“La guerra fredda è finita. Comincia oggi una nuova era di fraternità e tolleranza”. Con queste parole il presidente honduregno Manuel Zelaya ha celebrato l'accordo raggiunto dai ministri degli Esteri dei Paesi membri dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), in merito alla revoca della risoluzione che dal 1962 sospendeva la partecipazione di Cuba. Una decisione storica, raggiunta con l'approvazione di tutti i membri, compresi gli Stati Uniti, che pur avevano espresso fortissime perplessità sulle modalità di riammissione, vincolandole a un processo di democratizzazione dell'isola. In realtà la risoluzione approvata ieri, annullando quella del 1962, specifica che “la partecipazione di Cuba nell'Osa sarà il risultato di un processo di dialogo avviato da una richiesta da parte del governo cubano e conforme alle pratiche ai propositi e ai principi dell'Osa”. Proprio questo paragrafo corregge un po' il tiro sulla riapertura all'isola caraibica, recependo in parte le perplessità di Washington. L'annuncio dell'accordo è stato dato dal ministro degli Esteri ecuadoriano Fander Falconi, che ha sottolineato come la risoluzione rifletta “il cambiamento di un'epoca che sta vivendo l'America Latina” ed è arrivato quando ormai sembrava che la necessità di conciliare le diverse posizioni fosse impossibile, nonostante fosse stato creato un gruppo ristretto dedicato solo a questa questione.
Il lavoro fatto nel corso del summit rischia però di essere vanificato dalla posizione del regime dell'Avana. Dopo aver attaccato l'organizzazione nelle settimane passate - Fidel Castro l'aveva definita “complice dei crimini contro Cuba” -, il governo cubano ha celebrato l'approvazione della risoluzione attraverso un comunicato diffuso dalla televisione di Stato, ma ha anche ribadito di “non aver chiesto e di non voler rientrare” nell'Osa. La nota definisce la giornata di ieri “storica”, sottolineando che il documento approvato prevede l'eliminazione della risoluzione del 1962 “senza condizioni”. Un'interpretazione che, di fatto, dal punto di vista del governo Castro, porrebbe Cuba al di sopra di qualsiasi giudizio o contestazione sulle caratteristiche democratiche del regime. L'Avana, aggiunge il comunicato, definisce quella dell'Osa “una storia tenebrosa” ma riconosce “il valore politico e simbolico” della decisione, arrivata “nonostante le pressioni, i condizionamenti e le manovre degli Stati Uniti”. In realtà i contenuti del documento approvato dall'Osa mostrano un passo indietro di Washington, che aveva posto fino a martedì delle condizioni molto nette per appoggiare la risoluzione; ieri però, dopo che il segretario di Stato Hillary Clinton ha lasciato l'Honduras per volare in Egitto, la posizione del governo statunitense sembra essersi ammorbidita, tanto che la stessa Clinton ha espresso “soddisfazione e orgoglio” per la decisione presa. Secondo il responsabile degli Affari latinoamericani del Consiglio di sicurezza della Casa bianca, Dan Restrepo, la risoluzione è una maniera di “tendere la mano al governo cubano”, ma ha escluso che quanto deciso dall'Osa possa essere il primo passo verso la rimozione dell'embargo. Per l'ala “bolivariana” guidata dal leader venezuelano Hugo Chavez la decisione dell'Assemblea generale di ieri è indubbiamente un successo politico nei confronti della linea dura sostenuta dagli Usa nelle scorse settimane: il presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha parlato di una “vittoria di Cuba” e di una risoluzione che “lava via una macchia”, mentre per Chavez il successo è tutto della “diplomazia bolivariana”.
Per evitare che la decisione dell'Osa apparisse come un segnale di “debolezza” del governo statunitense, nel momento in cui la sinistra radicale della regione celebrava il successo della propria linea, il responsabile della diplomazia statunitense per l'America Latina Thomas Shannon, accompagnato da Restrepo, ha indetto una conferenza stampa nella quale ha precisato che la risoluzione è “assolutamente in linea” con la richiesta di Washington, che condiziona il reintegro di Cuba al rispetto della democrazia e dei diritti umani. Secondo Shannon non c'è nulla di automatico nel ritorno dell'Avana nell'organizzazione, ma anzi si tratta di un percorso “molto difficile” attraverso il quale Cuba dovrà “chiedere di entrare in un'istituzione regionale che critica da anni”. Ci si attende ora la reazione di quella parte del Congresso statunitense, di entrambi i colori politici, che aveva contestato l'ipotesi di un ritorno di Cuba nell'Osa senza precise condizioni, arrivando a chiedere, in caso contrario, la sospensione dell'apporto economico Usa all'organizzazione, che corrisponde a più della metà del budget complessivo.
da www.ilvelino.ita

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