Stesso atteggiamento mostrato dai tre ministri fuggiti in Perù: Lima ha concesso asilo polito a uno di loro e lo status di rifugiati agli altri due; una decisione che ha portato a una grave crisi diplomatica tra il governo di Evo Morales e quello di Alan Garcia. La pubblica accusa, che ha spiccato nei confronti degli imputati assenti un mandato di cattura internazionale, li ritiene responsabili della morte di oltre sessanta persone per aver firmato il decreto 27209 che permise l'intervento delle forze armate per reprimere le proteste dell'ottobre del 2003. Per Morales, che da deputato fu il primo a mettere sotto accusa la gestione di Sanchez de Lozada, il processo riveste un valore particolare, perché una sentenza negativa per gli imputati equivarrebbe politicamente a una condanna del modello liberista del suo predecessore, in contrapposizione con quello del “socialismo bolivariano” da lui incarnato.
Il processo, che si era aperto con la dichiarazione di contumacia degli imputati all'estero, è stato immediatamente sospeso a causa di una richiesta di ricusazione del tribunale presentata dall'ex ministro Yerko Kukoc, che dovrà ora essere esaminata dai magistrati. Gli avvocati della difesa puntano sulla legittimità delle scelte fatte dal governo, nella necessità di fronteggiare una “rivolta armata”, e per questo hanno manifestato l'intenzione di citare come testimoni i leader sindacali e sociali che avevano guidato la protesta, tra i quali lo stesso Morales. L'ex ministro per lo Sviluppo Economico Jorge Torres Obleas, che si trova in Perù, aveva invece presentato a febbraio una memoria nella quale chiedeva che il processo si svolgesse davanti alla Corte penale internazionale , sottolineando come fosse necessario affinché “fossero presenti tutte le persone coinvolte”, date le problematiche della giustizia boliviana, dovuta a “inefficienza e mancanza di volontà”.
da www.ilvelino.it

Nessun commento:
Posta un commento