venerdì 31 luglio 2009

Cile-Brasile, intesa a tutto campo delle economie “forti”

di Matteo Tagliapietra

Brasile e Cile sono le due realtà economiche più solide della regione latinoamericana e la sintonia tra i rispettivi leader politici sta permettendo il rafforzamento di un’alleanza politica e commerciale che può avere prospettive importanti. Ne è testimonianza l’incontro di ieri a San Paolo tra il capo di Stato cileno Michelle Bachelet e il suo omologo brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, che hanno mostrato una perfetta intesa sul fronte politico come su quello economico, garantendosi reciproco appoggio in una serie di iniziative a livello internazionale. Brasilia ha infatti confermato l’intenzione di sostenere la candidatura a un nuovo mandato del segretario generale dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) del cileno Miguel Insulza, così come Bachelet ha ribadito l’appoggio di Santiago all’ingresso nel Consiglio di sicurezza dell’Onu del colosso brasiliano.

Bachelet era arrivata in Brasile accompagnata da una parte del suo esecutivo per partecipare a un seminario d’affari sul commercio bilaterale, che entrambi i leader si sono augurati di poter rafforzare in maniera sostanziale. Lo scambio di merci negli ultimi otto anni è quadruplicato, raggiungendo i nove miliardi di dollari, tanto che il Brasile è il quarto socio commerciale di Santiago, che è il secondo mercato delle merci brasiliane nella regione. La disparità della bilancia commerciale, che pende a favore del Cile in un rapporto di quattro a uno, è stata definita “una vergogna” da Lula che si augurato una crescita delle esportazioni brasiliane. Il leader brasiliano ha inoltre sottolineato come i due Paesi “hanno dimostrato di essere preparati davanti alla crisi economica, scommettendo sul futuro nelle avversità”, precisando che “si deve scommettere sul guadagno, ma producendo e non affidandosi a lotterie magiche”. Nel corso dell’incontro si è discusso anche del “corridoio bioceanico” che collegherà i due Paesi attraverso la Bolivia, in merito al quale i due leader hanno firmato tre accordi.

L’intesa tra i due leader si è manifestata anche nell’invito lanciato agli altri Paesi della regione per l’organizzazione di un vertice dell’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) che stabilisca una posizione comune in vista del summit delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici di dicembre. Da Bachelet e Lula sono arrivati anche la condanna al colpo di Stato che ha deposto il presidente eletto di Honduras Manuel Zelaya il 28 giugno scorso e l’invito rivolto alla Colombia a discutere dell’accordo militare con gli Stati Uniti nel corso di una riunione del Consiglio di sicurezza latinoamericano parallelo al vertice di Unasur, che si terrà in Ecuador il prossimo 10 agosto. L’intesa prevede che la Colombia metta a disposizione dei militari statunitensi quattro basi nel Paese, dopo che gli Usa hanno dovuto lasciare le strutture di Manta, in Ecuador, per decisione del governo di Rafael Correa. “A me non piace l’idea di una nuova base statunitense in Colombia – ha detto Lula -. Però dato che a me non piacerebbe che Uribe opinasse quel che faccio io in Brasile, non voglio commentare le decisioni di Uribe”. Dal canto suo Bachelet si è augurata che a Quito “si parli con franchezza di tutti questi temi”, dato che “ci sono Paesi che vedono con inquietudine questa situazione”. Erano stati proprio i due leader a spingere per l’ingresso di Bogotà nell’organismo, mentre Uribe aveva mostrato di preferire l’Osa come contesto in cui discutere delle questioni di sicurezza.

Nel corso dell’incontro tra i due capi di Stato c’è stato anche tempo per affrontare tematiche sportive. Lula ha infatti espresso tutto il suo appoggio al Cile affinché possa ottenere l’organizzazione della Coppa America di calcio del 2015, che inizialmente era stata assegnata proprio al suo Paese. Il Cile avrebbe dovuto organizzarla nel 2019, ma Brasilia è impegnata con i preparativi per il mondiale del 2014 e ha preferito “cedere” il diritto a Santiago.

da www.ilvelino.it

giovedì 30 luglio 2009

Argentina, Chiesa contro manuale educazione sessuale “neomarxista"

n manuale “neomarxista” basato su una “imposizione totalitaria” di dogmi atei. Così l'arcivescovo Hector Agüer, a capo della Commissione episcopale per l'educazione cattolica argentina ha definito il manuale del ministero dell'Istruzione destinato agli operatori responsabili dell'educazione sessuale nelle scuole del Paese latinoamericano. L'alto prelato, riportano i media argentini, ha usato termini durissimi per definire il testo, sostenendo che si vuole diffondere una “religione secolare” basata su dogmi “atei” “lontani dalla tradizione nazionale e dai sentimenti cristiani della maggioranza della popolazione”. Secondo Agüer è in atto un tentativo di smontare “una concezione della sessualità in linea con l'ordine naturale e la tradizione cristiana”, proponendo la sessualità come un diritto umano senza fare riferimento “all'amore, alla responsabilità, al matrimonio e alla famiglia come progetto di vita”. Il programma ufficiale, ha spiegato l'arcivescovo porta “all'esclusione dell'autorità dei genitori”, percepito come “un pericoloso passo avanti verso il totalitarismo rispetto alla libertà di coscienza, di insegnamento e di apprendimento”. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras, Micheletti invita segretario generale Iberoamericano

Il presidente del governo “de facto” di Honduras Roberto Micheletti ha invitato il segretario generale Iberoamericano Enrique Iglesias a visitare il Paese centroamericano per incontrare le autorità del suo governo. Lo ha segnalato Oscar Arias, capo di Stato del Costa Rica e mediatore nella crisi politica di Honduras. Arias ha spiegato di aver ricevuto una telefonata da Micheletti nella quale lo “invitava a verificare se ci fosse qualcuno meritevole della sua fiducia che potesse essere invitato a visitare Honduras per parlare con i rappresentanti dei distinti poteri dello Stato”. Secondo il premio nobel per la Pace, Micheletti avrebbe suggerito il nome di Iglesias, “sapendo che siamo buoni amici”. Iglesias, secondo un comunicato diffuso dal governo de facto, dovrebbe essere a capo di una commissione che lavori al dialogo e favorisca la riconciliazione e che sia formata da “tutte le componenti della società civile: chiesa, sindacato, studenti, imprenditori, mezzi di comunicazione, università”.

Al momento la crisi istituzionale e politica determinata dal colpo di Stato dello scorso 28 giugno sembra vivere una fase di stallo. Il presidente deposto Manuel Zelaya continua a permanere in Nicaragua a ridosso della frontiera con Honduras, facendo pressione per rientrare nel suo Paese, mentre il Congresso sta valutando la proposta di accordo tra le parti presentata da Arias e sulla quale dovrebbe dare un proprio parere entro venerdì. Zelaya ha già dato per fallito il negoziato e continua a chiedere una presa di posizione più forte da parte della comunità internazionale. La proposta sulla quale sta lavorando il Congresso di Honduras prevede il reintegro nel suo incarico di Zelaya, anticipato da un’amnistia politica nei suoi confronti, fino alle elezioni anticipate in autunno. Oggi la commissione dovrebbe presentare un’analisi della proposta al Parlamento, aprendo il dibattito che dovrebbe portare, entro domani, a una presa di posizione.

Il Tribunale elettorale si è però pronunciato ieri contro l’ipotesi di andare ad elezioni anticipate. Secondo la Corte anticipare il voto “violerebbe” la Costituzione che proibisce di prendere decisioni che limitino la partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese. Tra queste la chiusura anticipata dei termini per la richiesta della tessera elettorale, che lascerebbero migliaia di neo diciottenni senza la possibilità di votare. Il Tribunale ha espresso la propria convinzione che, nonostante sia il Congresso a dover decidere un’eventuale modifica della data del voto, questo non dovrebbe farlo in contrasto con il parere espresso dalla Corte stessa. Nelle urne i cittadini di Honduras sceglieranno non solo il prossimo capo di Stato, ma anche i membri del Parlamento e moltissimi amministratori locali. (mat)

da www.ilvelino.it

mercoledì 29 luglio 2009

Ecuador, Farc: Nessun finanziamento a campagna Correa

I guerriglieri colombiani delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) hanno negato di aver finanziato alla campagna elettore del presidente ecuadoriano Rafael Correa. L’accusa era stata mossa a Quito sulla base di un video, diffuso due settimane fa, in cui uno dei leader della guerriglia - “Mono Jojoy” - parlava di un investimento dei terroristi nella elezione di Correa alla presidenza e di successivi contatti con il suo governo. In un documento reso pubblico ieri e datato 25 luglio il segretariato dell’organizzazione clandestina evidenzia come si tratti un “nuovo tentativo di aggredire il presidente Correa gettando fumo negli occhi. Il video è stato manipolato da Washington e Bogotà. Noi non abbiamo fornito denaro a nessuna campagna elettorale di nessun Paese vicino”.

Nel comunicato diffuso ieri dall’agenzia Anncol le Farc contestano duramente anche la decisione del governo colombiano di “aprire” alcune basi militari” alle forze armate americane: la guerriglia parla di “un’invasione gringa” e di “alto tradimento alla patria che danneggia la dignità nazionale”. La diffusione di questo comunicato ha provocato l’immediata presa di posizione di Quito, da dove Correa ha parlato della “ennesima prova della menzogna permanente ai nostri danni”. All’indomani della diffusione del video, il presidente Correa aveva esortato le Farc a confermare pubblicamente la notizia, dicendosi pronto a smentire qualsiasi coinvolgimento nella vicenda. Per provare la sua innocenza, Quito aveva chiesto all’Osa (Organizzazione degli Stati americani) copia del documento ricevuta da Bogotà, e il capo di Stato aveva usato toni duri contro la guerriglia: “Se provano a oltrepassare la frontiera sentiranno tutto il peso della forza pubblica”. (mat)

da www.ilvelino.it

Venezuela, Chavez richiama ambasciatore in Colombia

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha richiamato l'ambasciatore in Colombia, Gustavo Marquez, definendo “irresponsabile” il suo omologo colombiano Alvaro Uribe per aver accusato Caracas di vendere armi ai guerriglieri delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia). Il leader venezuelano ha inoltre annunciato l'intenzione di “congelare” le relazioni con Bogotà, con cui il già difficile rapporto si è ulteriormente deteriorato nelle ultime settimane, dichiarando :"Non tollereremo ancora questa situazione. Congeleremo le relazioni". La decisione di Uribe di ospitare militari americani in alcune delle proprie basi e lo scambio di accuse con l'Ecuador, fedele alleato di Caracas, sono solo gli ultimi episodi di una relazione sempre “sul filo”, che ha visto la sospensione dei rapporti diplomatici dal marzo del 2008 fino a sei mesi fa.

Le nuove accuse mosse dal governo colombiano relative alla vendita di armi, il riferimento e a lanciarazzi di fabbricazione svedese che risulterebbero venduti al Venezuela negli anni '80, hanno provocato l'ennesima dura reazione da parte di Chavez e del suo governo che si dicono pronti a spiegare tutto “nel momento opportuno” e si dicono vittime della necessità di Bogotà di scaricare le responsabilità del conflitto interno. Del resto Chavez aveva già annunciato la volontà di “rivedere il rapporto” con la Colombia dopo l'accordo militare raggiunto da Uribe con gli Usa, che ha definito “un'aggressione” e una “mancanza di rispetto” nei confronti dei Paesi vicini. Ieri ha ribadito: "Sono già cominciate ad arrivare le truppe yankee. Si tratta senza dubbio di un'aggressione contro il Venezuela. Ci stanno circondano, vogliono che ci arrendiamo?".

Il lleader venezuelano, nel parlare di un "congelamento" dei rapporti ha fatto rifeirmento anche alle relazioni commerciali tra i due Paesi. Caracas ha importato dalla Colombia oltre due miliardi e mezzo di dollari in merci nel primo semestre dell'anno, ma Chavez ha spiegato che i prodotti colombiano "non sono imprescindibili. Se credono che noi siamo dipendenti, si sbagliano. Siamo stati generosi con gli imprenditori colombiani". Una "generosità" che potrebbe durare ancora poco: "Se ci sarà un'ulteriore aggressione" ha minacciato il presidente venezuelano, si potrebbe infatti arrivare all'esporpiro delle imprese colombiane nel Paese. (mat)

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Honduras: Usa revocano visto a golpisti, Ue si accoda?

Il governo degli Stati Uniti ha deciso di revocare il visto diplomatico ai quattro rappresentanti del governo golpista di Honduras, dopo che il presidente deposto Manuel Zelaya aveva chiesto a Washington di aumentare la pressione sull’esecutivo sorto dal colpo di Stato dello scorso 28 giugno. Il Dipartimento di Stato americano ha motivato il suo gesto con la volontà di ribadire la mancanza di riconoscimento nei confronti del governo guidato da Roberto Micheletti. Un decisione condivisa dal ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos, in Venezuela per la firma di una serie di accordi economici, che ha annunciato l’intenzione di sostenere un’iniziativa analoga all’interno della Ue. Il ministro spagnolo ha parlato di una volontà di “coordinare e potenziare le misure da adottare per giungere all’obiettivo” di consentire a Zelaya di concludere il suo mandato presidenziale.

Il presidente "de facto" Roberto Micheletti ha detto di “rispettare” la decisione presa da Washington: “Non c'è alcuna giustificazione giuridica per questa decisione - ha spiegato – ma sono una nazione sovrana e se prendono una decisione, io la rispetto”. Il vice ministro degli Esteri di Honduras Martha Alvarado ha dichiarato che tra le persone colpite dalla misura ci sono il magistrato della Corte suprema Tomas Arita, che aveva ordinato la detenzione di Zelaya nel giorno del golpe e il nuovo presidente del Parlamento Alfredo Saavedra. Sulle decisioni del governo statunitense cominciano a farsi sentire inoltre le pressioni dei colossi economici che hanno interessi nel Paese centroamericano. Aziende come Adidas, Gap e Nike hanno fatto forti investimenti in Honduras, puntando sulla manodopera a basso costo e oggi vedono a rischio la produzione degli impianti. Per questo hanno deciso di scrivere al segretario di Stato Hillary Clinton per chiedere che gli Usa facciano la loro parte per “ripristinare la democrazia” nel Paese. (mat)

da ww.ilvelino.it

lunedì 27 luglio 2009

Brasile-Paraguay, c’è l’intesa sulla diga di Itaipú

Brasile e Paraguay hanno raggiunto un’intesa sullo sfruttamento e sulla gestione dell’energia prodotta dalla diga di Itaipú, la più grande del mondo, che si trova alla frontiera tra i due Paesi. L’accordo, firmato sabato dai capi di Stato Luiz Inacio Lula da Silva e Fernando Lugo, rappresenta un compromesso tra le richieste avanzate da Asunción e l’intesa vigente fino alla scorsa settimana. Secondo il trattato in vigore a ogni Paese spetta il 50 per cento dell’energia elettrica prodotta, ma in caso di mancato utilizzo della propria quota era prevista la vendita alla nazione partner a prezzo di produzione. Un accordo che penalizzava però il Paraguay, nazione che sfruttava solo il cinque per cento della propria quota. Il danno economico sarà ora ridotto: il Paraguay sarà ancora costretto a vendere a Brasilia l’eccedenza, ma lo farà a un prezzo di mercato, determinando un aumento delle entrate, che dovrebbero essere per lo meno triplicate, passando da 120 a 360 milioni di dollari.

Il governo brasiliano si è impegnato inoltre a lavorare per consentire ad Asunción la vendita di una parte dell’eccedenza direttamente sul libero mercato brasiliano, oltre a promettere l’apertura di una linea di credito agevolato per la realizzazione di nuove infrastrutture nel Paese vicino. Entrambi i capi di Stato hanno parlato di un accordo “storico” e Lula ha sottolineato come “i Paesi più forti hanno il dovere di aiutare i Paesi con economie minori affinché possano fare un salto di qualità nella loro capacità di sviluppo, iniziativa e competitività. Al Brasile non interessa crescere senza i suoi soci”. L’intesa raggiunta, tuttavia, dovrà essere ora approvata dai Parlamenti delle due nazioni: mentre l’assenso del Congresso paraguaiano appare scontato, il percorso parlamentare sul fronte brasiliano potrebbe rivelarsi piuttosto complesso. (mat)

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di Matteo Tagliapietra

Il braccio di ferro tra il presidente deposto di Honduras Manuel Zelaya e il governo golpista al potere dal 28 giugno scorso potrebbe essere arrivato a una svolta. Ieri infatti i vertici delle forze armate hanno garantito con un comunicato il loro sostegno a “una soluzione negoziale nel solco dell’accordo di San José” proposto dal presidente del Costa Rica Oscar Arias, che prevede il ritorno al potere, pur con una serie di condizioni e limitazioni, del capo di Stato eletto. Per il momento si tratta solo di un segnale di disponibilità anche perché gli uomini dell’esercito continuano a presidiare la frontiera con il Nicaragua per vigilare sulle minacce di rientro dell’ex presidente in patria. Minacce che Zelaya ha messo in pratica due volte, seppur a titolo poco più che dimostrativo, nel corso del fine settimana. Accompagnato da centinaia di sostenitori, il presidente eletto ha varcato il confine di Stato intrattenendosi in Honduras per un paio d’ore con la stampa. E mentre il sito internet dell’esercito annunciava la disponibilità al dialogo, il capo di Stato maggiore, Romeo Vazquez, ha assicurato nel corso di un’intervista radiofonica che i suoi uomini non spareranno sui sostenitori di Zelaya, agendo con “professionalità”, ma ha anche aggiunto che denuncerà il presidente eletto per calunnie, in riferimento alle dichiarazioni in cui il capo di Stato lo accusa di volerlo assassinare. Vazquez ha anche ribadito di non considerare quello del 28 giugno un golpe, dato che la destituzione di Zelaya è avvenuta nel rispetto della Costituzione, e ha scaricato sul governo de facto qualsiasi responsabilità politica sostenendo di aver solo “eseguito gli ordini”.

Da parte sua il capo di Stato deposto dal golpe, che si trova nella cittadina nicaraguese di Ocotal, è tornato ieri a chiedere il sostegno di Washington per affrontare “con forza” il governo golpista, e tornando ad esigere dalla Casa Bianca una espressione “vera” delle proprie posizioni in merito alla crisi. Un appello lanciato anche agli altri leader del continente americano, dato che, ha sottolineato Zelaya, “le relazioni internazionali e diplomatiche sono state sfidate dalla dittatura che ha preso il potere in Honduras”. “Vorrei sapere – ha dichiarato parlando ai suoi sostenitori con un megafono nei pressi della frontiera – che cosa faranno i presidenti americani, perché questo gruppo di facinorosi, militari golpisti, si stanno burlando anche di loro”. Il messaggio di Zelaya, sempre accompagnato dal ministro degli Esteri venezuelano Nicolas Maduro, è stato esplicito: “Speriamo che i presidenti che non vogliono colpi di Stato non solo condannino il golpe, ma ci aiutino a togliere di mezzo i dittatori”. Il presidente eletto ha annunciato che oggi tenterà nuovamente il passaggio della frontiera e dovrebbe farlo accompagnato dalla sua famiglia, che lo dovrebbe raggiungere nelle prossime ore.

I media latinoamericani hanno parlato nel fine settimana di un possibile incontro tra Zelaya e il segretario di Stato americano Hillary Clinton, che aveva definito “imprudente” il suo tentativo di rientrare nel Paese, ma il capo di Stato di Honduras ha detto di non aver ricevuto “nessun invito”, mentreh a dichiarato di non aver ancora deciso se accettare una convocazione da parte dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) a Washington, sostenendo che sta organizzando “la resistenza” e che tutto viene pianificato “giorno per giorno”. Da parte del governo de facto di Tegucigalpa, che starebbe ancora analizzando la proposta di accordo di Arias, è arrivata ieri la presa di posizione del ministro degli Esteri Carlos Lopez, secondo il quale Zelaya ha in questo momento due opzioni: rimanere in Nicaragua o tornare al dialogo in Costa Rica: “O entra in Honduras e viene catturato, perché queste sono le istruzioni, o lascia la frontiera e torna al tavolo del negoziato di San José, come gli ha chiesto la comunità internazionale”. Lopez ha poi attaccato duramente il segretario generale del’Osa, il cileno Miguel Insulza, accusandolo di “mancanza di obiettività”, chiedendo l’invio di osservatori internazionali che “smentiscano il signor Insulza” e che rettifichino la “distorsione della realtà” che, a suo dire, è stata fatta nel corso di “una campagna mediatica”

A Tegucigalpa è inoltre arrivata una delegazione di parlamentari repubblicani statunitensi, che si è riunita con il presidente de facto Roberto Micheletti, con lo stesso Lopez e la sua vice Martha Alvarado. La delegazione ha poi incontrato i vertici della Corte suprema e oggi dovrebbe fare lo stesso con alcuni rappresentanti del Congresso, imprenditori e rappresentanti delle parti sociali. Si tratta della prima visita di rappresentanti stranieri al governo di Micheletti, che non è stato riconosciuto da nessun membro della comunità internazionale.

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venerdì 24 luglio 2009

Guatemala, Colom imita Chavez e lancia programma radiofonico

Il presidente del Guatemala Alvaro Colom ha lanciato ieri il suo programma radiofonico “Despacho presidencial”, nel corso del quale risponderà alle domande e alle richieste dei suoi connazionali. La trasmissione, della durata di un'ora, sarà in onda tutti i mercoledì sull'emittente statale Tgw a partire da oggi. Si tratta di un'iniziativa simile a quella già messa in campo dal leader venezuelano Hugo Chavez, che ha due appuntamenti televisivi fissi ogni settimana, e del suo omologo ecuadoriano Rafel Correa. In ogni puntata del programma, in palinsesto dalle 7 alle 8 di mattina, sarà affrontato un tema differente, sul quale il capo di Stato si confronterà con i cittadini. La diretta della trasmissione sarà disponibile anche sul sito del governo. (mat)

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Honduras, Zelaya: Dialogo “fallito”, ma Micheletti prende tempo

Il terzo, e probabilmente ultimo, tentativo di mediazione del presidente del Costa Rica Oscar Arias non sembra aver sbloccato la crisi honduregna. Anche se il governo “de facto” di Roberto Micheletti lascia aperto un piccolo spiraglio. La “Dichiarazione di San José”, elaborata dal premio Nobel per la Pace, non molto dissimile dal piano già respinto dalle parti la scorsa domenica, prevede la formazione di un governo di “riconciliazione nazionale” guidato dal presidente eletto Manuel Zelaya e al quale partecipino tutte le forze politiche, l’amnistia per i reati politici, elezioni anticipate, limitazioni alla possibilità di modifica della Costituzione, creazione di una commissione che verifichi l’effettivo rispetto dell’accordo e normalizzazione delle relazioni internazionali di Honduras. La delegazione di Micheletti ricordando che a Tegucigalpa “vige la separazione dei poteri”, ha spiegato che l’esecutivo non può esprimersi direttamente sul reintegro di Zelaya al suo posto e che pertanto - pur respingendo politicamente l’ipotesi - il piano Arias verrà portato all’attenzione delle autorità perché valutino se continuare o meno la trattativa.

Zelaya, dopo aver ricordato di essere stato d’accordo con la prima stesura del piano, ha certificato il “fallimento del dialogo” per “l’intransigenza del governo golpista”. E, come annunciato da tempo, il presidente eletto promette di rientrare nel suo Paese già venerdì, attraverso il confine con il Nicaragua, dopo aver viaggiato in alcune delle cittadine di frontiera per “parlare con i suoi concittadini”. Nella capitale Tegucigalpa la giornata è trascorsa in attesa di una risposta definitiva che non è arrivata, mentre in diversi punti della città i sostenitori delle due parti sono scesi in strada sperando di poter festeggiare. Se con il passare dei giorni le sanzioni internazionali nei confronti dei golpisti sono continuate ad aumentare, la sensazione è che nel Paese si stia gradualmente accettando il cambio della guardia al potere, sostenuto da una buona parte del settore produttivo di Honduras che vede con timore un ritorno del “chavista” Zelaya.

Arias ha spiegato nel corso di una conferenza stampa che “non c’è più molto da discutere. C’è una proposta di accordo bilanciata, equilibrata e moderata. L’alternativa prima di questa dichiarazione era la restituzione senza condizioni del potere a Zelaya”. Il nuovo piano di Arias riprende i sette punti già respinti dal governo Micheletti aggiungendo una data precisa al rientro di Zelaya al potere - il 24 luglio - e accogliendo alcuni dei suggerimenti depositati dal governo “de facto”, come quello dell’istituzione di una commissione per la Verità che riferisca dell’esatto svolgimento dei fatti occorsi il 28 giugno, data della deposizione di Manuel Zelaya. (mat)

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venerdì 17 luglio 2009

Honduras, Castro attacca gli Usa che “scaricano” Zelaya

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama deve “porre fine al suo intervento” in Honduras “smettendo di offrire appoggio militare ai golpisti”. Lo chiede l'ex “lider maximo” cubano Fidel Castro, nella sua rubrica “Reflexiones”, sostenendo che “l'idea di promuovere un negoziato in Costa Rica – il presidente e premio Nobel per la pace Oscar Arias sta infatti svolgendo il ruolo di mediatore – è nato negli uffici del Dipartimento di Stato Usa per contribuire al consolidamento del golpe militare” che dal 28 giugno ha preso il potere nel Paese centroamericano. L'ex leader cubano sostiene infatti che “la riunione in Costa Rica mette in discussione l'autorità dell'Onu e dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa) e delle altre istituzioni che si sono impegnate nell'appoggiare il popolo di Honduras”.

A poco più di 24 ore dal secondo round del confronto tra la delegazione del governo golpista guidato da Roberto Micheletti e quella che rappresenta il presidente deposto Manuel Zelaya, Castro alza il tiro scrivendo che “il golpe è stato concepito e organizzato da personaggi dell'estrema destra, che erano funzionari di fiducia di George W. Bush”. Dure le parole rivolte all'ambasciatore di Washington a Tegucigalpa, di origini cubane: “È assolutamente falsa l'idea che l'ambasciatore Hugo Llorens ignorasse o avesse scoraggiato il colpo di Stato. Ne era a conoscenza, allo stessa maniera di quei consulenti militari nordamericani che non hanno smesso un minuto di addestrare le truppe di Honduras”. Secondo Castro il golpe “avrà serie ripercussioni in tutta l'America Latina” e “ogni giorno si scoprono nuovi dettagli del coinvolgimento statunitense”.

Le sue accuse rimangono, al momento, basate su supposizioni e deduzioni, ma che l'atteggiamento di Washington nei confronti del governo Zelaya sia cambiato appare piuttosto evidente. Nei giorni immediatamente successivi al colpo di Stato il presidente Obama aveva offerto il suo appoggio incondizionato al presidente eletto, un sostegno che ha cambiato toni e forme con il passare del tempo, fino ad arrivare all'esclusione del suo nome dalle dichiarazioni sul futuro di Honduras rilasciate ieri dal segretario di Stato Hillary Clinton. Nel corso di un conferenza stampa a tre con i suoi colleghi di Messico e Canada, l'ex candidata alla presidenza ha sottolineato come l'impegno degli Usa sia quello di “restaurare l'ordine democratico e costituzionale”. Nessun riferimento, dunque, a Zelaya, ma solo alle caratteristiche del passaggio di consegne del potere e e alle limitazioni imposte ai cittadini di Honduras dal governo golpista. Clinton ha poi aggiunto di “appoggiare il processo di dialogo avviato dal presidente Oscar Arias” così come “una soluzione pacifica e negoziata”. Il segretario di Stato americano ha poi invitato gli altri Paesi “a giocare un ruolo positivo nel raggiungimento di questo obiettivo, astenendosi da qualsiasi azione che possa portare alla violenza”. (mat)

Paraguay, il senatore con la passione per il sesso ci ricasca






Nel novembre del 2008 era balzato agli onori delle cronache per essere stato sorpreso mentre guardava siti porno e chattava con giovani ragazze nell’Aula del Senato, questa volta Armando Espinola si è fatto “beccare” nel bel mezzo di un festino a luci rosse. Il senatore è un membro della maggioranza che sostiene il presidente Fernando Lugo, impegnato in alcune cause aperte per la richiesta di riconoscimento di paternità che risalgono a quando era ancora solo un vescovo di provincia. Espinola era stato appena designato come ambasciatore in Cile, ma la pubblicazione di alcune foto da parte del quotidiano Popular, che lo ritraggono seminudo nel corso di un festa “hard”con cinque ragazze, hanno messo in forte dubbio il suo futuro diplomatico. La condotta di Espinola è stata duramente censurata da alcuni avversari politici, ma è stato difeso dal ministro della Giustizia Blas Llano, secondo il quale questo tipo di feste sono frequenti tra i suoi colleghi, che si è detto “dispiaciuto di non aver partecipato”.

L’ambasciatore si è difeso dicendo che si tratta di immagini “datate”, risalirebbero a quando non aveva incarichi pubblici, tratte da un addio al celibato e ha aggiunto di essere stato vittima di un tentativo di estorsione per evitare che le foto venissero divulgate. Secondo Espinola il responsabile sarebbe un allevatore, Juan Carlos Calvo, che ha negato ogni addebito. Il senatore in un’intervista radiofonica ha ricostruito la vicenda, sostenendo di avere delle registrazioni che confermerebbero il tentativo di estorsione e di essere pronto a una battaglia legale nei confronti dell’imprenditore. (mat)

da www.ilvelino.it

mercoledì 15 luglio 2009

Honduras, Zelaya chiama la cittadinanza all'insurrezione

“Il popolo di Honduras ha il diritto di insorgere”. Lo ha sostenuto il presidente Manule Zelaya, deposto da un colpo di Stato lo scorso 28 giugno, invitando i suoi concittadini contrari al governo golpista a “rimanere nelle strade – il riferimento e alle numerose manifestazioni in favore del suo ritorno – perché è l'unico spazio che non ci è stato tolto. Il popolo ha diritto all'insurrezione, allo sciopero, alle occupazioni a manifestare”. L'appello è arrivato nel corso di una conferenza stampa organizzata in Guatemala, in compagnia del presidente Alvaro Colom. Secondo Zelaya “nessuno deve obbedienza un governo usurpatore, che prende il potere attraverso le armi. L'insurrezione è un processo legittimo che fa parte dei concetti più alti del concetto di democrazia”. Il capo di Stato eletto ha deciso ieri di alzare il tono dei suoi attacchi al governo golpista, dopo aver lanciato lunedì sera anche un ultimatum in vista del nuovo round di negoziati tra le parti previsto per questo fine settimana in Costa Rica, tornando a chiedere come condizione fondamentale quella di favorire il suo rientro nel Paese e il suo ritorno alla presidenza.

Zelaya si è detto pronto ad affrontare le elezioni anticipate per favorire una rapida soluzione del problema, ma sul valore di una chiamata alle urne fatta da un governo de facto ha sostenuto: “Se vogliono farle domani le possono fare, ,a credo che i capi di Stato abbiano espresso in maniera chiara la loro posizione: non riconosceranno nessun sistema politico sorto dal regime di fatto. Sarebbe solo un prolungamento di questo regime”. Il capo di Stato ha ribadito che non parteciperà direttamente alle trattative che riprenderanno sabato sotto la supervisione del presidente del Costa Rica Oscar Arias, ma ha ribadito la sua linea: “L'unico elemento che si può negoziare è il momento dell'uscita di scena dei golpisti”. “Io non mi arrendo e non mi arrenderò – ha proclamato Zelaya -. Tornerò nel mio Paese nel tempo più breve possibile. Non voglio dire quando per non allertare le forze dell'opposizione che sappiamo essere criminali”. (mat)


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venerdì 10 luglio 2009

Honduras: in Costa Rica via al dialogo, ma senza “i presidenti”

l faccia a faccia tra il presidente eletto di Honduras Manuel Zelaya e il suo successore golpista Roberto Micheletti, previsto per la serata di ieri in Costa Rica, non c’è stato. Il presidente “de facto”, dopo aver incontrato il “padrone di casa”, il presidente Oscar Arias, impegnato in una mediazione che appare sempre più complessa, ha infatti deciso di rientrare a Tegucigalpa. Airas aveva ricevuto separatamente anche Zelaya, mentre Micheletti attendeva in aeroporto chiedendo “garanzie per la sua sicurezza”. Il leader del governo golpista non ha comunque chiuso la porta al dialogo, delegando a una commissione di quattro persone il compito di portare avanti un confronto. Stessa decisione presa a quel punto da Zelaya. I due gruppi hanno avuto un primo incontro, definito dal ministro per le Comunicazioni del Costarica Mayi Antillon “un primo passo per rompere il ghiaccio” che ha permesso di elaborare un’agenda delle questioni da affrontare. Al termine della giornata Arias, vincitore del premio nobel per la Pace grazie al suo ruolo di negoziatore nei conflitti centroamericani, si è mostrato fiducioso: “Il dialogo fa miracoli, ma non immediati”, ha detto ammettendo che le posizioni delle due parti in causa “sono molto diverse” e che il processo di dialogo potrebbe durare “più tempo del previsto”. Per Zelaya, che al suo arrivo in Costa Rica aveva definito il leader golpista “un criminale”, la priorità rimane il suo rientro in patria come presidente. Micheletti sostiene la “costituzionalità” del suo governo e ribadisce la ferma volontà di arrivare alle elezioni nei tempi previsti, ovvero a novembre.

Nel tentativo di non urtare la sensibilità dei due “contendenti”, Arias ha ricevuto entrambi come “presidenti”, uno “eletto” e l’altro “nell’esercizio delle sue funzioni”, rispettando lo stesso protocollo, organizzando un analogo servizio di sicurezza e riservando ad entrambi l’accoglienza da parte del ministro degli Esteri Bruno Stagno. Accorgimenti che non si sono dimostrati sufficienti ad ammorbidire le posizioni dei attori principali, come dimostrato dalla dichiarazioni di Zelaya poco dopo l’arrivo: “Vengo ad ascoltare cosa ha da dire il golpista”. Per il presidente eletto, d’altra parte, San José rappresenta l’immagine del momento più buio della sua presidenza: è qui infatti che è atterrato l’aereo delle forze armate che, dopo il golpe, lo ha portato fuori dal suo Paese. Sia Zelaya che Micheletti hanno espresso comunque “soddisfazione” per l’incontro con Airas, ma l’intransigenza dimostrata determina una grandissima distanza tra le rispettive posizioni che non sarà facile ridurre, quanto meno in tempi brevi. Il presidente “de facto” si è detto disponibile a tornare nuovamente in Costa Rica, ma ha anche ribadito che “l’unico tema che non sarà oggetto di confronto è il ritorno di Zelaya, a meno che non risponda davanti alla giustizia”.

In una conferenza arrivata a conclusione del primo confronto tra le due delegazioni, l’ex ministro degli Esteri di Zelaya Patricia Rodas ha ribadito che “la soluzione della crisi passa necessariamente per la restituzione del potere” al presidente eletto, mentre il rappresentante della commissione del governo de facto Arturo Corrales ha insistito sul fatto che la destituzione di Zelaya è avvenuta rispettando la Costituzione, ma ha anche ammesso che espellere il presidente è stato un errore, perché la soluzione migliore sarebbe stata quella di sottoporlo al giudizio di un tribunale. La possibilità di un accordo rimane, evidentemente, molto lontana. (mat)

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America Latina, Insulza (Osa): Temo altri colpi di stato

l segretario generale dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani), il cileno José Miguel Insulza ha espresso ieri la sua preoccupazione per la possibilità che, in caso di una mancata soluzione positiva del “caso Honduras”, si possano verificare altri colpi di Stato nella regione latinoamericana, dopo quello del 28 giugno scorso a Tegucigalpa. Insulza ha sostenuto di “non voler citare i nomi di nessun Paese” e ha precisato che la responsabilità non sarebbe dei militari, “loro non vogliono rompere l’ordine costituzionale”, ma di “quelli che ricominciano a fare pressione” ricorrendo al Congresso e ai media per identificare il presidente come “uno che viola la legge” e che può essere destituito, come è accaduto con Manuel Zelaya. Insulza ha ricordato come ci siano nazioni nella regione “che non si ricordano neanche quanti colpi di Stato hanno vissuto”, aggiungendo che si tratta di “uno strumento dei gruppi dominanti per disfarsi di chi usciva dal seminato”. Secondo Insulza si tratta di un modello che ora “è finito”, ma “molti lo rimpiangono”.

Il segretario dell’Osa, che ha vissuto l’esilio dopo il colpo di Stato di Augusto Pinochet in Cile, ha quindi analizzato quanto accaduto in Honduras sotto un profilo più strettamente costituzionale: il funzionario che violi la Carta - è quanto il governo “de facto” imputa a Zelaya -, può essere effettivamente rimosso dall’incarico ma solo dopo che viene attivato un apposito meccanismo congressuale. Non si può decidere di “andare tutti insieme e cacciarlo”, ha spiegato Insulza. Le autorità di Honduras, ha spiegato il segretario generale dell’Osa, “desiderano legittimare” la destituzione ma “noi non lo possiamo permettere”.(mat)

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Argentina, la “presidenta” chiama al dialogo nazionale

Dopo la bruciante sconfitta elettorale del 28 di giugno e dopo il rimpasto all'interno dell'esecutivo che ne è seguito, il capo di Stato argentino Cristina Fernandez Kirchner ha convocato ieri tutti gli attori sociali del Paese a sedersi attorno a un tavolo, “il più ampio possibile”, per “un dialogo a livello nazionale”. A questo confronto la “presidenta” ha invitato tutti i settori produttivi, incluso quello agricolo con il quale conduce un braccio di ferro che dura da oltre un anno, ma non i partiti d'opposizione. Con i suoi avversari politici però la Kirchner dovrà confrontarsi necessariamente, se vuole portare avanti l'altro progetto annunciato ieri: una riforma del sistema politico che preveda elezioni primarie all'interno di ogni partito e che dovrebbe passare per l'approvazione del Congresso. L'intervento della “presidenta” è arrivato in occasione delle celebrazioni del 193 esimo anniversario dell'indipendenza nella sede governativa di San Miguel de Tucuman, dove ha sostenuto la necessità di “iniziare una nuova fase che si concentri su tre aspetti: economia, democrazia e società”.

“In questa fase – ha aggiunto – dobbiamo mettere insieme tutti i settori sociali perché non c'è spazio per confronti parziali. La stagione che sta vivendo il mondo, in profonda crisi, esige un grande sforzo da parte di tutti nel dialogo, per rendere possibile un economia che garantisca il benessere della società nel suo insieme”. Dal punto di vista politico secondo la Kirchner è necessario “discutere in maniera ampia di una riforma e verificare la reale trasparenza del sistema elettorale, di cui alcuni dubitano quando perdono, ma che diventa sicuro quando vincono”; “è necessario – ha sottolineato – discutere il sistema di rappresentazione dei partiti politici e non lasciarlo solo alle elezioni interne”. Su questo punto, ovviamente, il richiamo è a tutte le forze in campo: “Sono sicura che con gli altri partiti riusciremo a fare una riforma democratica seria, affinché la società possa entrare nelle formazioni politiche e farsi carico delle decisioni che si prendono”. (mat)

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martedì 7 luglio 2009

Honduras, ministro degli Esteri: Obama è un negretto



“Obama è un negretto che non sa neanche dov'è Tegucigalpa”. A sostenerlo è il ministro degli Esteri del governo golpista di Honduras Enrique Ortez che ieri è andato alla carica a testa bassa contro la comunità internazionale, colpevole di sostenere il ritorno in patria del presidente eletto Manuel Zelaya, costretto dal colpo di Stato militare a lasciare il Paese domenica scorsa. Secondo Ortez, che dice comunque di “rispettare il negretto”, pur sostenendo che gli Usa “non sono i difensori della democrazia”, evidenziando come Honduas “Un pigmeo democratico” dovrà spiegare a Washington “come stanno le cose”. (mat)

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venerdì 3 luglio 2009

Honduras: “stretta” del Congresso sulle libertà personali

Isolato a livello internazionale, schiacciato dalla crescente pressione di Usa, Ue e dei leader regionali, il governo golpista di Honduras fa un passo in avanti nella repressione della protesta interna. Ieri infatti, su proposta del governo del presidente de facto Roberto Micheletti, il Congresso ha approvato all’unanimità un decreto che stabilisce un parziale stato d’assedio: nelle ore notturne saranno limitati i diritti a manifestare, a riunirsi e a tutelare l’inviolabilità del proprio domicilio, oltre alla libertà di movimento nel Paese e le garanzie relative all’arresto e alla detenzione. Mentre il governo sottolinea la “normalità” della situazione, sostenendo che si tratta di una “forma di tutela dei cittadini”, associazioni e ong denunciano un numero crescente di oppositori arrestati o scomparsi. La crisi onduregna rimane intanto sotto i riflettori della politica internazionale. Ieri l’Italia ha richiamato in patria l’ambasciatore seguendo a distanza di poche ore una analoga decisione adottata da Madrid e Parigi. Ma è solo una delle misure diplomatiche attivate dalla comunità internazionale: l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) mantiene attivo l’ultimatum di 72 ore al termine del quale, il 4 luglio, potrebbe sospendere Tegucicalpa in caso di mancato ripristino della legalità costituzionale. Una scadenza che Manuel Zelaya, il presidente costretto domenica scorsa a lasciare il suo Paese in seguito a un colpo di Stato militare, ha annunciato voler attendere prima di rimettere piede in patria, azione che in un primo momento aveva annunciato per oggi.

Zelaya, che ha assistito ieri alla all’insediamento del neo presidente di Panama Ricardo Martinelli, era intervenuto in precedenza, all’Assemblea delle Nazioni Unite, ringraziando per l’appoggio ricevuto ed evidenziando i progressi del Paese sotto il suo mandato. Il capo di Stato aveva detto: “Credevo che il XXI secolo fosse quello in cui si sarebbe data qualità alle democrazie. Non mi sarei mai aspettato che invece si sarebbe tornati a difenderla come nell’epoca della barbarie e delle caverne”. Sulle accuse mosse dal presidente de facto Roberto Micheletti, Zelaya - atteso in patria da un mandato di cattura - ha attaccato: “Nessuno mi ha giudicato, nessuno mi ha convocato davanti a un tribunale per difendermi, nessuno mi ha detto di quale delitto sarei responsabile”. Prima ancora del suo intervento, l’Assemblea aveva approvato all’unanimità una dichiarazione di condanna del golpe e di sostegno a Zelaya. (mat)

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mercoledì 1 luglio 2009

Honduras: Zelaya pronto al ritorno, Madrid richiama ambasciatore

Il presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, costretto domenica scorsa a lasciare il suo Paese in seguito a un colpo di Stato militare, spiega alle Nazioni Unite i progressi del Paese sotto il suo mandato e ringrazia la comunità internazionale per l’appoggio offerto. E questa mattina il ministero degli Esteri spagnolo ha richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Tegucicalpa Ignacio Rupérez con “la speranza che ciò contribuisca, nell’ambito degli sforzi portata avanti dalla comunità internazionale, al ripristino delle istituzioni democratiche”. Una decisione maturata all’indomani della richiesta del ministro Miguel Angel Moratinos, girata a tutti i paesi dell’Unione europea, di ritirare i rispettivi rappresentanti diplomatici. All’Assemblea generale dell’Onu, Zelaya aveva detto: “Credevo che il XXI secolo fosse quello in cui si sarebbe data qualità alle democrazie. Non mi sarei mai aspettato che invece si sarebbe tornati a difenderla come nell’epoca della barbarie e delle caverne”. Sulle accuse mosse dal presidente de facto Roberto Micheletti, in patria lo attenderebbe un mandato di cattura, Zelaya ha attaccato: “Nessuno mi ha giudicato, nessuno mi ha convocato davanti a un tribunale per difendermi, nessuno mi ha detto di quale delitto sarei responsabile”. Prima ancora del suo intervento l’Assemblea aveva approvato all’unanimità una dichiarazione di condanna del golpe e di sostegno a Zelaya. Poche ore dopo l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha chiesto il suo reintegro entro 72 ore, minacciando in caso contrario di espellere il paese dall’organismo. La decisione è stata comunicata dal segretario generale Jose Miguel Insulza, al termine di una sessione straordinaria dell’Assemblea generale dell’organizzazione. L’eventuale espulsione potrebbe essere decisa già il prossimo 4 di luglio.

In merito alla decisione che, secondo i golpisti, avrebbe portato al colpo di Stato, ovvero il referendum costituzionale che apriva a una rielezione presidenziale convocato dal presidente per la scorsa domenica nonostante la bocciatura della Consulta, il capo di Stato si è difeso: “Io me ne andrò alla fine del mandato ma voglio lasciare con una riforma, voglio andarmene – il suo mandato scade a gennaio del 2010 - facendo in modo che il popolo possa partecipare e godere dei suoi diritti”. Secondo Zelaya il golpe è stato determinato da un “elite” che temeva le sue politiche di uguaglianza sociale. Nel corso del suo intervento il capo di Stato ha ricordato con emozione il momento in cui i militari hanno fatto irruzione in casa sua domenica mattina, evidenziando la violenza che ha caratterizzato la presa del potere da parte di e golpisti: “Hanno sparato contro i veicoli in strada e causato 146 feriti”.

Il presidente di Honduras si è poi detto convinto che i militari lo appoggeranno nel momento in cui tornerà nel paese appoggiato dalla comunità internazionale, con particolare riferimento agli Usa: “Credo che le forze armate ratificheranno la loro posizione e diranno: agli ordini signor presidente”, aggiungendo che al suo rientro inviterà a dialogo le forze dell’opposizione. Dalla capitale Tegucigalpa non sono arrivate però dichiarazioni di distensione sia dal potere esecutivo che da quello giudiziario. Il procuratore generale Luis Alberto Rubi infatti ha annunciato che Zelaya sarà arrestato “appena” toccherà il suo nazionale con l’accusa di “tradimento della patria” e “usurpazione di funzioni”.

Un concetto ribadito anche dal capo di Stato golpista Micheletti in un’intervista concessa al quotidiano spagnolo El Pais: “Se torna, sarà arrestato. È passato sopra la costituzione e ha convocato un referendum illegale. Siamo convinti che dietro la consultazione ci fosse la volontà di convocare la Costituente per perpetuarsi al potere”. Micheletti dice di non pentirsi della scelta di prendere il potere con la forza: “Non c’era altro modo. Abbiamo provato in ogni maniera a convincere Zelaya dell’illegalità del referendum ma non ci ha voluto ascoltare, nonostante la mediazione dell’ambasciatore statunitense”. Il presidente de facto ripete: “Qui non c’è nessun colpo di Stato perché i tre poteri fondamentali continuano a operare. La nostra sfida è spiegare al mondo cosa è successo qui e perché non è stato un golpe. Un po’ ala volta recupereremo la fiducia perché ci sono molti amici che capiranno. Domani una delegazioni di ministri andrà a a Washington”. In realtà sia l’Osa che l’amministrazione americana hanno fatto sapere di non voler ricevere i rappresentanti del governo golpista. (mat)

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