lunedì 27 luglio 2009

di Matteo Tagliapietra

Il braccio di ferro tra il presidente deposto di Honduras Manuel Zelaya e il governo golpista al potere dal 28 giugno scorso potrebbe essere arrivato a una svolta. Ieri infatti i vertici delle forze armate hanno garantito con un comunicato il loro sostegno a “una soluzione negoziale nel solco dell’accordo di San José” proposto dal presidente del Costa Rica Oscar Arias, che prevede il ritorno al potere, pur con una serie di condizioni e limitazioni, del capo di Stato eletto. Per il momento si tratta solo di un segnale di disponibilità anche perché gli uomini dell’esercito continuano a presidiare la frontiera con il Nicaragua per vigilare sulle minacce di rientro dell’ex presidente in patria. Minacce che Zelaya ha messo in pratica due volte, seppur a titolo poco più che dimostrativo, nel corso del fine settimana. Accompagnato da centinaia di sostenitori, il presidente eletto ha varcato il confine di Stato intrattenendosi in Honduras per un paio d’ore con la stampa. E mentre il sito internet dell’esercito annunciava la disponibilità al dialogo, il capo di Stato maggiore, Romeo Vazquez, ha assicurato nel corso di un’intervista radiofonica che i suoi uomini non spareranno sui sostenitori di Zelaya, agendo con “professionalità”, ma ha anche aggiunto che denuncerà il presidente eletto per calunnie, in riferimento alle dichiarazioni in cui il capo di Stato lo accusa di volerlo assassinare. Vazquez ha anche ribadito di non considerare quello del 28 giugno un golpe, dato che la destituzione di Zelaya è avvenuta nel rispetto della Costituzione, e ha scaricato sul governo de facto qualsiasi responsabilità politica sostenendo di aver solo “eseguito gli ordini”.

Da parte sua il capo di Stato deposto dal golpe, che si trova nella cittadina nicaraguese di Ocotal, è tornato ieri a chiedere il sostegno di Washington per affrontare “con forza” il governo golpista, e tornando ad esigere dalla Casa Bianca una espressione “vera” delle proprie posizioni in merito alla crisi. Un appello lanciato anche agli altri leader del continente americano, dato che, ha sottolineato Zelaya, “le relazioni internazionali e diplomatiche sono state sfidate dalla dittatura che ha preso il potere in Honduras”. “Vorrei sapere – ha dichiarato parlando ai suoi sostenitori con un megafono nei pressi della frontiera – che cosa faranno i presidenti americani, perché questo gruppo di facinorosi, militari golpisti, si stanno burlando anche di loro”. Il messaggio di Zelaya, sempre accompagnato dal ministro degli Esteri venezuelano Nicolas Maduro, è stato esplicito: “Speriamo che i presidenti che non vogliono colpi di Stato non solo condannino il golpe, ma ci aiutino a togliere di mezzo i dittatori”. Il presidente eletto ha annunciato che oggi tenterà nuovamente il passaggio della frontiera e dovrebbe farlo accompagnato dalla sua famiglia, che lo dovrebbe raggiungere nelle prossime ore.

I media latinoamericani hanno parlato nel fine settimana di un possibile incontro tra Zelaya e il segretario di Stato americano Hillary Clinton, che aveva definito “imprudente” il suo tentativo di rientrare nel Paese, ma il capo di Stato di Honduras ha detto di non aver ricevuto “nessun invito”, mentreh a dichiarato di non aver ancora deciso se accettare una convocazione da parte dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) a Washington, sostenendo che sta organizzando “la resistenza” e che tutto viene pianificato “giorno per giorno”. Da parte del governo de facto di Tegucigalpa, che starebbe ancora analizzando la proposta di accordo di Arias, è arrivata ieri la presa di posizione del ministro degli Esteri Carlos Lopez, secondo il quale Zelaya ha in questo momento due opzioni: rimanere in Nicaragua o tornare al dialogo in Costa Rica: “O entra in Honduras e viene catturato, perché queste sono le istruzioni, o lascia la frontiera e torna al tavolo del negoziato di San José, come gli ha chiesto la comunità internazionale”. Lopez ha poi attaccato duramente il segretario generale del’Osa, il cileno Miguel Insulza, accusandolo di “mancanza di obiettività”, chiedendo l’invio di osservatori internazionali che “smentiscano il signor Insulza” e che rettifichino la “distorsione della realtà” che, a suo dire, è stata fatta nel corso di “una campagna mediatica”

A Tegucigalpa è inoltre arrivata una delegazione di parlamentari repubblicani statunitensi, che si è riunita con il presidente de facto Roberto Micheletti, con lo stesso Lopez e la sua vice Martha Alvarado. La delegazione ha poi incontrato i vertici della Corte suprema e oggi dovrebbe fare lo stesso con alcuni rappresentanti del Congresso, imprenditori e rappresentanti delle parti sociali. Si tratta della prima visita di rappresentanti stranieri al governo di Micheletti, che non è stato riconosciuto da nessun membro della comunità internazionale.

da www.ilvelino.it

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