Quella del golpe, violento o meno, è una pratica che nell’area latinoamericana ha una “tradizione” consolidata, lo stesso “libertador” Simon Bolivar ne fu vittima, e ha avuto una forte diffusione soprattutto tra gli anni ‘60 e gli ‘80. Tra il 1964 e il 1976 nella regione sembrava più facile arrivare al potere con la forza che con il voto: Brasile, Argentina (due volte), Perù, Bolivia, Paraguay e Cile nell’arco di poco più di dieci anni erano finiti nelle mani di dittatori, più o meno sanguinari. Il lento e difficile ritorno alla democrazia dei due decenni successivi ha visto però il perpetuarsi del modello in Perù, con il “golpe bianco” di Fujimori nel ‘92, e quello di Andres Rodriguez in Paraguay. Non sono mancati anche degli insuccessi, come quello di Chavez, che nel 1992 tentò di far cadere Carlos Andres Perez. Una sconfitta che consentì però all’attuale leader venezuelano di garantirsi un consenso popolare indispensabile per conquistare il potere sette anni dopo. Negli ultimi anni più che di veri e propri colpi di Stato nella regione si sono verificate numerose “sollevazioni popolari” in grado di determinare un cambio ai vertici della nazione: è il caso dell’Ecuador, per tre volte tra il ‘97 e il 2005, del Paraguay nel 1999, della Bolivia nel 2003 e dell’Argentina post “crack” finanziario del 2001. (mat)
da www.ilvelino.it

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