Nel tentativo di non urtare la sensibilità dei due “contendenti”, Arias ha ricevuto entrambi come “presidenti”, uno “eletto” e l’altro “nell’esercizio delle sue funzioni”, rispettando lo stesso protocollo, organizzando un analogo servizio di sicurezza e riservando ad entrambi l’accoglienza da parte del ministro degli Esteri Bruno Stagno. Accorgimenti che non si sono dimostrati sufficienti ad ammorbidire le posizioni dei attori principali, come dimostrato dalla dichiarazioni di Zelaya poco dopo l’arrivo: “Vengo ad ascoltare cosa ha da dire il golpista”. Per il presidente eletto, d’altra parte, San José rappresenta l’immagine del momento più buio della sua presidenza: è qui infatti che è atterrato l’aereo delle forze armate che, dopo il golpe, lo ha portato fuori dal suo Paese. Sia Zelaya che Micheletti hanno espresso comunque “soddisfazione” per l’incontro con Airas, ma l’intransigenza dimostrata determina una grandissima distanza tra le rispettive posizioni che non sarà facile ridurre, quanto meno in tempi brevi. Il presidente “de facto” si è detto disponibile a tornare nuovamente in Costa Rica, ma ha anche ribadito che “l’unico tema che non sarà oggetto di confronto è il ritorno di Zelaya, a meno che non risponda davanti alla giustizia”.
In una conferenza arrivata a conclusione del primo confronto tra le due delegazioni, l’ex ministro degli Esteri di Zelaya Patricia Rodas ha ribadito che “la soluzione della crisi passa necessariamente per la restituzione del potere” al presidente eletto, mentre il rappresentante della commissione del governo de facto Arturo Corrales ha insistito sul fatto che la destituzione di Zelaya è avvenuta rispettando la Costituzione, ma ha anche ammesso che espellere il presidente è stato un errore, perché la soluzione migliore sarebbe stata quella di sottoporlo al giudizio di un tribunale. La possibilità di un accordo rimane, evidentemente, molto lontana. (mat)
da www.ilvelino.it

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