandato.

Il capo di Stato non ha però chiuso completamente la porta a una sua ricandidatura. “Difronte al dilemma della rielezione nel mio cuore c'è un incrocio di sentimenti contrastanti” ha spiegato, sottolineando la necessità di “continuare le politiche avviate dal mio governo: quella della sicurezza democratica, della fiducia degli investitori e la coesione sociale”; un risultato che il presidente sostiene possa essere raggiunto con “continuità politica, un progetto a lungo termine che preveda l'introduzione di correttivi lungo il percorso. Credo che il dibattito sulle politiche si più importante che quello sulle persone”. Uribe ha poi raccontato di appartenere a una generazione “che non ha vissuto un giorno di pace: una generazione che a Bogotà, come in altre regioni, si è sentita abbandonata”.

In merito al pericolo che la modifica della Costituzione che potrebbe derivare dal referendum danneggi le istituzioni democratiche, il capo di Stato ha risposto: “Quello che abbiamo fatto in questi anni è rafforzare le istituzioni. Le leggi e la Costituzione non le determina il capriccio di un presidente”. Con riferimento, infine, agli investimenti stranieri nel Paese ha ammesso: “Nessun governo è stato ostile agli investimenti, però allo stesso tempo non hanno posto su questo aspetto la stessa enfasi che abbiamo usato noi. Non è stato facile in un America Latina dove molti vogliono annullare gli investimenti, sottilmente, e altri apertamente sono nel mezzo di un processo di nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Si tratta di un compito molto difficile. Sono molto preoccupato e ho molti timori. Temo di continuare a essere il presidente”. (mat)

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Bolivia, Morales incontra Shannon e riapre agli Usa

Bolivia, Morales incontra Shannon e riapre agli Usa
Roma, 22 mag (Velino/Velino Latam) - Il presidente boliviano Evo Morales, nell'incontrare il sottosegretario Usa per gli Affari latinoamericani, Thomas Shannon, ha sottolineato la necessità di rivedere in profondità i rapporti tra il Paese andino e il colosso nordamericano. Una relazione contraddistinta da una crescente insofferenza da parte di La Paz, culminata in una serie di durissime accuse rivolte a Washington e con l'espulsione dell'ambasciatore statunitense Philip Goldberg, accusato di “cospirazione” nel settembre scorso. Il leader boliviano ha sostenuto che il rapporto deve basarsi su “un mutuo rispetto”, evidenziando la necessità che non vi siano “ingerenze” di un paese nelle dinamiche politiche dell'altro, una delle principali accuse mosse da La Paz negli ultimi mesi. “Le relazioni diplomatiche non devono basarsi sulla subordinazione, ma devono essere costruite sul rispetto” ha insisto Morales, sottolineando come il miglioramento dei rapporti con gli Usa sia per lui un grande “desiderio”. “La Bolivia è un piccolo Paese, ma con molta dignità”, ha insistito l'ex leader cocalero, evidenziando la speranza che “la visita di una delegazione del governo statunitense possa cambiare completamente la politica delle relazioni bilaterali”. Dal canto suo Shannon, accompagnato nella sua visita ieri dal direttore degli Affari dell'emisfero del Consiglio nazionale di sicurezza, Dan Restrepo, e da un gruppo di diplomatici e imprenditori, ha sostenuto che la visita è basata sulla “buona volontà” e mira rapporti fruttuosi tra i due paesi.

Il rapporto tra La Paz e Washington è diventato difficile fin dall'arrivo al potere di Morales nel 2006 e gli ultimi due anni sono stati scanditi da ripetute accuse mosse dal presidente boliviano all'ex presidente George W. Bush. La tensione crescente ha raggiunto il suo apice nel settembre scorso, quando Morales ha deciso di cacciare l'ambasciatore americano, accusandolo di cospirare ai suoi danni insieme agli oppositori autonomisti. A quel punto la reazione immediata del governo statunitense è stata quella di applicare la stessa misura al massimo rappresentante diplomatico boliviano in territorio americano, Gustavo Guzman; il passo successivo lo ha fatto La Paz, espellendo l'agenzia antidroga Dea e della centrale Cia, oltre a tagliare fuori l'agenzia di cooperazione Usaid. Una decisione che ha portato il governo Bush a sospendere le facilitazioni doganali concesse a La Paz, giustificate con il mancato impegno boliviano nella lotta al narcotraffico.

Nel corso degli incontri che Shannon ha avuto negli ultimi due giorni con i massimi vertici del governo boliviano, si è discusso anche del caso dell'ex presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, fuggito da tempo negli Stati Uniti per evitare le accuse di genocidio per le quali si trova in questo momento sotto processo in contumacia; il rappresentante del governo Usa si sarebbe impegnato a favorire la pratica di estradizione nei confronti di Sanchez de Lozada. Si tratterebbe certamente di un segnale forte di Washington che, ha spiegato Shannon in un conferenza stampa, “ha un interesse profondo a costruire una nuova relazione con la Bolivia”. (mat)

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Venezuela, Chavez annuncia nuove nazionalizzazioni

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato un nuovo passo nella nazionalizzazione delle imprese del Paese. Questa volta toccherà a cinque imprese metallurgiche di capitali internazionali che operano nella regione del Guayana, nel sud del Paese. Tra le imprese acquisite dallo Stato c'è la Matesi, di proprietà del gruppo italo-argentino Techint, che ha recentemente risolto un contenzioso con il governo venezuelano in merito alla nazionalizzazione della controllata Sidor, ottenendo un risarcimento di quasi due miliardi di dollari. A queste cinque si aggiungerà la fabbrica di ceramica Carabobo, già vicina alla nazionalizzazione lo scorso anno a causa di un conflitto tra lavoratori e proprietà. “Si deve nazionalizzare il settore – ha detto Chavez – non si discute”. L'annuncio è arrivato nel corso di un incontro con i sindacati delle imprese di base della regione ed è stato trasmesso in tutto il Paese attraverso radio e televisioni pubbliche. L'obiettivo dichiarato, ha sottolineato il presidente, è quello di integrare queste imprese in un “grande complesso industriare socialista”. Chavez ha spiegato che le imprese saranno amministrate dagli stessi operai, ai quali ha chiesto di denunciare qualsiasi episodio di corruzione. Un nuovo passo, dunque, nel processo di nazionalizzazione del Paese avviato nel 2006 e che ha toccato, gradualmente tutti i settori chiave dell'economia venezuelana: dagli idrocarburi alle telecomunicazioni, l'energia e il sistema bancario. Nelle ultime due settimane Caracas ha espropriato 76 imprese di servizi petroliferi. (mat)

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mercoledì 20 maggio 2009

Bolivia, Morales ipotizza denuncia all'Aia contro Perù

Il presidente boliviano Evo Morales ha annunciato che sta valutando l'ipotesi di presentare una denuncia presso la Corte internazionale dell'Aia contro il governo peruviano, per la decisione di Lima di concedere asilo politico o lo status di rifugiato a tre ex ministri boliviani, sotto processo con l'accusa di genocidio. Il leader boliviano chiederà che il tribunale revochi le misure adottate dal paese vicino e che “faccia rispettare il diritto e la dignità dei boliviani”. Il riferimento è a tre ex ministri del governo del presidente Gonzalo Sanchez de Lozada (fuggito negli Usa): Jorge Torres, che ha ottenuto asilo e Mirtha Quevedo e Javier Torres che hanno visto riconosciuto lo status di rifugiati.

Il processo nei loro confronti, come di altri membri dell'esecutivo e dei vertici militari, è iniziato lunedì ma solo otto dei 17 accusati era presente in aula. La Corte suprema ha quindi deciso ieri di sospendere il giudizio nei confronti degli assenti. Per l'ex presidente e i suoi collaboratori fuggiti negli Usa La Paz ha chiesto l'estradizione, ma ieri Ana Reyes, l'avvocato di Sanchez de Lozada, che risiede legalmente negli Usa, ha definito il processo “esclusivamente politico” e ha sostenuto che il comportamento del capo di Stato e delle forze armate, nella sanguinosa repressione di un'ondata di proteste, era stato “legittimo”. Reyes ha aggiunto che non verranno mandati in Bolivia avvocati a difendere la posizione dell'ex capo di Stato e che la richiesta di estradizione è una forma di “persecuzione politica”. (mat)

da www.ilvelino.it

Colombia, Senato approva referendum per rielezione Uribe

Il Senato colombiano ha approvato nella notte la convocazione di un referendum popolare che permetterebbe al presidente Alvaro Uribe di ricandidarsi per un terzo mandato nelle elezioni del 2010. Il progetto dovrà ora affrontare ancora due passaggi e, in caso di approvazione, dovrebbe portare i cittadini del paese latinoamericano alle urne tra ottobre e novembre. Il prossimo scoglio è rappresentato dalla commissione di Conciliazione, composta da un ridotto numero di deputati e senatori, che dovrà trovare un accordo tra il testo approvato da una Camera e quello approvato dall'altra; l'ostacolo principale è rappresentato dal fatto che a scegliere i delegati della Camera è il suo presidente, German Varon, durissimo oppositore del terzo mandato. Ieri al Senato, invece, la maggioranza che sostiene il capo di Stato, complice la polemica assenza dei rappresentanti del Partito liberale e del Polo democratico alternativo, ha avuto gioco facile, ottenendo 62 voti, dieci più di quelli necessari, dopo che la scorsa settimana il voto era stato rinviato per la mancanza del numero legale.

Se l'opposizione ha rinunciato a fare resistenza in Aula, non ha risparmiato dure accuse alla maggioranza nelle dichiarazioni alla stampa, sostenendo che il governo ha “comprato” i voti necessari all'approvazione del referendum: secondo la liberale Cecilia Lopez il ministro dell'Interno Fabio Valencia è andato “di scranno in scranno comprando voti”. Una 'ipotesi duramente smentita dall'esecutivo che può sorridere dei sondaggi diffusi negli ultimi giorni: i cittadini intenzionati ad andare a votare sono il 54 per cento (perché la consultazione sia valida è necessario il 25 per cento dei voti) e oltre l'ottanta per cento oggi voterebbe per il “sì”. Anche se il capo dello Stato non ha ancora confermato la sua volontà di correre per un nuovo mandato, nel caso in cui la riforma fosse approvata dal referendum, la sensazione è che Uribe non rinuncerebbe a questa opportunità, rendendo vane le dimissioni presentate all'inizio della settimana dal suo ministro della Difesa Juan Manuel Santos. Il ministro, considerato insieme a Uribe il responsabile dei successi nella lotta al narcoterrorismo delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) aveva infatti anticipato che la sua candidatura era legata alle scelte del capo di Stato. (mat)

da www.ilvelino.it

martedì 19 maggio 2009

Bolivia, via a maxi-processo contro ex presidente e suo governo

Si è aperto ieri, presso la Corte suprema di Sucre, il processo contro l'ex presidente boliviano Gonzalo Sanchez del Lozada, il suo governo e i vertici militari, che dovranno rispondere dell'accusa di genocidio per la morte di oltre sessanta persone nel corso della “guerra del gas” del 2003. Il processo vedrà sfilare davanti ala Corte circa 2.500 testimoni, tra i quali potrebbe esserci, su richiesta della difesa, anche l'attuale capo di Stato Evo Morales. Solo otto degli imputati saranno presenti, dato che l'ex capo di Stato e molti dei suoi ministri sono da tempo fuggiti all'estero per evitare il processo. Davanti alla Corte si presenteranno cinque ex militari e tre ex ministri, che hanno ribadito la loro estraneità ai fatti ma anche sostenuto di voler evitare qualsiasi ostacolo al regolare svolgimento del processo. Sanchez de Lozada e alcuni dei suoi collaboratori, rifugiati negli Stati Uniti, hanno lanciato accuse al governo, sostenendo che il processo ha un carattere prettamente politico e che quindi mancherebbe qualsiasi imparzialità.

Stesso atteggiamento mostrato dai tre ministri fuggiti in Perù: Lima ha concesso asilo polito a uno di loro e lo status di rifugiati agli altri due; una decisione che ha portato a una grave crisi diplomatica tra il governo di Evo Morales e quello di Alan Garcia. La pubblica accusa, che ha spiccato nei confronti degli imputati assenti un mandato di cattura internazionale, li ritiene responsabili della morte di oltre sessanta persone per aver firmato il decreto 27209 che permise l'intervento delle forze armate per reprimere le proteste dell'ottobre del 2003. Per Morales, che da deputato fu il primo a mettere sotto accusa la gestione di Sanchez de Lozada, il processo riveste un valore particolare, perché una sentenza negativa per gli imputati equivarrebbe politicamente a una condanna del modello liberista del suo predecessore, in contrapposizione con quello del “socialismo bolivariano” da lui incarnato.

Il processo, che si era aperto con la dichiarazione di contumacia degli imputati all'estero, è stato immediatamente sospeso a causa di una richiesta di ricusazione del tribunale presentata dall'ex ministro Yerko Kukoc, che dovrà ora essere esaminata dai magistrati. Gli avvocati della difesa puntano sulla legittimità delle scelte fatte dal governo, nella necessità di fronteggiare una “rivolta armata”, e per questo hanno manifestato l'intenzione di citare come testimoni i leader sindacali e sociali che avevano guidato la protesta, tra i quali lo stesso Morales. L'ex ministro per lo Sviluppo Economico Jorge Torres Obleas, che si trova in Perù, aveva invece presentato a febbraio una memoria nella quale chiedeva che il processo si svolgesse davanti alla Corte penale internazionale , sottolineando come fosse necessario affinché “fossero presenti tutte le persone coinvolte”, date le problematiche della giustizia boliviana, dovuta a “inefficienza e mancanza di volontà”.

da www.ilvelino.it

lunedì 18 maggio 2009

Brasile, Lula rafforza posizioni di Brasilia tra Riad e Pechino

di Matteo Tagliapietra


Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva arriverà oggi in Cina per quella che rappresenta la seconda tappa del viaggio di Stato che lo ha visto passare per l'Arabia Saudita e che lo vedrà fermarsi in Turchia prima di fare ritorno a Brasilia. Lula, accompagnato da folto gruppo di ministri e imprenditori, ha passato due giorni a Riad, nell'ambito della sua prima visita ufficiale nel paese arabo, e ha lavorato alla costruzione di un rapporto commerciale sempre più stretto con il governo saudita, soprattutto nel settore energetico, come testimonia l'intesa firmata dal colosso statale degli idrocarburi Petrobras e la Compagnia di chimica moderna saudita. Lula sta spingendo per portare capitali arabi nel paese latinoamericano, soprattutto nel settore petrolifero e delle infrastrutture, ma in generale ha cercato di “aprire nuove rotte” commerciali, come testimonia la riunione con il segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati arabi, Qatar e Oman), Abdel Rahman al Atiya.

Se la visita a Riad era focalizzata sulle prospettive del settore energetico, l'arrivo del capo di Stato Brasiliano a Pechino, questa mattina, assume un certo peso simbolico dal punto di vista geopolitico, dopo che il mese scorso per la prima volta la Cina è diventato il primo partner commerciale del Brasile, a discapito degli Usa. Due delle maggiori potenze economiche mondiali emergenti si siederanno a un tavolo per lavorare a nuove intese dal punto di vista commerciale, finanziario e tecnologico all'interno di un rapporto, quello tra Pechino e l'America Latina, che si fa sempre più forte. L'alleanza tra Lula e Hu Jintao non è però basata solo sull'aspetto economico: Cina e Brasile infatti si sono ritrovati a condividere alcune battaglie politiche in ambito internazionale, prima tra tutte quella relativa alla riforma degli organismi finanziari mondiali, pur mantenendo le distanze su una delle questioni chiave, ovvero la riforma del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Nell'ambito di questa intesa “privilegiata”, nella sua seconda visita in Cina da quando è presidente, Lula sembra avere intenzione di spingere su uno dei temi che gli stanno più a cuore sul fronte della politica economica internazionale: 'esclusione del dollaro dai rapporti commerciali, così come già è stato fatto con l'Argentina e come potrebbe avvenire a breve con Colombia e Uruguay.

La visita di Lula ha anche lo scopo di lavorare affinché sul futuro del rapporto tra i due Paesi non pesi eccessivamente la crisi finanziaria mondiale, che potrebbe portare per la prima volta negli ultimi anni il Pil brasiliano in negativo, in parallelo con un rallentamento della crescita di quello cinese. Se è vero che lo scambio tra i due Paesi, raggiungendo i 3,2 miliardi di dollari in aprile, segnando come detto il sorpasso storico sugli Usa, è vero anche che la bilancia commerciale si è spostata gradualmente sempre più a favore di Pechino, nonostante il fatto che le esportazioni brasiliane non abbiano smesso di crescere. Si tratta però soprattutto di materie prime, che garantiscono una redditività più bassa rispetto ai prodotti lavorati, un aspetto sul quale Lula cercherà di lavorare in questi giorni. Anche per Petrobras la tappa cinese potrebbe rappresentare un momento importante, dato che il capo di Stato brasiliano sta lavorando per ottenere un investimento di diversi miliardi di dollari da parte del Banco per lo sviluppo cinese per finanziare l'esplorazione dei fondali marini tra Rio e San Paolo, in cambio di una fornitura garantita di crudo.

Il colosso petrolifero brasiliano, una delle cinque imprese energetiche più importanti al mondo, sta vivendo un momento estremamente difficile, a causa della decisione del Senato di dare vita a una commissione d'inchiesta parlamentare che verifichi le accuse di irregolarità o atti di corruzione nella sua amministrazione. La nascita della commissione rappresenta una sconfitta politica per il capo di Stato, che fino all'ultimo a cercato di dissuadere i firmatari dall'andare fino in fondo, sostenendo la necessità di evitare scandali finanziari in un momento così difficile per l'economia mondiale, soprattutto se questi possono mettere in difficoltà uno dei pilastri dell'economia nazionale. Il lavoro dietro le quinte però non è stato sufficiente a far mancare il numero di firme necessarie alla richiesta e ora Petrobras si trova sotto la lente d'ingrandimento del Senato, con conseguenze assolutamente imprevedibili, anche per il capo di Stato. Lula più volte in passato ha ribadito che “il Brasile è Petrobras e Petrobras è il Brasile”, ora questa equazione potrebbe diventare pericolosa.

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giovedì 14 maggio 2009

Perù, governo: fuori da polizia gay, adulteri e sindacalisti

Il governo peruviano ha promulgato ieri un nuovo regolamento per la Polizia di Stato che colpisce duramente omosessuali e adulteri, perché “danneggiano l'immagine dell'istituzione”. Il regolamento prevede la sospensione a tempo indeterminato per “i poliziotti che abbiano relazioni sessuali con persone dello stesso sesso e che con le loro azioni causino scandalo o danneggino l'immagine istituzionale”; analoga sanzione può essere applicata ai loro colleghi che “abbiano relazioni extraconiugali” o che “organizzino promuovano o partecipino a uno sciopero o a una manifestazione di protesta”. La legge è stata promossa dal ministro dell'Interno Mercedes Cabanillas, considerata la “Thatcher” peruviana. Durissime punizioni, come il ritiro immediato dalla propria funzione, anche per chi commette reati amministrativi o viene coinvolto in casi di corruzione, con l'introduzione di un “processo sommario” anche nei confronti dei massimi gradi: “Anche il capo della polizia – ha sostenuto Cabanillas – potrà esser indagato”. Il nuovo regolamento elimina inoltre la prescrizione e sarà applicato anche agli ottomila casi attualmente parti, riducendo i tempi del giudizio a un massimo di 45 giorni, ridotti a cinque nel caso si tratti di un processo sommario che coinvolga alti funzionari. (mat)

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Venezuela, viceministro: Altrove certi editori sarebbero giustiziati



“In altri paesi, come gli Stati Uniti, a certi proprietari di mezzi di comunicazione avrebbero dato la pena di morte”. A sostenerlo nel corso di un programma televisivo è stato il viceministro delle Comunicazioni venezuelano Mauricio Rodriguez, in riferimento all'emittente Globovision, messa duramente sotto accusa in questi giorni dal governo di Caracas. La “guerra” tra il capo di Stato Hugo Chavez e il canale televisivo è oramai una lunga storia e nell'ultima settimana il leader venezuelano è tornato prepotentemente alla carica. Ieri però Rodriguez sembra essere andato oltre: “Se Globovision o altri mezzi di comunicazione, come ha detto Chomsky in un'intervista, negli Stati Uniti avessero preso parte a un colpo di Stato per i proprietari ci sarebbe stata la pena di morte”. (mat)

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Can, Morales prova a ricucire un'organizzazione sfibrata

di Matteo Tagliapietra

Il presidente boliviano Evo Morales ha chiesto ieri ai suoi colleghi della Comunità andina (Can) di incontrarsi per cercare di trovare un’intesa sull’accordo commerciale con l’Unione europea. La Paz è stata materialmente esclusa dagli altri tre paesi coinvolti (Perù, Ecuador e Colombia), che hanno deciso di proseguire i negoziati singolarmente e non in blocco, come inizialmente previsto, accusando il governo boliviano di aver assunto un atteggiamento ostruzionistico. Ieri Morales, che aveva mostrato in passato una certa rigidità sulla questione, ha invece lanciato un messaggio di pacificazione ai paesi vicini, chiedendo di tornare a sedersi attorno a un tavolo “per trovare un nuovo accordo”. Il leader boliviano fa riferimento all’intesa raggiunta nel giugno del 2007, quando la Can aveva deciso di trattare in “blocco” con Bruxelles. Le resistenze manifestate da La Paz nel periodo successivo, però, hanno portato gli altri tre paesi della Comunità andina, compreso l’alleato di Morales, l’ecuadoriano Rafael Correa, a scegliere di “correre da soli” e di proseguire i negoziati verso il Tlc con l’Europa singolarmente.

Dopo i passi avanti significativi registrati nel corso del vertice di Bruxelles, a Praga (nell’ambito della Conferenza ministeriale Ue-Grupo di Rio) l’incontro tra le parti è saltato per l’intransigenza manifestata da La Paz. Le trattative condotte autonomamente dagli altri paesi membri, secondo Morales, altro non sono che espressione della volontà di alcuni presidenti di “rompere l’unità della regione andina”. Il presidente boliviano ha anche ribadito la sua proposta di indire un referendum nei quattro paesi per chiedere ai cittadini di esprimere la loro opinione sull’accordo, con particolare riferimento, ha dichiarato, “alla privatizzazione delle risorse naturali, ai servizi di base, alla proprietà intellettuale e alle politiche neoliberali”. Morales si è detto pronto ad accettare i negoziati separati solo se questi saranno il frutto di una decisione comune presa, nel corso di un confronto diretto con gli altri capi di Stato.

Non si tratta però di un momento facile per un faccia a faccia tra i quattro leader andini: Lima e La Paz sono infatti sull’orlo della rottura dei rapporti diplomatici a causa della decisione del governo peruviano di concedere asilo politico a tre ex ministri boliviani accusa di delitti contro l’umanità, mentre tra Colombia ed Ecuador il problema della guerriglia e del controllo della frontiera ha creato tensioni sempre più forti, a partire dal bombardamento dell’esercito colombiano che uccise, nel territorio del paese vicino, uno dei leader delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) lo scorso anno. La questione Can è stata inoltre causa di uno screzio anche tra Ecuador e Bolivia, dopo le accuse mosse da La Paz al segretario generale della Can, l’ecuadoriano Freddy Ehlers, accusato di essere responsabile della divisione tra i paesi membri. (mat)

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martedì 12 maggio 2009

Bolivia, la "giustizia comunitaria" insaguina il Paese




di Matteo Tagliapietra

Un giovane linciato perché sorpreso a rubare delle biciclette, un leader contadino frustato davanti all'assemblea della comunità locale, un sindaco sequestrato, picchiato e bruciato vivo appeso a un albero. Eventi drammatici che rappresentano l'altra faccia della nuova costituzione boliviana fortemente voluta dal capo di Stato Evo Morales e ratificata dai suoi connazionali con un referendum. La nuova Magna Carta infatti riconosce la parità della giustizia ordinaria e di quella comunitaria, che nel suo sistema di norme e sanzioni prevede punizioni fisiche con conseguenze, in alcune occasioni, letali. Secondo il testo costituzionale le “nazioni indigene” godono del diritto all'esercizio “dei propri sistemi politici, giuridici ed economici in sintonia con la loro cosmovisione” e attraverso le proprie “autorità”.

Un concetto reso ancora più pericoloso dal diritto/dovere di ogni cittadino di “fermare” una persona che sta commettendo un reato, pur in assenza di “un mandato”. È evidente il rischio che questo insieme di norme possa condurre a conseguenze difficilmente difendibili e controllabili. La volontà di garantire i diritti delle popolazioni che ancora oggi in alcune zone del Paese vivono in stato di schiavitù, rischia di trasformarsi in un boomerang dagli effetti disastrosi per Morales, indigeno lui stesso ed ex leader dei coltivatori di coca. L'ultimo caso che sta scuotendo il paese andino è quello di Marcial Fabricano, segretario dipartimentale dello Sviluppo indigeno della regione del Beni, preso a frustate da un gruppo di contadini del Mas, il partito di Morales, nel corso di una riunione. Le foto della sua schiena tumefatta hanno occupato le prime pagine dei quotidiani locali, provocando una violenta reazione da parte dell'opposizione, e ottenendo una condanna da parte del governo. A preoccupare però sono le affermazioni del presidente della Confederazione dei popoli indigeni dell'Oriente boliviano (Cidob), di cui è stato leader Fabriciano, Adolfo Chavez: “Tutti nel parco Isiboro Secure sapevano che si sarebbe dovuto sottomettere alla giustizia comunitaria, così come era accaduto ad altri dirigenti in passato”.

L'accusa nei confronti dell'ex dirigente contadino era quella di aver partecipato alle occupazioni di edifici pubblici messa in atto lo scorso anno dagli autonomisti contrari alle riforme di Morales. In un'intervista al quotidiano El Deber la vittima ha raccontato che a partecipare alla “punizione” sarebbero stare otto persone, che hanno continuato a colpirlo anche quando era svenuto a terra a causa delle frustare ricevute. L'organizzazione rappresentata da Chavez vive un momento di particolare tensione con il governo, a causa del taglio agli scranni parlamentari riservati alle comunità indigene previsto dalla nuova Costituzione. Una scelta frutto della necessità del capo di Stato di trovare un'intesa con l'opposizione per la convocazione delle elezioni generali. Il leader della Cidob ha sostenuto nei giorni scorsi che l'organizzazione non si sente rappresentata dal ministro per le Autonomie Carlos Romero, ma ieri, in un incontro con il presidente, c'è stato un primo riavvicinamento.

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Guatemala, avvocato assassinato accusa in un video presidente




di Matteo Tagliapietra

“Se state vedendo queste immagini vuol dire che sono stato assassinato”. Quante volte in un film o in un libro giallo questa frase ha permesso di dare una svolta alle indagini dell'investigatore di turno. Il video in questione però non è finzione scenica, né un escamotage letterario: le immagini sono state registrate dall'avvocato guatemalteco Rodrigo Rosenberg Marzano, assassinato domenica scorsa. Seduto in maniera un po' impacciata davanti a una telecamera, dietro una scrivania in un ambiente spoglio, Marzano accusa direttamente il presidente del paese centroamericano Alvaro Colom, il suo segretario privato Gustavo Alejos e un imprenditore vicino al governo, Gregorio Valdez di volerlo morto. A portare il capo di Stato ad assoldare un sicario per ucciderlo, secondo l'avvocato, sarebbe stato il suo ruolo di avvocato difensore dell'imprenditore Khalil Mussa e di sua figlia Marjorie, uccisi lo scorso aprile. I due, sostiene l'avvocato nella registrazione e nei documenti lasciati insieme al video, si sarebbero “rifiutati di coprire i traffici illegali che caratterizzano l'attività della Banca per lo sviluppo rurale”, tra i quali il lavaggio di denaro sporco e il finanziamento di programmi sociali della first lady Sandra Colom, sostenuti dal denaro pubblico e mai realizzati.

Marzano lancia anche un appello al vicepresidente Rafael Espada, chiedendogli di porsi alla testa di “un movimento per salvare il Guatemala, facendo rispettare la legge”. L'avvocato è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco nei pressi della sua abitazione, in un quartiere esclusivo della capitale Guatemala city, da sicari a bordo di due auto che sono poi riusciti a far perdere le loro tracce. Il video è stato inizialmente diffuso al suo funerale per poi essere reso pubblico da alcuni mezzi di comunicazione locali. Da Colom, per il momento, nessuna risposta ufficiale ma il suo portavoce Fernando Barillas ha parlato di una “cospirazione” che mira a destabilizzare il Paese e ha precisato che il capo di Stato ha già sollecitato la collaborazione nell'indagine della Commissione internazionale contro l'impunità in Guatemala, sostenuta dall'Onu. Sulla pagina internet del governo, inoltre, si respinge “qualsiasi accusa giunta attraverso registrazioni o dichiarazioni scritte che si stanno distribuendo attraverso i mezzi di comunicazione con l'evidente intenzione di creare una crisi politica”.

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lunedì 11 maggio 2009

Argentina al voto, pronte le liste: al via la guerra ai Kirchner

A meno di due mesi dal voto anticipato che rinnoverà una parte di Camera e Senato, l’Argentina si trova nel mezzo di una campagna elettorale senza esclusione di colpi, in cui la “coppia presidenziale” formata da Cristina e Nestor Kirchner si gioca moltissimo. I primi due anni di mandato per la “presidenta” non sono stati esenti da difficoltà, prima fra tutte lo scontro con il settore agricolo che ha portato alla clamorosa rottura con il suo vice Julio Cobos. Oggi Cristina si trova ad affrontare un sfida elettorale determinante per la possibilità di portare avanti un disegno politico, senza dover cercare necessariamente il compromesso ogni volta che dovrà ricorrere al Congresso. Il peso che il voto avrà sul futuro di questo governo è reso evidente dalle scelte fatte nella costruzione delle liste elettorali, presentate questo fine settimana, soprattutto per quello che riguarda la provincia di Buenos Aires, che rappresenta da sola più di un terzo dell’elettorato nazionale.

Qui la “presidenta” ha schierato i pesi massimi, a cominciare dal marito Nestor, ex presidente e leader del principale partito della coalizione di maggioranza, quello giustizialista, e dal governatore della provincia Daniel Scioli. I sondaggi non sono generosi con la lista che sostiene la Kirchner, favorita però dalla divisione dell’opposizione: a destra ci sono infatti i peronisti dissidenti, guidati da Francisco De Narvaez e Felipe Sola, e il Pro del sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri; a sinistra c’è il cartello elettorale formato dai radicali e dalla Coalicion Civica di Elisa Carriò. L’apprensione con cui la coalizione al governo guarda al voto, in un momento in cui la crisi economica ha colpito pesantemente le tasche degli argentini, si è manifestata apertamente con la decisione della “presidenta” di anticipare il voto previsto per fine anno e con gli scenari catastrofici dipinti da Kirchner nel corso dei comizi elettorali della scorsa settimana: “Se non vinciamo si tornerà al 2001” ha sostenuto Nestor riferendosi al crack dell’economia argentina d’inizio millennio.

L’opposizione contesta duramente le scelte operate nella preparazione delle liste da parte della maggioranza, che ha puntato molto su amministratori pubblici, come Scioli e il capo di gabinetto Sergio Massa, e su volti noti come l’attrice Nacha Guevara, in questi giorni in teatro con un musical sulla vita di “Evita” Peron. Secondo i sondaggi la paura di una nuova crisi riguarda quasi la metà degli argentini, superato solo dalla preoccupazione per la crescita della criminalità, due temi su cui sta puntando molto l’opposizione. (mat)

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Bolivia, Morales attacca Perù per asilo a ex ministri

a possibilità che il Perù conceda asilo politico ad alcuni ex ministri boliviani ha provocato, nel fine settimana, una dura reazione da parte di La Paz. Il presidente Evo Morales si è scagliato contro il suo collega Alan Garcia, chiedendogli di “non offendere” il popolo boliviano, definendo “un errore” la concessione dell'asilo agli ex funzionari del governo accusati di delitti di lesa umanità, e di “espellere questi delinquenti che sono fuggiti in Perù”. Lima, secondo quanto riportato dai quotidiani peruviani, ha infatti concesso asilo politico a Jorge Torres Obleas, uno dei tre ex ministri boliviani sotto processo per la “guerra del gas” che nel 2003 fece oltre sessanta morti. Secondo La Paz la richiesta di asilo non potrebbe essere accettata da Lima, perché la legge peruviana prevede che non possa essere concesso a persone “ accusata, processata o condannata per delitti comuni o che abbia commesso delitti contro la pace, crimini di guerra, atti terroristici e delitti di lesa umanità”. Altrettanto netta la risposta del ministro degli Esteri peruviano José Antonio Garcia Belaunde, che ha difeso il diritto di decidere in “maniera sovrana” sulle richieste di asilo, aggiungendo che “il Perù è un paese con una tradizioni di rispetto del diritto internazionale e una tradizione di tutela della persona”. (mat)

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Venezuela, Chávez contro tutti: Tv si preparino a una “sorpresa”

di Matteo Tagliapietra

Chiudere le televisioni private, confiscare i terreni non utilizzati, nazionalizzare il Banco de Venezuela, uscire dall’Organizzazione degli Stati americani. Se nei giorni scorsi la Commissione interamericana per i diritti umani dell’Osa aveva denunciato il deterioramento della democrazia in Venezuela, il leader del paese latinoamericano Hugo Chávez ha rilanciato e, tra sabato e domenica, ha scatenato una dura offensiva contro avversari veri e immaginari. Palcoscenico della maggior parte di questi attacchi è stato ieri il suo programma televisivo domenicale, Aló presidente, nel corso del quale si è scagliato contro i mezzi di comunicazione privati: Chávez ha detto ai proprietari di “stare attenti” perché “potrebbe arrivare una sorpresa in qualsiasi momento”, ipotizzando di ritirare le loro concessioni perché “abbiamo resistito anche troppo. Una cosa sono le critiche e un’altra è la cospirazione”. Chávez ha quindi promesso di agire con durezza nei confronti di quei media che diffondono “messaggi di odio, stravolgono la verità e incitano alla guerra”. In particolare il presidente venezuelano si è concentrato sul direttore di Globovision Alberto Federico Ravell, definito “un pazzo con un cannone”, al quale ha annunciato la prossima fine delle trasmissioni “o smetto di chiamarmi Hugo Rafael Chavez Frías”.

Secondo il presidente venezuelano infatti i mezzi di comunicazione spesso agiscono come “partiti politici e come gruppi di pressione”. E se qualcuno, come la Commissione interamericana per i diritti umani dell’Osa, contesta, da Chávez arriva una risposta chiara: “Che se ne vadano al diavolo”. Sabato il leader venezuelano aveva ipotizzato anche l’uscita di Caracas dall’Osa, con l’intenzione di creare un organismo analogo “un’organizzazione di popoli liberi dell’America Latina”. In particolare Chávez ha il dente avvelenato nei confronti della Commissione per il mancato sostegno offertogli in occasione del colpo di Stato di cui fu vittima nel 2002: “Non hanno mai risposto alla richiesta fatta per garantire la vita di un presidente sequestrato e adesso sono gli stessi che dicono che violiamo i diritti umani. Che se ne vadano al diavolo”. Il “caudillo” ha anche annunciato l’intenzione di accorciare i tempi per la nazionalizzazione del Banco de Venezuela, controllato al 96 per cento dallo spagnolo Banco Santander, come parte del “processo verso il socialismo”.

“Abbiamo fatto studi e calcoli – ha spiegato -. Ora sappiamo quanto vale e saremo rigorosi, come siamo stati in altri casi”. Chavez ha sostenuto che le decisioni prese negli ultimi giorni sono i primi passi nella decade che porterà il Venezuela a uscire dalla “egemonia capitalista”; uno dei passaggi fondamentali di questo percorso sembra essere nella dichiarazione: “la terra non è privata, è della nazione”. Il presidente se l’è presa infatti con chi “ha una piccola tenuta” in cui passare il fine settimana, perché “chi vuole veramente la terra, deve lavorarla”, annunciando di aver firmato gli ordini di esproprio di diecimila ettari. In merito alle critiche mosse alla decisione, Chavez ha commentato: “I latifondisti dicono che è un furto? Lo stesso dice il ladro quando viene catturato: sono innocente”. A preoccupare ancora di più i proprietari terrieri è il fatto che il presidente ha sostenuto che se si analizzassero approfonditamente tutti i titoli di proprietà “in Venezuela non ci sarebbe più proprietà privata”, perché “quasi tutte le grandi estensioni di terreno sono frutto di violenza e sopruso dei potenti ai danni di contadini, indigeni e poveri”.

Per questo, ha spiegato annunciando la firma degli atti di esproprio di diecimila ettari, questa politica proseguirà, puntando all’autosufficienza alimentare. Tutto questo è successo a poche ore dalla scoperta di un presunto complotto ai danni del “caudillo”, segnalata dal ministro degli Interni Tarek El Aissani. In una dichiarazione pubblica il ministro ha infatti reso pubblico che tre cittadini dominicani e un francese sono finiti in manette con l’accusa di cospirare contro il governo e di lavorare alla preparazione di un attentato ai danni di Chavez. Nell’abitazione del francese, Frederic Bocquet, la polizia avrebbe scoperto un vero e proprio arsenale.

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giovedì 7 maggio 2009

Posso palpare la signora?



Ho provato anche io ad applicare l'abbordaggio alla Silvio sull'autobus, ma ho rimediato solo una denuncia...

mercoledì 6 maggio 2009

Bolivia, testimoni accusano prefetto Santa Cruz di terrorismo

Il prefetto della regione boliviana di Santa Cruz Ruben Costas, uno dei leader dell’opposizione autonomista al presidente Evo Morales, è stato accusato di essere uno dei promotori della cospirazione terrorista ai danni del capo di Stato scoperta nella regione lo scorso aprile. La notizia è stata data ai media locali dal procuratore Marcelo Sosa, incaricato delle indagini sull’esistenza di un’organizzazione che mirerebbe ad attaccare i massimi vertici dello Stato boliviano. L’indagine aveva portato il mese scorso a un’operazione di polizia che si era conclusa con la morte di tre presunti terroristi e l’arresto di altri due e aveva portato alla ribalta la presenza, secondo le accuse lanciate dal governo, di mercenari stranieri invitati dagli autonomisti in territorio boliviano per organizzare gruppi armati. Sosa ha spiegato che sono numerose le dichiarazioni di testimoni e collaboratori di giustizia che indicano un coinvolgimento diretto nell’organizzazione terrorista di Costas e del leader del comitato civico di Santa Cruz Branko Marinkovic, uno degli uomini più ricchi del Paese.

In particolare l’imprenditore di origini croate avrebbe finanziato il gruppo con 200 mila dollari destinati all’acquisto di armi da fuoco, mentre Costas avrebbe fornito copertura istituzionale e appoggio logistico. Il coinvolgimento del prefetto rientra a pieno nella teoria cospirativa di Morale,s che da mesi accusa i prefetti che si oppongono al suo progetto politico di minare le fondamenta del Paese e di cercare, con il sostegno degli Stati Uniti, di “farlo fuori”. Costas è il secondo governatore a finire sotto accusa: nel settembre scorso era finito in manette (è ancora detenuto) il suo collega della provincia di Pando Leopoldo Fernandez, accusato di essere il mandante del massacro di contadini avvenuto nella zona del Porvenir l’undici settembre del 2008. (mat)

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martedì 5 maggio 2009

America Latina, Ahmadinejad annulla visita per “questioni interne”

Il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad, ha comunicato ieri sera l’intenzione di rinviare la visita in America Latina prevista per questa settimana. Il leader iraniano si sarebbe dovuto recare in Brasile, Ecuador e Venezuela, ma secondo quanto ha scritto al presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, “questioni interne” lo hanno costretto a rimandare il viaggio a una data successiva alle elezioni presidenziali, previste tra poco più di un mese. Proprio la sua tappa brasiliana era stata oggetto di accese contestazioni, soprattutto da parte della comunità ebraica locale, provocando non poco perplessità anche a livello internazionale, soprattutto dopo che Brasilia aveva criticato il discorso di Ahmadinejad alla Conferenza sul razzismo di Ginevra. Il presidente iraniano sarebbe dovuto atterrare domani in Brasile, accompagnato da un delegazione di oltre cento persone, tra funzionari governativi e alcuni dei principali imprenditori del Paese. Sulla visita pesavano anche le parole del segretario di Stato americano Hillary Clinton, che aveva definito “inquietante” la crescenze presenza di Iran e Cina in America Latina. Secondo quanto comunicato ieri dal ministero degli Esteri brasiliano, all’arrivo, pur posticipato, di Ahmadinejad in Brasile potrebbe seguire un viaggio in Iran di Lula. I rapporti tra il colosso latinoamericano e Teheran sono nettamente migliorati nell’ultimo anno, con l’avvio del progetto di esplorazione e ricerca di giacimenti petroliferi avviato dalla compagnia petrolifera di Stato brasiliana nelle acque iraniane del mar Caspio. (mat)

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lunedì 4 maggio 2009

America Latina, l'arrivo di Ahmedinejad divide la regione

di Matteo Tagliapietra

L’arrivo del leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina - questa settimana sarà in Venezuela, Ecuador e Brasile - ha già infiammato e diviso l’opinione pubblica latinoamericana, suscitando una accesa reazione soprattutto da parte della comunità ebraica brasiliana. Sul “tour” sudamericano del presidente iraniano pesano le affermazioni del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, che venerdì ha definito la crescente presenza di Teheran nella regione “inquietante”. A far discutere, oltre alla riunione prevista tra Ahmadinejad e il suo principale alleato nel subcontinente Hugo Chavez, è soprattutto l’incontro previsto con il capo di Stato brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, che ha portato centinaia di persone a manifestare la propria disapprovazione a Rio de Janeiro e a San Paolo. Nel primo caso, insieme alla comunità ebraica, c’erano anche i rappresentanti delle associazioni degli omosessuali, che hanno espresso la contrarietà con magliette e striscioni sulla spiaggia di Ipanema.

La tappa a Caracas del leader iraniano rappresenta un nuovo passo nella manovra di avvicinamento e alleanza sempre più forte con Chavez, con il quale firmerà una serie di intese, tra cui quella relativa alla creazione di un istituto di credito binazionale con il quale finanziare progetti congiunti per oltre un miliardo e mezzo di dollari. La crescente relazione che Ahmedinejad sta costruendo con l’asse “bolivariano” della regione è confermata dalla visita a Quito, nel corso della quale si incontrerà con Correa per siglare una serie di accordi, e dal forte investimento degli ultimi due anni in Bolivia, concentrati nel settore della comunicazione e nelle risorse energetiche. È soprattutto l’avvicinamento a Lula, però, a provocare le reazioni più forti, soprattutto in chiave internazionale. Il leader brasiliano, con l’arrivo di Barack Obama, sta lavorando in maniera costante per rafforzare la posizione del suo Paese, proponendosi come interlocutore a livello mondiale dell’America Latina. La visita a Washington, le prese di posizione del G20, il tentativo di mediare tra le due “anime” del subcontinente, sono tutte espressioni di una volontà forte, di un obiettivo preciso.

Ospitare Ahmedinejad, in questo contesto, rappresenta senza dubbio una mossa rischiosa, un azzardo che potrebbe trasformarsi in un messaggio pericoloso agli occhi dell’Europa e degli Stati Uniti; allo stesso tempo può essere un segnale anche per Caracas: nella corsa alla leadership nel mercato del petrolio non si fanno sconti. Brasilia sta lavorando su tutti i fronti per far arrivare nelle casse pubbliche le entrate derivanti dall’”oro nero”, anche ora che il prezzo del greggio è crollato, e Teheran è un alleato strategico. La mossa, ovviamente, non è esente da ripercussioni per il ruolo che il leader iraniano si è ritagliato nello scacchiere internazionale, soprattutto nell’ottica della scalata al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu che vede Brasilia protagonista.

Anche a livello regionale la scelta non è esente da effetti contrari: da un lato potrebbe risentirne il rapporto con Caracas, dall’altro potrebbe deteriorarsi la già tesa relazione con Buenos Aires. La Casa Rosada infatti, fin dall’attentato di matrice iraniana all’associazione di mutuo soccorso della comunità ebraica nel 1994, conduce una dura battaglia diplomatica con Teheran e difficilmente apprezzerà la manovra del colosso vicino.

da www.ilvelino.it

Panama, l'imprenditore Martinelli è il nuovo presidente

Con una telefonata trasmessa in diretta televisiva del magistrato Erasmo Pinilla, il Tribunale elettorale di Panama ha comunicato nella notte al leader della coalizione di destra Alleanza per il cambio Ricardo Martinelli che era “il vincitore indiscutibile delle elezioni presidenziali” del paese centroamericano. Il neo presidente, quando erano stati scrutinati poco più del 40 per cento dei voti, aveva a quel punto un vantaggio di 20 punti percentuali sulla principale avversaria, Balbina Herrera. Martinelli, che nelle sue prime dichiarazioni pubbliche ha promesso “un governo di unità nazionale”, ah dunque inflitto una pesante sconfitta alla candidata sostenuta dal presidente socialdemocratico Martin Torrijos. Il capo di Stato uscente non è riuscito a trasmettere a Herrera l’ampio consenso di cui ha goduto nel corso del suo mandato. Per il miliardario Martinelli, 57 anni, si tratta di una vittoria annunciata, dopo una campagna che ha toccato i nervi scoperti del popolo panamense, le forti diseguaglianze sociali nonostante la costante crescita economica degli ultimi anni e la questione della sicurezza, anche se il passato poco limpido della sua avversaria, vicina all’ex dittatore Noriega e poco amata amministratrice locale, lo ha favorito.

Il neo presidente è proprietario della principale catena di supermercati del Paese, è un imprenditore di successo e ha promesso una serie di misure a favore delle classi più svantaggiate, accompagnate dalla mano dura contro il crimine e dal forte impegno economico sul fronte delle infrastrutture. Secondo quanto annunciato in campagna elettorale a queste linee guida in politica interna dovrebbe accompagnarsi un forte impegno nell’attrazione di investimenti stranieri, soprattutto da Stati Uniti e Cina, con il quale sarebbe intenzionato a concludere nuovi accordi commerciali. (mat)

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Cuba-Usa, la “lista nera” del terrorismo riaccende lo scontro

Il presidente americano Barack Obama “dovrebbe vergongarsi”. Così l'ex “lider maximo” cubano Fidel Castro commenta nella sua rubrica “reflexiones”, sul sito Cubadebate, la decisione del Dipartimento di Stato Usa di includere l'isola caraibica nella lista nera dei paesi che sostengono il terrorismo. Secondo Castro Obama, “uomo dall'innegabile talento”, “dovrebbe vergognarsi del culto della menzogna dell'impero”; secondo l'ex leader cubano “50 anni di terrorismo contro la nostra patria vengono alla luce in un istante”. Citando cospirazioni e attentati ai suoi danni, Castro fa riferimento poi alle parole con cui il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez Parrilla aveva risposto alla pubblicazione dell'elenco giovedì scorso: “Non riconosciamo agli Stati Uniti l'autorità morale per decidere se dei comportamenti sono buoni o cattivi. Il governo Bush è stato ritenuto dall'opinione pubblica un governo che violava il diritto internazionale”, aggiungendo che gli Usa sono “delinquenti internazionali”. Castro si spinge poi oltre ipotizzando che l'arrivo della febbre emorragica “dengue” e dell'influenza suina possano essere alcuni degli “atti di terrore” degli Stati Uniti. (mat)

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