lunedì 29 giugno 2009

Se in America Latina torna a respirarsi aria di colpo di Stato

Quanto sta accadendo in queste ore in Honduras, dove i militari hanno destituito il presidente Manuel Zelaya costringendolo a lasciare il Paese, riaccende i riflettori su un fenomeno che l’America Latina sembrava aver dimenticato. Quello della cospirazione in grado di sovvertire l’ordine democratico, magari con l’appoggio di Washington, sembrava essere diventato più uno spauracchio usato da alcuni leader, soprattutto dell’asse “bolivariano” guidato dal venezuelano Hugo Chavez, che un reale pericolo per gli equilibri della regione. Proprio Chávez era stato l’ultimo presidente vittima di un colpo di Stato “lampo” nel 2002, quando le forze armate tentarono di imporre un governo di transizione guidato dall’imprenditore Pedro Carmona. Ma, dopo 48 ore contraddistinte da una forte reazione popolare, i militari furono costretti a favorire il ritorno al potere del leader bolivariano.

Quella del golpe, violento o meno, è una pratica che nell’area latinoamericana ha una “tradizione” consolidata, lo stesso “libertador” Simon Bolivar ne fu vittima, e ha avuto una forte diffusione soprattutto tra gli anni ‘60 e gli ‘80. Tra il 1964 e il 1976 nella regione sembrava più facile arrivare al potere con la forza che con il voto: Brasile, Argentina (due volte), Perù, Bolivia, Paraguay e Cile nell’arco di poco più di dieci anni erano finiti nelle mani di dittatori, più o meno sanguinari. Il lento e difficile ritorno alla democrazia dei due decenni successivi ha visto però il perpetuarsi del modello in Perù, con il “golpe bianco” di Fujimori nel ‘92, e quello di Andres Rodriguez in Paraguay. Non sono mancati anche degli insuccessi, come quello di Chavez, che nel 1992 tentò di far cadere Carlos Andres Perez. Una sconfitta che consentì però all’attuale leader venezuelano di garantirsi un consenso popolare indispensabile per conquistare il potere sette anni dopo. Negli ultimi anni più che di veri e propri colpi di Stato nella regione si sono verificate numerose “sollevazioni popolari” in grado di determinare un cambio ai vertici della nazione: è il caso dell’Ecuador, per tre volte tra il ‘97 e il 2005, del Paraguay nel 1999, della Bolivia nel 2003 e dell’Argentina post “crack” finanziario del 2001. (mat)

da www.ilvelino.it

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