Il capo di Stato non ha però chiuso completamente la porta a una sua ricandidatura. “Difronte al dilemma della rielezione nel mio cuore c'è un incrocio di sentimenti contrastanti” ha spiegato, sottolineando la necessità di “continuare le politiche avviate dal mio governo: quella della sicurezza democratica, della fiducia degli investitori e la coesione sociale”; un risultato che il presidente sostiene possa essere raggiunto con “continuità politica, un progetto a lungo termine che preveda l'introduzione di correttivi lungo il percorso. Credo che il dibattito sulle politiche si più importante che quello sulle persone”. Uribe ha poi raccontato di appartenere a una generazione “che non ha vissuto un giorno di pace: una generazione che a Bogotà, come in altre regioni, si è sentita abbandonata”.
In merito al pericolo che la modifica della Costituzione che potrebbe derivare dal referendum danneggi le istituzioni democratiche, il capo di Stato ha risposto: “Quello che abbiamo fatto in questi anni è rafforzare le istituzioni. Le leggi e la Costituzione non le determina il capriccio di un presidente”. Con riferimento, infine, agli investimenti stranieri nel Paese ha ammesso: “Nessun governo è stato ostile agli investimenti, però allo stesso tempo non hanno posto su questo aspetto la stessa enfasi che abbiamo usato noi. Non è stato facile in un America Latina dove molti vogliono annullare gli investimenti, sottilmente, e altri apertamente sono nel mezzo di un processo di nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Si tratta di un compito molto difficile. Sono molto preoccupato e ho molti timori. Temo di continuare a essere il presidente”. (mat)
da www.ilvelino.it

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