martedì 26 maggio 2009

Reintegro di Cuba nell'Osa accende il dibattito nelle Americhe

A meno di una settimana dall'inizio del vertice dell'Organizzazione degli Stati americani, che si aprirà in Honduras il primo giugno, il possibile reintegro di Cuba comincia a provocare un innalzamento della tensione nel continente americano e, in modo particolare, negli Stati Uniti. Dopo le perplessità espresse dal segretario di Stato Hillary Clinton, che ha posto una serie di paletti ben precisi al percorso di reintegro di L'Avana, sono numerosi gli esponenti del Congresso Usa che hanno fatto sentire la loro voce, contestando la proposta fatta dal segretario generale dell'Osa José Miguel Insulza. Quest'ultimo ha infatti ipotizzato l'eliminazione della clausola escludente nei confronti di Cuba, introdotta nel 1962 a causa dell'adesione dell'isola al blocco sovietico, un'ipotesi che ha raccolto il consenso di molti leader latinoamericani. Pur mostrando verso l'isola caraibica un atteggiamento di grande disponibilità, rispetto alla precedente amministrazione, il governo di Barack Obama si è mosso finora in maniera molto cauta, tendendo la mano a Castro ma chiedendo una serie di segnali tangibili del percorso verso la democrazia intrapreso dal governo cubano. Due personaggi di peso del Congresso statunitense, il repubblicano Richard Lugar e il democratico Bob Menendez, hanno fatto sentire la loro voce contro l'ipotesi di reintegro: il primo ha sostenuto la “pericolosità” della decisione perché provocherebbe “seri dubbi sull'impegno dell'organizzazione nella difesa della democrazia”, l'altro ha minacciato la presentazione di una risoluzione che sospenda l'apporto economico statunitense all'Osa, che vale circa il 60 per cento del budget. La Clinton ha poi fatto esplicito riferimento alla Carta democratica del 2001, che impegna i paesi membri dell'organizzazione a “promuovere e difendere la democrazia”, a garantire “le libertà individuali” il “rispetto dei diritti umani”.

Se dall'America latina si è levato un coro di voci a sostegno della riammissione di Cuba, da l'Avana finora sono arrivati segnali di tipo differente: sia l'ex “lider maximo” Fidel Castro che suo fratello, e successore, Raul, hanno espresso non pochi dubbi sulla legittimità e la democraticità dell'organizzazione, sottolineando che Cuba non vuole e non ha bisogno di rientrare nell'Osa. “Irrilevante, obsoleta e complice dei principali crimini di Stato commessi in America latina nella seconda metà del ventesimo secolo”, la definiva ieri il quotidiano governativo Granma. Una presa di posizione quasi obbligata, nell'ottica “rivoluzionaria” del governo cubano, che ha bisogno di mostrarsi autosufficiente e vuole evitare di sentirsi oggetto di un'elemosina” politica. Per questo l'Avana ha avviato una campagna mediatica molto dura contro l'Osa, “strumento dell'imperialismo americano” e si è mostrata insofferente nei confronti delle richieste formulate da Washington, ma difficilmente si rifiuterebbe di accettare una eventuale proposta di reintegro.

Di fatto, a pochi giorni dal vertice, i paesi membri sembrano dividersi in tre blocchi: il primo, guidato dagli Usa vede l'eliminazione della clausola d'esclusione come un risultato che Cuba si deve “guadagnare” e che può arrivare solo alla fine di un processo di democratizzazione “riconosciuto” dagli altri paesi membri; il secondo, guidato da Argentina Brasile, Cile e Messico, vede l'eliminazione della clausola come un primo passo di un percorso di reinserimento, vincolato però al rispetto di una serie di parametri; il terzo è invece il gruppo di Ecuador e Nicaragua, che chiede l'eliminazione della risoluzione del 1962 e il reintegro di Cuba senza condizioni. Per ora non ha esplicitato la sua posizione il leader venezuelano Hugo Chavez, che comunque rimane il più ferreo alleato di Castro. (mat)

da www.ilvelino.it

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