mercoledì 1 luglio 2009

Honduras: Zelaya pronto al ritorno, Madrid richiama ambasciatore

Il presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, costretto domenica scorsa a lasciare il suo Paese in seguito a un colpo di Stato militare, spiega alle Nazioni Unite i progressi del Paese sotto il suo mandato e ringrazia la comunità internazionale per l’appoggio offerto. E questa mattina il ministero degli Esteri spagnolo ha richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Tegucicalpa Ignacio Rupérez con “la speranza che ciò contribuisca, nell’ambito degli sforzi portata avanti dalla comunità internazionale, al ripristino delle istituzioni democratiche”. Una decisione maturata all’indomani della richiesta del ministro Miguel Angel Moratinos, girata a tutti i paesi dell’Unione europea, di ritirare i rispettivi rappresentanti diplomatici. All’Assemblea generale dell’Onu, Zelaya aveva detto: “Credevo che il XXI secolo fosse quello in cui si sarebbe data qualità alle democrazie. Non mi sarei mai aspettato che invece si sarebbe tornati a difenderla come nell’epoca della barbarie e delle caverne”. Sulle accuse mosse dal presidente de facto Roberto Micheletti, in patria lo attenderebbe un mandato di cattura, Zelaya ha attaccato: “Nessuno mi ha giudicato, nessuno mi ha convocato davanti a un tribunale per difendermi, nessuno mi ha detto di quale delitto sarei responsabile”. Prima ancora del suo intervento l’Assemblea aveva approvato all’unanimità una dichiarazione di condanna del golpe e di sostegno a Zelaya. Poche ore dopo l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha chiesto il suo reintegro entro 72 ore, minacciando in caso contrario di espellere il paese dall’organismo. La decisione è stata comunicata dal segretario generale Jose Miguel Insulza, al termine di una sessione straordinaria dell’Assemblea generale dell’organizzazione. L’eventuale espulsione potrebbe essere decisa già il prossimo 4 di luglio.

In merito alla decisione che, secondo i golpisti, avrebbe portato al colpo di Stato, ovvero il referendum costituzionale che apriva a una rielezione presidenziale convocato dal presidente per la scorsa domenica nonostante la bocciatura della Consulta, il capo di Stato si è difeso: “Io me ne andrò alla fine del mandato ma voglio lasciare con una riforma, voglio andarmene – il suo mandato scade a gennaio del 2010 - facendo in modo che il popolo possa partecipare e godere dei suoi diritti”. Secondo Zelaya il golpe è stato determinato da un “elite” che temeva le sue politiche di uguaglianza sociale. Nel corso del suo intervento il capo di Stato ha ricordato con emozione il momento in cui i militari hanno fatto irruzione in casa sua domenica mattina, evidenziando la violenza che ha caratterizzato la presa del potere da parte di e golpisti: “Hanno sparato contro i veicoli in strada e causato 146 feriti”.

Il presidente di Honduras si è poi detto convinto che i militari lo appoggeranno nel momento in cui tornerà nel paese appoggiato dalla comunità internazionale, con particolare riferimento agli Usa: “Credo che le forze armate ratificheranno la loro posizione e diranno: agli ordini signor presidente”, aggiungendo che al suo rientro inviterà a dialogo le forze dell’opposizione. Dalla capitale Tegucigalpa non sono arrivate però dichiarazioni di distensione sia dal potere esecutivo che da quello giudiziario. Il procuratore generale Luis Alberto Rubi infatti ha annunciato che Zelaya sarà arrestato “appena” toccherà il suo nazionale con l’accusa di “tradimento della patria” e “usurpazione di funzioni”.

Un concetto ribadito anche dal capo di Stato golpista Micheletti in un’intervista concessa al quotidiano spagnolo El Pais: “Se torna, sarà arrestato. È passato sopra la costituzione e ha convocato un referendum illegale. Siamo convinti che dietro la consultazione ci fosse la volontà di convocare la Costituente per perpetuarsi al potere”. Micheletti dice di non pentirsi della scelta di prendere il potere con la forza: “Non c’era altro modo. Abbiamo provato in ogni maniera a convincere Zelaya dell’illegalità del referendum ma non ci ha voluto ascoltare, nonostante la mediazione dell’ambasciatore statunitense”. Il presidente de facto ripete: “Qui non c’è nessun colpo di Stato perché i tre poteri fondamentali continuano a operare. La nostra sfida è spiegare al mondo cosa è successo qui e perché non è stato un golpe. Un po’ ala volta recupereremo la fiducia perché ci sono molti amici che capiranno. Domani una delegazioni di ministri andrà a a Washington”. In realtà sia l’Osa che l’amministrazione americana hanno fatto sapere di non voler ricevere i rappresentanti del governo golpista. (mat)

da www.ilvelino.it

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