L’arrivo del leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad in America Latina - questa settimana sarà in Venezuela, Ecuador e Brasile - ha già infiammato e diviso l’opinione pubblica latinoamericana, suscitando una accesa reazione soprattutto da parte della comunità ebraica brasiliana. Sul “tour” sudamericano del presidente iraniano pesano le affermazioni del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, che venerdì ha definito la crescente presenza di Teheran nella regione “inquietante”. A far discutere, oltre alla riunione prevista tra Ahmadinejad e il suo principale alleato nel subcontinente Hugo Chavez, è soprattutto l’incontro previsto con il capo di Stato brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, che ha portato centinaia di persone a manifestare la propria disapprovazione a Rio de Janeiro e a San Paolo. Nel primo caso, insieme alla comunità ebraica, c’erano anche i rappresentanti delle associazioni degli omosessuali, che hanno espresso la contrarietà con magliette e striscioni sulla spiaggia di Ipanema.
La tappa a Caracas del leader iraniano rappresenta un nuovo passo nella manovra di avvicinamento e alleanza sempre più forte con Chavez, con il quale firmerà una serie di intese, tra cui quella relativa alla creazione di un istituto di credito binazionale con il quale finanziare progetti congiunti per oltre un miliardo e mezzo di dollari. La crescente relazione che Ahmedinejad sta costruendo con l’asse “bolivariano” della regione è confermata dalla visita a Quito, nel corso della quale si incontrerà con Correa per siglare una serie di accordi, e dal forte investimento degli ultimi due anni in Bolivia, concentrati nel settore della comunicazione e nelle risorse energetiche. È soprattutto l’avvicinamento a Lula, però, a provocare le reazioni più forti, soprattutto in chiave internazionale. Il leader brasiliano, con l’arrivo di Barack Obama, sta lavorando in maniera costante per rafforzare la posizione del suo Paese, proponendosi come interlocutore a livello mondiale dell’America Latina. La visita a Washington, le prese di posizione del G20, il tentativo di mediare tra le due “anime” del subcontinente, sono tutte espressioni di una volontà forte, di un obiettivo preciso.
Ospitare Ahmedinejad, in questo contesto, rappresenta senza dubbio una mossa rischiosa, un azzardo che potrebbe trasformarsi in un messaggio pericoloso agli occhi dell’Europa e degli Stati Uniti; allo stesso tempo può essere un segnale anche per Caracas: nella corsa alla leadership nel mercato del petrolio non si fanno sconti. Brasilia sta lavorando su tutti i fronti per far arrivare nelle casse pubbliche le entrate derivanti dall’”oro nero”, anche ora che il prezzo del greggio è crollato, e Teheran è un alleato strategico. La mossa, ovviamente, non è esente da ripercussioni per il ruolo che il leader iraniano si è ritagliato nello scacchiere internazionale, soprattutto nell’ottica della scalata al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu che vede Brasilia protagonista.
Anche a livello regionale la scelta non è esente da effetti contrari: da un lato potrebbe risentirne il rapporto con Caracas, dall’altro potrebbe deteriorarsi la già tesa relazione con Buenos Aires. La Casa Rosada infatti, fin dall’attentato di matrice iraniana all’associazione di mutuo soccorso della comunità ebraica nel 1994, conduce una dura battaglia diplomatica con Teheran e difficilmente apprezzerà la manovra del colosso vicino.
da www.ilvelino.it

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