lunedì 29 giugno 2009
Argentina, l'effetto elezioni sulle presidenziali del 2011
Il voto di metà mandato in Argentina segna la perdita di posizioni della “coppia presidenziale” - composta dal capo di Stato Cristina Fernández de Kirchner e da suo marito Nestor, leader del principale partito che la sostiene - che ora avrà vita più difficile per controllare la maggioranza alle camere. Ma rivela anche un’importante informazione in vista delle presidenziali del 2011. I tre principali avversari, infatti, escono rafforzati dal voto e possono guardare con più convinzione a quella che sarà una lunghissima corsa verso il voto. L’ampio successo (circa 20 punti di margine) della lista del vicepresidente “ribelle” Julio Cobos in “casa sua”, nella provincia di Mendoza, era atteso e conferma il peso che l’ex radicale ha nelle zone agricole del Paese, grazie al suo sostegno agli produttori nel corso del durissimo braccio di ferro con la Casa Rosada dello scorso anno. Altrettanto netta la vittoria del sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri nella capitale: la sua protetta Gabriela Michetti ha infatti sbaragliato gli avversari, così come il suo alleato Francisco De Narvaez ha battuto Nestor Kirchner nella provincia. Un successo che rilancia con forza la candidatura dell’ex presidente del Boca Juniors come principale alternativa al kirchnerismo. Anche per l’ex pilota di Formula 1 Carlos Reutemann, candidato per un posto da senatore nella provincia di Santa Fe, la vittoria, pur di strettissima misura, consente di pensare con fiducia a una possibile candidatura: dopo aver rotto con i Kirchner il successo gli offre un posto di rilievo nell’ala “dissidente” del Partido Justicialista presieduto da Nestor. (mat)
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Argentina, elezioni: i Kirchner sotto in cinque distretti chiave
Quando lo scrutinio è vicino al 90 per cento delle schede, il risultato delle elezioni di medio termine in Argentina comincia a delinearsi in maniera piuttosto definita. Per il capo di Stato Cristina Fernandez Kirchner e suo marito Nestor, candidato per il Frente para la victoria, la sconfitta in cinque importanti distretti appare inevitabile. Soprattutto nella provincia di Buenos Aires. L'hinterland della capitale era l'area chiave di questa sfida, nella quale si rinnovavano metà della Camera e un terzo del Senato. Qui Kirchner è stato sconfitto di circa due punti dal milionario dell'Union Pro Francisco De Narvaez. I dati sembrano dunque confermare quanto previsto dai sondaggi delle ultime settimane: De Narvaez, al momento, si attesta al 34,5 per cento dei voti, mentre l'ex capo di Stato si ferma al 32,3 per cento. Terzo posto sicuro invece per i radicali di Acuerdo Civico y Social della capolista Margarita Stolbizer. Se questi risultati fossero confermati la coalizione che sostiene la “presidenta” Kirchner potrebbe perdere tra sei e dieci seggi, solo nella provincia di Buenos Aires. Con questi numeri inoltre, la coalizione kirchnerista per ottenere la maggioranza assoluta dopo il 10 dicembre (giorno in cui i nuovi eletti faranno il loro ingresso al Congresso), dovrà cercare il sostegno di altre componenti parlamentari sia alla Camera che al Senato.
A livello nazionale la coalizione che fa riferimento ai Kirchner avrebbe perso in cinque distretti, assicurandosi il successo negli altri, ma il peso delle regioni d'opposizione non è certo secondario. Nelle cinque aree più popolate infatti il Frente para la victoria non è riuscito a ottenere la vittoria che sperava, giungendo secondo nella provincia di Buenos Aires e Mendoza, terzo a Santa Fe e quarto a Cordoba e a Buenos Aires. Decisamente più netto il successo del Pro nella capitale, dove lo scrutinio si è praticamente concluso: nel regno del sindaco Mauricio Macri, imprenditore ed ex presidente del Boca Juniors, la vittoria del partito di centrodestra è netta: la capolista Gabriela Michetti otterrebbe poco più del 31 per cento dei voti, seguita dalla grande sorpresa di questa tornata elettorale, ovvero il Proyecto Sur di Pino Solanas, che supererebbe il 24 per cento. Un risultato che potrebbe fare gioco alla maggioranza kirchnerista, dato che già in passato gli eletti di questa lista hanno sostenuto le iniziative governative.
Il candidato del Frente para la victoria Carlos Heller non è andato invece oltre l'undici per cento dei consensi. Non è andata meglio al Senato per la coalizione governativa: solo in tre province su otto, infatti, è riuscita a ottenere il successo pieno. Kirchner nella notte ha ammesso la sconfitta, sostenendo di aver perso per “un pochino” a Buenos Aires, ore dopo che il suo avversario aveva già iniziato i festeggiamenti. “In democrazia si perde e si vince” ha detto l'ex capo di Stato, alla prima sconfitta elettorale dopo il primo turno delle presidenziali del 2003, insistendo sul fatto che la sconfitta è stata “minima” e che non ci sono stati “grandi vincitori”, ma sottolineando invece il successo in “moltissime province”. (mat)
da www.ilvelino.it
A livello nazionale la coalizione che fa riferimento ai Kirchner avrebbe perso in cinque distretti, assicurandosi il successo negli altri, ma il peso delle regioni d'opposizione non è certo secondario. Nelle cinque aree più popolate infatti il Frente para la victoria non è riuscito a ottenere la vittoria che sperava, giungendo secondo nella provincia di Buenos Aires e Mendoza, terzo a Santa Fe e quarto a Cordoba e a Buenos Aires. Decisamente più netto il successo del Pro nella capitale, dove lo scrutinio si è praticamente concluso: nel regno del sindaco Mauricio Macri, imprenditore ed ex presidente del Boca Juniors, la vittoria del partito di centrodestra è netta: la capolista Gabriela Michetti otterrebbe poco più del 31 per cento dei voti, seguita dalla grande sorpresa di questa tornata elettorale, ovvero il Proyecto Sur di Pino Solanas, che supererebbe il 24 per cento. Un risultato che potrebbe fare gioco alla maggioranza kirchnerista, dato che già in passato gli eletti di questa lista hanno sostenuto le iniziative governative.
Il candidato del Frente para la victoria Carlos Heller non è andato invece oltre l'undici per cento dei consensi. Non è andata meglio al Senato per la coalizione governativa: solo in tre province su otto, infatti, è riuscita a ottenere il successo pieno. Kirchner nella notte ha ammesso la sconfitta, sostenendo di aver perso per “un pochino” a Buenos Aires, ore dopo che il suo avversario aveva già iniziato i festeggiamenti. “In democrazia si perde e si vince” ha detto l'ex capo di Stato, alla prima sconfitta elettorale dopo il primo turno delle presidenziali del 2003, insistendo sul fatto che la sconfitta è stata “minima” e che non ci sono stati “grandi vincitori”, ma sottolineando invece il successo in “moltissime province”. (mat)
da www.ilvelino.it
Se in America Latina torna a respirarsi aria di colpo di Stato
Quanto sta accadendo in queste ore in Honduras, dove i militari hanno destituito il presidente Manuel Zelaya costringendolo a lasciare il Paese, riaccende i riflettori su un fenomeno che l’America Latina sembrava aver dimenticato. Quello della cospirazione in grado di sovvertire l’ordine democratico, magari con l’appoggio di Washington, sembrava essere diventato più uno spauracchio usato da alcuni leader, soprattutto dell’asse “bolivariano” guidato dal venezuelano Hugo Chavez, che un reale pericolo per gli equilibri della regione. Proprio Chávez era stato l’ultimo presidente vittima di un colpo di Stato “lampo” nel 2002, quando le forze armate tentarono di imporre un governo di transizione guidato dall’imprenditore Pedro Carmona. Ma, dopo 48 ore contraddistinte da una forte reazione popolare, i militari furono costretti a favorire il ritorno al potere del leader bolivariano.
Quella del golpe, violento o meno, è una pratica che nell’area latinoamericana ha una “tradizione” consolidata, lo stesso “libertador” Simon Bolivar ne fu vittima, e ha avuto una forte diffusione soprattutto tra gli anni ‘60 e gli ‘80. Tra il 1964 e il 1976 nella regione sembrava più facile arrivare al potere con la forza che con il voto: Brasile, Argentina (due volte), Perù, Bolivia, Paraguay e Cile nell’arco di poco più di dieci anni erano finiti nelle mani di dittatori, più o meno sanguinari. Il lento e difficile ritorno alla democrazia dei due decenni successivi ha visto però il perpetuarsi del modello in Perù, con il “golpe bianco” di Fujimori nel ‘92, e quello di Andres Rodriguez in Paraguay. Non sono mancati anche degli insuccessi, come quello di Chavez, che nel 1992 tentò di far cadere Carlos Andres Perez. Una sconfitta che consentì però all’attuale leader venezuelano di garantirsi un consenso popolare indispensabile per conquistare il potere sette anni dopo. Negli ultimi anni più che di veri e propri colpi di Stato nella regione si sono verificate numerose “sollevazioni popolari” in grado di determinare un cambio ai vertici della nazione: è il caso dell’Ecuador, per tre volte tra il ‘97 e il 2005, del Paraguay nel 1999, della Bolivia nel 2003 e dell’Argentina post “crack” finanziario del 2001. (mat)
da www.ilvelino.it
Quella del golpe, violento o meno, è una pratica che nell’area latinoamericana ha una “tradizione” consolidata, lo stesso “libertador” Simon Bolivar ne fu vittima, e ha avuto una forte diffusione soprattutto tra gli anni ‘60 e gli ‘80. Tra il 1964 e il 1976 nella regione sembrava più facile arrivare al potere con la forza che con il voto: Brasile, Argentina (due volte), Perù, Bolivia, Paraguay e Cile nell’arco di poco più di dieci anni erano finiti nelle mani di dittatori, più o meno sanguinari. Il lento e difficile ritorno alla democrazia dei due decenni successivi ha visto però il perpetuarsi del modello in Perù, con il “golpe bianco” di Fujimori nel ‘92, e quello di Andres Rodriguez in Paraguay. Non sono mancati anche degli insuccessi, come quello di Chavez, che nel 1992 tentò di far cadere Carlos Andres Perez. Una sconfitta che consentì però all’attuale leader venezuelano di garantirsi un consenso popolare indispensabile per conquistare il potere sette anni dopo. Negli ultimi anni più che di veri e propri colpi di Stato nella regione si sono verificate numerose “sollevazioni popolari” in grado di determinare un cambio ai vertici della nazione: è il caso dell’Ecuador, per tre volte tra il ‘97 e il 2005, del Paraguay nel 1999, della Bolivia nel 2003 e dell’Argentina post “crack” finanziario del 2001. (mat)
da www.ilvelino.it
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lunedì 22 giugno 2009
Venezuela, Chavez lancia il pannolino “anticapitalista”
In un inedito appello alle “signore mamme” e ai “signori papà” il presidente venezuelano Hugo Chavez ha lanciato sul mercato i primi pannolini “socialisti”. Nel corso della diretta televisiva del suo programma Aló Presidente, dal complesso petrolchimico Ana Maria Campos, il leader venezuelano ha infatti presentato ufficialmente i pannolini “Guayucos” prodotti da una impresa sociale del complesso. Chavez ha ha invitato i suoi connazionali a non comprare quelli importati, sostenendo che i “Guyucos” sono validi come quelli che il capitalismo chiama “Premium”, criticando la presenza sul mercato di differenti livelli di qualità, che costringono le classi popolari ad acquistare quelli della qualità peggiore. Il capo di Stato ha evidenziato come per il suo governo non esistano bambini di seconda classe e bambini “premium” ma come siano tutti di “prima classe”.
In una giornata dedicata alla promozione dei prodotti “rivoluzionari”, Chavez ha anche presentato l'aceto “Mara”, invitando i venezuelani a fare come lui: “Stasera a cena con la mia famiglia mangerò una bistecca e ci metterà sopra una goccia di questo aceto. Se volete provare una delle bistecche più squisite al mondo fate come me”. Il leader venezuelano ha poi aggiunto che questo prodotto ha “proprietà magiche”: “ha delle qualità straordinarie, vi può far diventare padre anche a 100 anni”. Con la stessa enfasi ha poi introdotto “Juvita” la bevanda ricavata da uve della Guajira, una bevanda “socialista” in cui anche tappo e bottiglia sono prodotti nel Paese (il settore petrolchimico è recentemente finito sotto il controllo statale) e che permette di “mantenere la gioventù eterna”. (mat)
da www.ilvelino.it
giovedì 18 giugno 2009

Una “notte da single” a base di cocktail, musica e ballerine con finale “bollente”. L’avrebbe passata l’ex capo di Stato americano Bill Clinton in occasione della sua visita nella capitale argentina Buenos Aires, secondo quanto racconta il quotidiano Perfil. La testata argentina sostiene che il marito del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, dopo aver partecipato a una cena pubblica con la “presidenta” argentina Cristina Fernandez Kirchner e il marito Nestor, avrebbe concluso la serata in un locale insieme a alcuni stretti collaboratori. Secondo Perfil Clinton si sarebbe recato al night club “Cocodrilo”, dove avrebbe pagato per uno show privato della ballerina Andrea Rincon, una ex concorrente del Grande fratello argentino. La giovane argentina ha poi raccontato di non aver parlato direttamente con Clinton, ma di essere stata pagata mille dollari per uno spettacolo privato di cinque minuti, nel coro del quale avrebbe ballato e si sarebbe spogliata, “senza arrivare al nudo integrale”, per l’ex capo di Stato. La notizia è stata ripresa anche dal Washington Post che riporta la smentita di un portavoce dell’ex presidente: “La notizia è completamente falsa. Clinton ha passato la serata giocando a carte in albergo con alcuni amici e assistenti”. La Rincon ha ribadito però la sua verità in una serie di interviste a tv e riviste del Paese latinoamericano, arrivando a parlare anche di una “proposta indecente” fatta da parte dell’entourage di Clinton, che lei avrebbe però rifiutato. (mat)
martedì 16 giugno 2009
Argentina, La Nacion: Telecom si prepara a vendere?
Credit Suisse First Boston starebbe lavorando, per conto di Telecom Italia, alla vendita di Telecom argentina. Lo sostiene il quotidiano argentino La Nacion, secondo il quale si tratta di una delle operazioni finanziarie che “più interessa” all’ex capo di Stato e leader della coalizione di maggioranza, Nestor Kirchner. Fonti vicine al leader del Partito Justicialista, sostengono che l’ex presidente starebbe spingendo affinché le trattative si chiudano prima delle elezioni anticipate del prossimo 28 di giugno. Tra i possibili acquirenti, scrive il quotidiano argentino, ci sarebbero il gruppo Clarin e Corporacion America, dell’imprenditore Eduardo Eurnekian, i cui dirigenti starebbero “facendo la spola tra l’Argentina e l’Italia”. L’impresa delle comunicazioni ha un fatturato di 3,3 miliardi di dollari, controlla la metà del mercato della telefonia fissa e il 30 per cento di quella mobile. Per il colosso editoriale Clarin si tratterebbe di un’opportunità per completare il pacchetto di servizi che il gruppo è già in grado di garantire, affiancando alla televisione via cavo e a Internet anche la telefonia.
La decisione di vendere, secondo La Nacion, è soprattutto "politica", dato che “solo l’anno scorso il gruppo faceva pressioni per acquisire l’altro 50 per cento dell’impresa detenuto dalla famiglia argentina Werthein”. Il quotidiano argentino ricostruisce i passaggi del pacchetto azionario negli ultimi anni: nel 2003 France Telecom, partner di Telecom Italia, decise di lasciare il Paese e il gruppo italiano lavorò per dirottare la quota transalpina, a tempo determinato, su un imprenditore locale; questo aprì le porte ai Werthein che, attraverso W de Argentina inversiones comprarono il 48 per cento di Sofora, che controllava Telecom, per 165 milioni di dollari. Nello stesso momento il gruppo italiano pagò 60 milioni di dollari per ottenere il diritto ad acquisire il pacchetto azionario dopo il dicembre del 2008. I termini dell’accordo prevedevano che il 30 per cento venisse acquistato attraverso una formula di attualizzazione finanziaria, mentre il restante 18 avrebbe seguito il prezzo di mercato. A metà dello scorso anno Telecom tentò di far valere il suo diritto offrendo, secondo quanto riferisce La Nacion, 400 milioni di dollari, ma i Werthein volevano di più, proponendosi di annullare l’opzione del gruppo italiano, lontana in quel momento dal prezzo di mercato. L’arrivo della crisi finanziaria mondiale ha però cambiato le carte in tavola, abbassando il prezzo di mercato e spingendo il gruppo argentino a ipotizzare uno scambio dei ruoli e l’acquisto dell’impresa.
Nel maggio del 2007, però, era entrato in gioco un altro fattore, l’acquisizione, da parte della spagnola Telefonica, del 42 per cento di Telco, che controlla il 12 per cento di Telecom Italia. Un’operazione che ha attirato l’attenzione della Commissione nazionale di difesa della concorrenza argentina, che ha ipotizzato il rischio di una posizione di monopolio. Un argomento utilizzato anche dai Werthein, prima ancora che intervenisse la Commissione, e che ha dato vita a una guerra durissima dentro e fuori dalle aule dei tribunali. Un anno dopo, la situazione per il gruppo italiano si è fatta ancora più difficile: “Il 26 giugno del 2008 – scrive il quotidiano argentino - il segretario di governo per le Comunicazioni Lisandro Salas, è intervenuto e non solo ha impedito a Telecom Italia di ampliare la sua partecipazione azionaria, ma con la scusa del pericolo del monopolio, gli ha proibito di vendere”, lasciando Telecom “ostaggio dei Kirchner”. A dicembre la Commissione sulla concorrenza ha poi reso ancora più difficili le cose con una risoluzione che non solo metteva Telecom nelle condizioni di non poter esercitare l’opzione di acquisto concordata in precedenza, ma gli impediva di intraprendere qualsiasi tipo di azione, finanziaria o legale, relazionata a questo diritto.
La risoluzione successiva sulla vicenda, lo scorso 3 aprile, ha determinato, sostiene il quotidiano argentino, la consegna materiale dei destini dell’azienda nelle mani dei Werthein, impedendo ai dirigenti designati dal gruppo italiano di prendere decisioni relative a Telecom Argentina. La Nacion evidenzia come le limitazioni imposte ai vertici dell’azienda abbiano messo il governo nelle condizioni di decidere il futuro della proprietà: “solo chi otterrà dal governo l’eliminazione della proibizione alla vendita del pacchetto azionario – scrive il quotidiano argentino – sarà nelle condizioni di comprare”. L’articolo evidenzia infine come la “generosità” di Kirchner nel concedere il controllo dell’azienda al gruppo argentino sia stata ripagata dall’impegno dei Werthein nel favorire l’incontro, in piena campagna elettorale, di Kirchner e di sua moglie, il capo di Stato Cristina Fernandez, con l’ex presidente americano Bill Clinton. (mat)
da www.ilvelino.it
Cile, centrosinistra “costretto” ad alleanza con i comunisti
Per la prima volta in Cile i partiti della Concertación, lo coalizione di centrosinistra che governa il Paese dalla caduta del regime, rischiano di perdere la maggioranza del paese. Ed è anche per questo che, in vista delle elezioni generali del prossimo 13 dicembre, i vertici della coalizione hanno deciso di stringere un accordo con Junto podemos más, il soggetto politico guidato dal Partito comunista. Prima della fine dell'anno si deciderà infatti della successione della "presidenta" Michelle Bachelet, oltre che del Parlamento. I comunisti dal 1990 sono stati determinanti nei ballottaggi presidenziali, ma nono sono mai riusciti a mettere piede nell'Assemblea nazionale. L'accordo sarà elettorale, non programmatico, e si limiterà al voto politico e non a quello presidenziale, ma garantisce sin d'ora al candidato del centro sinistra Eduardo Frei (già presidente dal 1994 al 2000) l'appoggio comunista in caso di ballottaggio. Sotto nei sondaggi e indebolito dall'ingombrante presenza del candidato indipendente Marco Enríquez-Ominani, Frei affronta una sfida difficile contro l'imprenditore Sebastian Piñera, dato nettamente in testa. Il prezzo da pagare per l'appoggio di Juntos podemos más per la Concertacion è rappresentato dal patto per la riforma del sistema elettorale figlio della dittatura: un maggioritario molto rigido che ha di fatto escluso le forze politiche minori dal Parlamento.(mat)
da www.ilvelino.it
Cuba, organizzazioni denunciano: 500 arresti “politici” nel 2009
Due organizzazioni per la difesa dei diritti umani con sede a Cuba, il Consiglio dei relatori dei diritti umani e i Circoli democratici municipali, hanno denunciato ieri la repressione che il governo dell’isola sta perpetrando ai danni di presunti oppositori, che avrebbe portato all’arresto di oltre 500 persone per motivi politici dall’inizio dell’anno. Tra questi, secondo il dossier presentato ieri a Miami, 26 dissidenti sono stati processati e condannati. Una situazione che sembrerebbe mostrare come le difficoltà affrontate dal nuovo corso di Raul Castro si esprimano anche nella necessità di mettere a tacere le voci contrarie a quella del regime: “Abbiamo verificato – si legge nel documento – che più di 500 per sono state arrestate per motivi politici. Si tratta di pacifici difensori dei diritti umani, oppositori, giornalisti indipendenti e le loro famiglie. Alla stessa maniera sai sono verificati innumerevoli atti repressivi, di intimidazione contro la nascente società civile e contro la popolazione ingenerale, con un drammatico aumento della persecuzione religiosa”.
A questo proposito le associazioni hanno segnalato l’arresto, lo scorso 3 di giugno di 30 pastori evangelici nella città di Santa Cruz, nel corso di un incontro religioso. Sono molte, sostengono le due organizzazioni, le persone costrette fino a cinque giorni di arresti domiciliari, sorvegliate a vista, per impedirne la partecipazione ad attività politiche e civili. Difficile anche la situazione delle carceri: un’analisi di 11 dei 250 centri di detenzione presenti sull’isola evidenzia infatti come dall’inizio dell’anno ci siano stati già 21 decessi dovuti alle difficili condizioni igenico-sanitarie, maltrattamenti e aggressioni. Secondo il dossier questo avviene nonostante il fatto che il governo stia preparando il contesto nel quale si svolgerà la visita del relatore dell’Onu contro la tortura: “migliaia di detenuti – si legge nel documento – sono trasportati da carceri ‘dure’ a centri di lavori forzati in zone montane, mentre le carceri principali stano godendo di un ampio lavoro di ristrutturazione”. (mat)
lunedì 15 giugno 2009
Dal vertice del Bric parte la sfida all'economia mondiale
di Matteo Tagliapietra
La revisione del ruolo e del potere degli organismi internazionali, con particolare riferimento al futuro del Consiglio di sicurezza dell'Onu, la scelta del dollaro come moneta di riferimento per gli scambi internazionali per le riserve finanziarie nazionali, le revisione del sistema del commercio mondiale, una nuova riflessione sul modello di non proliferazione nucleare affiancato a una politica del disarmo. Sono questi i temi chiave del vertice del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) che si aprirà domani nella cittadina russa di Ekaterinburg al quale prenderanno parte i leader dei quattro Paesi che insieme sono stati il principale motore della crescita del Pil mondiale negli ultimi due anni e rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale. Al summit saranno presenti il presidente russo Dimitri Medvedev, i suoi colleghi Luiz Inacio Lula da Silva (Brasile) e Hu Jintao (Cina) e il primo ministro indiano Manmohan Singh. L'intesa tra le posizioni dei quattro colossi mondiali non sarà però facile, ma rappresenta certamente una prospettiva in grado di condizionare pesantemente gli equilibri politici ed economici a livello mondiale.
Il tema che suscita maggiore attenzione a livello internazionale è senza dubbio la riflessione sui rischi connessi all'utilizzo del dollaro come unica moneta per le riserve finanziarie, ovvero la “volatilità” delle riserve inevitabilmente connessa alle politiche economiche messe in campo da Washington. Non si tratta, chiaramente, di una questione che si potrà risolvere nel corso del vertice, ma la chiave, per il Bric non è la sostituzione della divisa americana con l'euro, ma l'uscita da un sistema controllato da un'autorità monetaria globale. I primi passi in questo senso il Brasile li ha già mossi nella regione latinoamericana, sottoscrivendo con l'Argentina un'intesa che prevede l'eliminazione del dollaro come moneta di riferimento negli accordi binazionali a favore delle monete locali. Un accordo che potrebbe presto allargarsi ai rapporti commerciali tra Brasilia e Pechino che ha già attivato il sistema di scambio in yuan con altri partner commerciali.
I quattro giganti discuteranno inoltre dell'acquisto dei bond che saranno emessi dal Fondo monetario internazionale per poter sostenere i finanziamenti ritenuti necessari per lo sviluppo economico delle nazioni più arretrate. Una mossa importante, che esprimerebbe la volontà di diversificare le proprie riserve per il timore che le difficoltà dell'economia americana possano finire per danneggiare pesantemente le proprie risorse. Si tratta comunque di una presa di posizione più formale che sostanziale, dato che il maggior sostenitore del Fmi è proprio Washington. Ma quello che cercano, in maniera sempre più esplicita, i quattro Paesi del Bric è accrescere il proprio peso nella comunità internazionale.
Da qui la lotta per la riforma degli organismi principali multilaterali, la presa di posizione sulla riforma del Consiglio di sicurezza dell'Onu, le pressioni sull'allargamento di G8 e G20. Il ministro degli Esteri di Lula, Celso Amorim, nei giorni scorsi ha sostenuto che: “Il G8 è morto e non rappresenta più nulla” per poi spiegare che “manterrà la sua importanza ma non può prescindere dalla presenza di Cina, Brasile e India”. Anche la questione sicurezza non potrà rimanere fuori dal dibattito che si aprirà domani: da una parte ci sarà la questione del nucleare, il Brasile è l'unica delle quattro potenze a non essere in possesso del nucleare per scopi militari e a premere per il disarmo, dall'altra c'è la volontà di trovare una soluzione condivisa per limitare l'“aggressività” della politica estera statunitense riformando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
da ww.ilvelino.it
Comunità andina-Ue, oggi al via nuovi negoziati
Si riapriranno oggi nella capitale colombiana Bogotà i negoziati per la firma di un Trattato di libero commercio (Tlc) tra tre dei quattro paesi membri della Comunità andina delle nazioni (Can), Colombia Perù ed Ecuador, e l'Unione europea. Secondo quanto dichiarato nei giorni scorsi dal rappresentate europeo Fernando Cardesa, questa riunione potrebbe essere quella decisiva per chiudere l'accordo. Un'intesa cui potrebbe aggiungersi in un momento successivo la Bolivia, che ha da tempo abbandonato il negoziato collettivo, in disaccordo con alcuni aspetti dell'intesa, come quello relativo ai brevetti e alle barriere fiscali. Anche l'Ecuador, per bocca dello stesso presidente Rafael Correa, ha espresso negli ultimi tempi crescenti perplessità per le caratteristiche dell'accordo, ma Quito sarà presente al tavolo del negoziato a partire da oggi. Se sul fronte europeo c'è un moderato ottimismo sulla possibilità di raggiungere un'intesa semi-definitiva già questa settimana, sul versante latinoamericano le perplessità su alcuni aspetti dell'accordo rimangano e l'ipotesi più probabile è che i negoziati non si concludano prima del prossimo vertice di settembre.
Al centro della discussione sarà, anche questa volta, soprattutto la questione della tutela della proprietà intellettuale, così come una serie di problematiche fiscali e doganali, sulle quali la Ue potrebbe cedere per favorire il raggiungimento di un'intesa. L'obiettivo rimane quello di rendere il Tlc operativo a partire dal 2010, il che comporterebbe la firma del trattato in tempi relativamente brevi, affinché ci sia il tempo di intervenire dal punto di vista giuridico e formale per rendere operativo l'accordo. Nelle cinque giornate di lavoro, l'incontro terminerà il 19 giugno, saranno aperti 13 tavoli di trattativa, il primo dei quali sarà quello relativo all'accesso ai mercati per i prodotti agricoli. Tra i temi “caldi” c'è quello relativo alla pressione fiscale applicata sulle esportazioni, settore nel quale Bruxelles non sembra intenzionata a concedere le agevolazioni richieste dai Paesi andini. (mat)
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giovedì 11 giugno 2009
Venezuela, Chávez blocca la Coca cola zero: danneggia la salute
Il governo venezuelano ha ordinato ieri alla filiale locale della Coca Cola di togliere dal commercio la Coca Cola Zero, che ritiene “dannosa per la salute”. Lo ha annunciato il ministro per la Salute Jesus Mantilla, secondo il quale la decisione è stata determinata dal fatto che la bevanda contiene un componente che può essere dannoso per la salute dei cittadini. “Il prodotto deve uscire dal commercio per tutelare la salute dei venezuelani” ha spiegato, senza voler specificare quale sia il componente considerato pericoloso. Il ministero non si è limitato a chiedere il blocco della commercializzazione, ma ha anche ordinato la raccolta e il ritiro di tutta la produzione che si trova ancora nei magazzini della Coca Cola Femsa, che fabbrica la bevanda nel paese latinoamericano.
Non è questo il primo attrito tra il colosso commerciale e il governo di Caracas. Nel marzo scorso il presidente venezuelano Hugo Chávez aveva detto di voler requisire i terreni utilizzati dalla Femsa a magazzini e parcheggi per destinarli ad un piano di edilizia popolare. Secondo le parole del capo di Stato, l’azienda delle bevande avrebbe avuto due settimane di tempo per abbandonare i terreni. L’impresa rispose offrendo “la disponibilità” a trattare con il governo venezuelano, anche se, in una nota diffusa solo in Messico - sede della sigla che commercializza i prodotti della Coca Cola nel subcontinente - si ventilava la possibilità di spostare direttamente gli stabilimenti in un altro paese. Due giorni dopo Caracas offrì alla Femsa la possibilità di spostare gli stabilimenti nei pressi di un’autostrada in costruzione. (mat/fae)
da www.ilvelino.it
Non è questo il primo attrito tra il colosso commerciale e il governo di Caracas. Nel marzo scorso il presidente venezuelano Hugo Chávez aveva detto di voler requisire i terreni utilizzati dalla Femsa a magazzini e parcheggi per destinarli ad un piano di edilizia popolare. Secondo le parole del capo di Stato, l’azienda delle bevande avrebbe avuto due settimane di tempo per abbandonare i terreni. L’impresa rispose offrendo “la disponibilità” a trattare con il governo venezuelano, anche se, in una nota diffusa solo in Messico - sede della sigla che commercializza i prodotti della Coca Cola nel subcontinente - si ventilava la possibilità di spostare direttamente gli stabilimenti in un altro paese. Due giorni dopo Caracas offrì alla Femsa la possibilità di spostare gli stabilimenti nei pressi di un’autostrada in costruzione. (mat/fae)
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Perù: sospesa la “legge della selva”, ma gli indios protestano
Il Congresso peruviano ha votato ieri la sospensione della “legge della selva” che aveva generato la violenta protesta delle popolazioni indigene dell’Amazzonia, culminata con la morte di oltre trenta persone. Il provvedimento legislativo - che regola la gestione delle risorse dell’area ed è stato concepito per adeguare il quadro normativo in vista del Trattato di libero commercio con gli Usa - sarà sospeso quindi per 90 giorni con l’obiettivo di trovare una soluzione di compromesso. La sospensione, approvata con 57 voti a favore e 47 contrari, ha provocato la violenta reazione dei parlamentari indigeni che chiedevano l’annullamento definitivo della legge. Le comunità locali sostengono infatti che la legge, approvata nel giugno del 2008, apre la porta in maniera indiscriminata agli investimenti stranieri e allo sfruttamento delle risorse della foresta, permettendo la vendita a privati di 45 milioni di ettari di foresta attualmente di proprietà statale e affidati in concessione. La legge inoltre sarebbe stata approvata senza il consenso delle comunità indigene.
Per questo da mesi alcune migliaia di persone, in rappresentanza di oltre 60 tribù, stanno protestando contro la decisione del Parlamento e hanno, di fatto, paralizzato la regione con blocchi stradali e occupazioni. Ieri il capo di Stato Alan Garcia si è detto disposto a intervenire sul testo con le “modifiche necessarie” ma è tornato anche ad attaccare l’organizzazione delle comunità indigene Aidesep, sottolineando che “non si possono uccidere 24 poliziotti. Questo è un crimine che non può restare impunito”, e aggiungendo che non si farà “intimidire da chi tenta la via del ricatto”. La vicenda ha comunque aperto qualche crepa anche all’interno dell’esecutivo. Nei giorni scorsi la ministro per le Donne Carmen Villoso ha lasciato l’incarico in disaccordo con la gestione che il governo ha portato avanti nel contenzioso con le comunità indigene, rivendicando la necessità del dialogo e della comprensione e ricordando che il suo dicastero ha come obiettivo principale proprio la costruzione della pace. (mat)
da www.ilvelino.it
Per questo da mesi alcune migliaia di persone, in rappresentanza di oltre 60 tribù, stanno protestando contro la decisione del Parlamento e hanno, di fatto, paralizzato la regione con blocchi stradali e occupazioni. Ieri il capo di Stato Alan Garcia si è detto disposto a intervenire sul testo con le “modifiche necessarie” ma è tornato anche ad attaccare l’organizzazione delle comunità indigene Aidesep, sottolineando che “non si possono uccidere 24 poliziotti. Questo è un crimine che non può restare impunito”, e aggiungendo che non si farà “intimidire da chi tenta la via del ricatto”. La vicenda ha comunque aperto qualche crepa anche all’interno dell’esecutivo. Nei giorni scorsi la ministro per le Donne Carmen Villoso ha lasciato l’incarico in disaccordo con la gestione che il governo ha portato avanti nel contenzioso con le comunità indigene, rivendicando la necessità del dialogo e della comprensione e ricordando che il suo dicastero ha come obiettivo principale proprio la costruzione della pace. (mat)
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venerdì 5 giugno 2009
Cuba, l'Osa tende la mano ma L'Avana rifiuta
di Matteo Tagliapietra
“La guerra fredda è finita. Comincia oggi una nuova era di fraternità e tolleranza”. Con queste parole il presidente honduregno Manuel Zelaya ha celebrato l'accordo raggiunto dai ministri degli Esteri dei Paesi membri dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), in merito alla revoca della risoluzione che dal 1962 sospendeva la partecipazione di Cuba. Una decisione storica, raggiunta con l'approvazione di tutti i membri, compresi gli Stati Uniti, che pur avevano espresso fortissime perplessità sulle modalità di riammissione, vincolandole a un processo di democratizzazione dell'isola. In realtà la risoluzione approvata ieri, annullando quella del 1962, specifica che “la partecipazione di Cuba nell'Osa sarà il risultato di un processo di dialogo avviato da una richiesta da parte del governo cubano e conforme alle pratiche ai propositi e ai principi dell'Osa”. Proprio questo paragrafo corregge un po' il tiro sulla riapertura all'isola caraibica, recependo in parte le perplessità di Washington. L'annuncio dell'accordo è stato dato dal ministro degli Esteri ecuadoriano Fander Falconi, che ha sottolineato come la risoluzione rifletta “il cambiamento di un'epoca che sta vivendo l'America Latina” ed è arrivato quando ormai sembrava che la necessità di conciliare le diverse posizioni fosse impossibile, nonostante fosse stato creato un gruppo ristretto dedicato solo a questa questione.
Il lavoro fatto nel corso del summit rischia però di essere vanificato dalla posizione del regime dell'Avana. Dopo aver attaccato l'organizzazione nelle settimane passate - Fidel Castro l'aveva definita “complice dei crimini contro Cuba” -, il governo cubano ha celebrato l'approvazione della risoluzione attraverso un comunicato diffuso dalla televisione di Stato, ma ha anche ribadito di “non aver chiesto e di non voler rientrare” nell'Osa. La nota definisce la giornata di ieri “storica”, sottolineando che il documento approvato prevede l'eliminazione della risoluzione del 1962 “senza condizioni”. Un'interpretazione che, di fatto, dal punto di vista del governo Castro, porrebbe Cuba al di sopra di qualsiasi giudizio o contestazione sulle caratteristiche democratiche del regime. L'Avana, aggiunge il comunicato, definisce quella dell'Osa “una storia tenebrosa” ma riconosce “il valore politico e simbolico” della decisione, arrivata “nonostante le pressioni, i condizionamenti e le manovre degli Stati Uniti”. In realtà i contenuti del documento approvato dall'Osa mostrano un passo indietro di Washington, che aveva posto fino a martedì delle condizioni molto nette per appoggiare la risoluzione; ieri però, dopo che il segretario di Stato Hillary Clinton ha lasciato l'Honduras per volare in Egitto, la posizione del governo statunitense sembra essersi ammorbidita, tanto che la stessa Clinton ha espresso “soddisfazione e orgoglio” per la decisione presa. Secondo il responsabile degli Affari latinoamericani del Consiglio di sicurezza della Casa bianca, Dan Restrepo, la risoluzione è una maniera di “tendere la mano al governo cubano”, ma ha escluso che quanto deciso dall'Osa possa essere il primo passo verso la rimozione dell'embargo. Per l'ala “bolivariana” guidata dal leader venezuelano Hugo Chavez la decisione dell'Assemblea generale di ieri è indubbiamente un successo politico nei confronti della linea dura sostenuta dagli Usa nelle scorse settimane: il presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha parlato di una “vittoria di Cuba” e di una risoluzione che “lava via una macchia”, mentre per Chavez il successo è tutto della “diplomazia bolivariana”.
Per evitare che la decisione dell'Osa apparisse come un segnale di “debolezza” del governo statunitense, nel momento in cui la sinistra radicale della regione celebrava il successo della propria linea, il responsabile della diplomazia statunitense per l'America Latina Thomas Shannon, accompagnato da Restrepo, ha indetto una conferenza stampa nella quale ha precisato che la risoluzione è “assolutamente in linea” con la richiesta di Washington, che condiziona il reintegro di Cuba al rispetto della democrazia e dei diritti umani. Secondo Shannon non c'è nulla di automatico nel ritorno dell'Avana nell'organizzazione, ma anzi si tratta di un percorso “molto difficile” attraverso il quale Cuba dovrà “chiedere di entrare in un'istituzione regionale che critica da anni”. Ci si attende ora la reazione di quella parte del Congresso statunitense, di entrambi i colori politici, che aveva contestato l'ipotesi di un ritorno di Cuba nell'Osa senza precise condizioni, arrivando a chiedere, in caso contrario, la sospensione dell'apporto economico Usa all'organizzazione, che corrisponde a più della metà del budget complessivo.
da www.ilvelino.ita
“La guerra fredda è finita. Comincia oggi una nuova era di fraternità e tolleranza”. Con queste parole il presidente honduregno Manuel Zelaya ha celebrato l'accordo raggiunto dai ministri degli Esteri dei Paesi membri dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), in merito alla revoca della risoluzione che dal 1962 sospendeva la partecipazione di Cuba. Una decisione storica, raggiunta con l'approvazione di tutti i membri, compresi gli Stati Uniti, che pur avevano espresso fortissime perplessità sulle modalità di riammissione, vincolandole a un processo di democratizzazione dell'isola. In realtà la risoluzione approvata ieri, annullando quella del 1962, specifica che “la partecipazione di Cuba nell'Osa sarà il risultato di un processo di dialogo avviato da una richiesta da parte del governo cubano e conforme alle pratiche ai propositi e ai principi dell'Osa”. Proprio questo paragrafo corregge un po' il tiro sulla riapertura all'isola caraibica, recependo in parte le perplessità di Washington. L'annuncio dell'accordo è stato dato dal ministro degli Esteri ecuadoriano Fander Falconi, che ha sottolineato come la risoluzione rifletta “il cambiamento di un'epoca che sta vivendo l'America Latina” ed è arrivato quando ormai sembrava che la necessità di conciliare le diverse posizioni fosse impossibile, nonostante fosse stato creato un gruppo ristretto dedicato solo a questa questione.
Il lavoro fatto nel corso del summit rischia però di essere vanificato dalla posizione del regime dell'Avana. Dopo aver attaccato l'organizzazione nelle settimane passate - Fidel Castro l'aveva definita “complice dei crimini contro Cuba” -, il governo cubano ha celebrato l'approvazione della risoluzione attraverso un comunicato diffuso dalla televisione di Stato, ma ha anche ribadito di “non aver chiesto e di non voler rientrare” nell'Osa. La nota definisce la giornata di ieri “storica”, sottolineando che il documento approvato prevede l'eliminazione della risoluzione del 1962 “senza condizioni”. Un'interpretazione che, di fatto, dal punto di vista del governo Castro, porrebbe Cuba al di sopra di qualsiasi giudizio o contestazione sulle caratteristiche democratiche del regime. L'Avana, aggiunge il comunicato, definisce quella dell'Osa “una storia tenebrosa” ma riconosce “il valore politico e simbolico” della decisione, arrivata “nonostante le pressioni, i condizionamenti e le manovre degli Stati Uniti”. In realtà i contenuti del documento approvato dall'Osa mostrano un passo indietro di Washington, che aveva posto fino a martedì delle condizioni molto nette per appoggiare la risoluzione; ieri però, dopo che il segretario di Stato Hillary Clinton ha lasciato l'Honduras per volare in Egitto, la posizione del governo statunitense sembra essersi ammorbidita, tanto che la stessa Clinton ha espresso “soddisfazione e orgoglio” per la decisione presa. Secondo il responsabile degli Affari latinoamericani del Consiglio di sicurezza della Casa bianca, Dan Restrepo, la risoluzione è una maniera di “tendere la mano al governo cubano”, ma ha escluso che quanto deciso dall'Osa possa essere il primo passo verso la rimozione dell'embargo. Per l'ala “bolivariana” guidata dal leader venezuelano Hugo Chavez la decisione dell'Assemblea generale di ieri è indubbiamente un successo politico nei confronti della linea dura sostenuta dagli Usa nelle scorse settimane: il presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha parlato di una “vittoria di Cuba” e di una risoluzione che “lava via una macchia”, mentre per Chavez il successo è tutto della “diplomazia bolivariana”.
Per evitare che la decisione dell'Osa apparisse come un segnale di “debolezza” del governo statunitense, nel momento in cui la sinistra radicale della regione celebrava il successo della propria linea, il responsabile della diplomazia statunitense per l'America Latina Thomas Shannon, accompagnato da Restrepo, ha indetto una conferenza stampa nella quale ha precisato che la risoluzione è “assolutamente in linea” con la richiesta di Washington, che condiziona il reintegro di Cuba al rispetto della democrazia e dei diritti umani. Secondo Shannon non c'è nulla di automatico nel ritorno dell'Avana nell'organizzazione, ma anzi si tratta di un percorso “molto difficile” attraverso il quale Cuba dovrà “chiedere di entrare in un'istituzione regionale che critica da anni”. Ci si attende ora la reazione di quella parte del Congresso statunitense, di entrambi i colori politici, che aveva contestato l'ipotesi di un ritorno di Cuba nell'Osa senza precise condizioni, arrivando a chiedere, in caso contrario, la sospensione dell'apporto economico Usa all'organizzazione, che corrisponde a più della metà del budget complessivo.
da www.ilvelino.ita
martedì 2 giugno 2009
La mappa della vergogna
http://www.semana.com/multimedia-america-latina/panorama-verdad-reparacion-america-latina/2045.aspx
Il settimanale Semana raccolgie in una mappa la situazione processuale degli ex dittatori latinoamericani.
Il risultato non è dei migliori
Il settimanale Semana raccolgie in una mappa la situazione processuale degli ex dittatori latinoamericani.
Il risultato non è dei migliori
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dittatura,
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