venerdì 28 agosto 2009

Argentina, Kirchner attacca i media: No alle estorsioni

La “presidenta” argentina Cristina Fernandez Kirchner ha presentato oggi la nuova legge sulle telecomunicazioni che sarà presto sottoposta al voto del Congresso. Si tratta della prima, sostanziale, riforma del sistema radiotelevisivo dopo il ritorno della democrazia nel Paese latinoamericano. Il discorso di presentazione del progetto di legge, trasmesso in diretta televisiva, è stato contrassegnato da forti critiche nei confronti dei mezzi di comunicazione, ai quali ha detto: “Fate attenzione: libertà di espressione non vuol dire libertà di estorsione. La libertà di stampa non può essere confusa con la libertà dei proprietari della stampa. Diritto all’informazione significa diritto a tutta l’informazione, non all’occultamento di una parte dell’informazione o alla sua distorsione e manipolazione”. In particolare, Kirchner ha difeso l’utilizzo dei “poteri speciali” concessi al presidente argentino: “Negli anni ’90 questi poteri non si usavano a favore della società, ma nessuno ne parlava. Oggi che vengono usati per favorire il popolo vengono criticati”. Il capo di Stato ha poi parlato di “pressioni” da parte di un “potere che sta al di sopra di tutto e ha forza sufficiente per imporsi su qualsiasi decisione sia presa da uno dei tre poteri dello Stato”.

Dopo le polemiche scoppiate per il riferimento ai “desaparecidos” della dittatura nel corso della conferenza stampa che celebrava l’accordo tra Stato e Federazione calcio (Afa) sui diritti televisivi del campionato, la “presidenta” ha oggi aperto il suo intervento ricordando i giornalisti scomparsi nel corso della dittatura: “Questo progetto è di tutti quelli che vogliono vivere in un’Argentina più democratica e pluralista. Non è né di questo governo, né di un partito politico, è della società. È in nome dei 118 giornalisti detenuti e scomparsi durante la dittatura che con la loro vita hanno voluto dare testimonianza di quale fosse il vero esercizio della libertà di stampa”. Una bozza dell’iniziativa legislativa era stata presentata inizialmente nel marzo scorso “affinché - aveva spiegato la Kirchner - fosse oggetto di un confronto con tutte le componenti della società argentina”.

La nuova legge, secondo quanto ha sostenuto oggi la “presidenta”, garantirà una nuova suddivisione dell'etere, puntando a una maggiore apertura del mercato radiotelevisivo e di internet, favorendo l’accesso della società civile e rafforzando il ruolo dello Stato. “Un terzo dello spazio – ha spiegato - sarà riservato alle emittenti commerciali, un terzo allo Stato e un terzo a organizzazioni non governative, università, associazioni, sindacati e Chiese”. Proprio in occasione della prima presentazione del progetto era iniziata la campagna in favore del “diritto al calcio libero” che si è conclusa con l’accordo della scorsa settimana con l’Afa. (mat)

da www.ilvelino.it

America Latina, al vertice Unasur tra tensioni e paure

di Matteo Tagliapietra

Sarà un vertice regionale caratterizzato dal forti tensioni quello che vedrà protagonisti domani a Bariloche (Argentina) i leader dei paesi dell'Unasur (Unione delle nazioni sudamericane). Il summit è stato convocato per discutere dell'accordo militare tra Colombia e Stati Uniti e sarà l'occasione per una serie di confronti che si preannunciano estremamente accesi. L'apertura di almeno sette basi colombiane alle forze armate Usa sarà sotto i riflettori, non solo per il valore assoluto dell'accordo, che mira a combattere narcotraffico e guerriglia, ma anche per le conseguenze che ha avuto e avrà sulle relazioni diplomatiche di Bogotà. Il deteriorarsi del già difficile rapporto tra il presidente Alvaro Uribe e i suoi colleghi Hugo Chavez (Venezuela) e Rafael Correa (Ecuador) rischia di avere pesanti ripercussioni economiche sul suo Paese e l'intesa con Washington ha fatto storcere la bocca anche a Brasile, Cile, Argentina e Bolivia.

Lo scontro con Caracas, Chavez ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche e ha parlato di “venti di guerra” portati dalla presenza delle truppe Usa nella regione, ha avuto un prologo ieri nel corso della riunione dell'Osa (Organizzazione degli Stati americani). Nel corso dell'incontro l'ambasciatore colombiano Luis Alfonso Hoyos ha attaccato il “progetto interventista” di Chavez nelle questioni interne del suo Paese, in riferimento ai messaggi del “caudillo” venezuelano lanciati al popolo colombiano; dura la risposta del suo collega venezuelano Roy Chaderton che ha contestato alla “oligarchia colombiana” di essere “drogata di guerra”. Sulla questione c'è stato un nuovo intervento del governo statunitense: il sottosegretario per le questioni andine e del Cono sud, Christopher McMullen ha definito “irresponsabile” Chavez per aver parlato di “venti di guerra”. Una dichiarazione arrivata al termine di un incontro a Montevideo con il ministro degli Esteri uruguaiano Gonzalo Fernandez, nel corso del quale il politico statunitense ha spiegato le ragioni di Washington nell'accordo militare con Bogotà.

Un'ulteriore polemica è scoppiata sulla possibilità che la riunione tra i capi di Stato sia trasmessa in televisione, in diretta o in differita dopo un lavoro di editing. La Colombia sostiene la necessità che il summit sia trasmesso in diretta per consentire ai telespettatori di formarsi un'opinione “senza filtri”. Un'affermazione che ha urtato non poco la sensibilità degli altri Paesi, che hanno letto questa presa di posizione come un'accusa di possibile “manipolazione”. Per garantire la massima diffusione del dibattito il governo colombiano ha quindi deciso di trasmettere i contenuti del summit attraverso le emittenti televisive e radiofoniche pubbliche e la pagina internet della presidenza.

Dal leader boliviano Evo Morales è arrivata un'ulteriore provocazione: il presidente del Paese andino ha ipotizzato un referendum regionale che sottoponga all'approvazione popolare dei cittadini latinoamericani l'accordo, “affinché sia il popolo a decidere e non l'impero a imporre”. Il governo colombiano lavora poi per introdurre nella discussione ulteriori argomenti, con particolare attenzione per la corsa agli armamenti del Venezuela. I leader della regione potrebbero discutere inoltre della crisi diplomatica tra Bolivia e Perù, aperta nei mesi scorsi dalla decisione di Lima di accettare la richiesta di asilo politico di alcuni ex ministri boliviani, sotto processo in patria, proseguita con la diatriba relativa al costume tradizionale della “Diablada” e ora riaccesasi sul presunto accordo tra Cile e Bolivia in merito alla “questione marittima”.

da www.ilvelino.it

Argentina, La Nacion: Telecom dovrà vendere azioni controllata

La Commissione nazionale di difesa della concorrenza argentina (Cndc) ha deciso che l'ingresso di Telefonica nel capitale azionario di Telecom Italia danneggia la concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni del Paese latinoamericano e obbligherà l'impresa italiana a disinvestire dalla compagnia Telecom Argentina, di cui detiene il controllo azionario. Lo sostiene il quotidiano argentino La Nacion che cita il portavoce dell'organismo Humberto Guardia Mendonça. Quest'ultimo ha così anticipato la decisione del Cndc, evidenziando come “l'operazione danneggia la concorrenza”. Secondo il quotidiano si tratta di una decisione attesa dal gruppo italiano, che detiene il 50 per cento della controllante di Telecom Argentina, Sofora, ed è titolare di un'opzione sul 48 per cento detenuto dalla famiglia Werthein.

Telecom, si legge nell'articolo, sarebbe pronta a ricorrere ai tribunali internazionali, ma comincia già a pensare ai possibili acquirenti del suo pacchetto azionario, dal valore di circa 300 milioni di dollari. Secondo La Nacion i principali candidati sono Eduardo Eurnekian e Ernesto Gutierrez, rispettivamente principale azionista e presidente di Areopuertos Argentina 2000. Per il quotidiano sarebbero loro i favoriti, anche per la volontà del governo di fare in modo che la compagnia finisca nelle mani di imprenditori affini e non in quelle del gruppo editoriale Clarin, tra i principali contendenti. Negli ultimi mesi si è ipotizzato inoltre l'interessamento del miliardario delle telecomunicazioni messicano Carlos Slim. (mat)

da www.ilvelino.it

Venezuela, a settembre Chavez in tour dalla Libia alla Russia

Siria, Libia, Iran, Algeria, Russia e Bielorussia. Queste le tappe del tour internazionale che vedrà protagonista il “caudillo” venezuelano Hugo Chavez tra il primo e l’11 di settembre. Il tema ricorrente del viaggio organizzato dal presidente venezuelano sarà certamente quello dell’energia, e dovrebbe portare a una serie di nuovi accordi relativi allo sfruttamento e alla commercializzazione delle materie prime. Il tour evidenzia la volontà del leader venezuelano di rafforzare i rapporti con nazioni che si trovano oltre i confini regionali, aprendo nuovi mercati alle materie prime del Paese latinoamericano e creando nuove partnership in diversi settori. Dal punto di vista politico quello di Chavez sarà un viaggio che lo porterà a incontrare altri leader che, come lui, hanno ricevuto accuse, più o meno velate, di autoritarismo, tra Africa ed Europa. Un problema che non sembra toccare il “democratico” leader venezuelano che da un lato attacca i media dell’opposizione e promuove una legge per l’educazione “socialista”, mentre dall’altro per poter organizzare il viaggio ha dovuto chiedere l’approvazione dell’Assemblea nazionale. Il “caudillo” ha recentemente esaltato Muammar Gheddafi, celebrando la sua capacità di “resistere” dal 1969 “sotto l’attacco dell’impero”, e non mancherà alla cerimonia per il 40 esimo anniversario del suo avvento al potere, il primo settembre. Il capo di Stato dovrebbe prendere parte anche al vertice dell’Unione africana, di cui i leader libico è attualmente al vertice.

Il 2 settembre sarà la volta dell’Algeria, seguita da Siria e Iran. Chavez è stato uno dei pochi a congratularsi con Ahmedinejad dopo la sua rielezione e ha fatto della repubblica islamica uno dei principali partner strategici di Caracas a livello mondiale. Nel rapporto con Teheran, secondo quanto ricostruito dalla Stampa nel dicembre scorso, svolge un ruolo importante la Siria: il Venezuela utilizzerebbe la rotta commerciale di Conviasa Teheran-Damasco-Caracas per diversi scopi, come il trasferimento di materiale scientifico di interesse militare e armamenti. Fortissimo anche il legame con Mosca e con Vladimir Putin: il “caudillo” sarà in Russia per firmare nuovi accordi, soprattutto in campo militare. Il Venezuela è il primo partner commerciale del colosso euroasiatico in America Latina e l’oramai consolidato rapporto economico-finanziario sembra destinato a crescere. Sempre più stretto anche il legame con la Bielorussia, che grazie a uno degli ultimi accordi sottoscritti sfrutterà tre giacimenti di petrolio nel Paese caraibico, ma che potrebbe diventare anche un nuovo fornitore di Caracas nella corsa al riarmo del Venezuela. (mat)

da www.ilvelino.it

martedì 25 agosto 2009

Honduras, missione Osa non scalfisce le convizioni dei golpisti

Nessuno può venire a imporci assolutamente nulla, perché il nostro è un Paese sovrano che ha le proprie leggi”. Lo ha sostenuto il presidente de facto di Honduras Roberto Micheletti, al potere dal 28 giugno scorso dopo il golpe militare che ha deposto Manuel Zelaya. Una dichiarazione che evidenzia l'atteggiamento con cui i golpisti hanno accolto l'arrivo a Tegucigalpa di una delegazione di ministri dell'Organizzazione degli Stati americani. La missione è nel Paese centroamericano per sostenere l'accordo di San José promosso dal mediatore Oscar Arias, presidente del Costa Rica. “Ci auguriamo che i ministri comprendano che quanto abbiamo fatto è avvenuto nel rispetto della legge e della Costituzione” ha sottolineato Micheletti. Un messaggio chiaro che sembra lasciare poco spazio alla trattativa, soprattutto in relazione all'ipotesi di un ritorno di Zelaya alla presidenza fino alle elezioni anticipate di novembre. La posizione del governo de facto è stata ribadita dal ministro degli Esteri Carlos Lopez in una lettera ai “cittadini del mondo”, pubblicata dai quotidiani locali, in cui si sostiene che imporre il ritorno del capo di Stato deposto “non è un'opzione permessa dalla Costituzione”.

Se il governo de facto sembra non dare segni di cedimento, dall'altra parte della barricata Zelaya e i suoi sostenitori non sembrano voler rinunciare, forti del sostegno della comunità internazionale. La moglie del capo di Stato, Xiomara Castro, ieri si è incontrata con la commissione Osa e ha sostenuto che suo marito è disposto a tornare anche “con le mani legate” dalle limitazioni imposte dall'accordo di San José. La first lady si è detta convinta che la proposta di mediazione elaborata da Arias sia l'unica via d'uscita alla crisi politica e civile che caratterizza il Paese da oramai due mesi, in mancanza della quale le elezioni di novembre rischiano di essere prive di ogni legittimità e del riconoscimento internazionale. I ministri dell'Osa hanno poi incontrato alcuni esponenti dell'esecutivo di Zelaya, che hanno ribadito la disponibilità ad accettare l'accordo proposto dal presidente del Costa Rica, per poi riunirsi con esponenti della società civile. Oggi sarà invece la volta dei vertici del potere giudiziario, parte attiva nel processo che ha portato alla destituzione del capo di Stato eletto.

A sostegno della missione dell'organizzazione regionale si è espresso il Dipartimento di Stato americano, attraverso il portavoce Ian Kelly, che ha definito “imprescindibile” la firma dell'accordo promosso da Arias. L'unanime condanna internazionale non sembra però minare minimamente le convinzioni del governo de facto, come ribadito dal viceministro degli Esteri dell'esecutivo golpista Martha Alvaredo: “I tre poteri dello Stato hanno la stessa posizione su quanto accaduto e se l'Osa e la comunità internazionale non capiscono che noi abbiamo solo applicato le leggi vigenti, non ci resta che aspettare l'evoluzione degli eventi, rimanere soli a difendere le nostre leggi e la nostra democrazia”. Difficile ipotizzare che la notte abbia “portato consiglio” e che oggi la delegazione dell'Osa possa ripartire da Tegucigalpa con il consenso dei golpisti all'accordo. Questo pone la comunità internazionale di fronte alla necessità di ipotizzare una soluzione diversa rispetto a quella diplomatica, che sembra essere destinata la fallimento. Il passo successivo potrebbe essere quello di aumentare la pressione dal punto di vista economico e commerciale, e in questo caso l'attore principale sarebbero gli Stati Uniti, ma le prime vittime rischierebbero di essere le fasce più deboli della popolazione di Honduras.

da www.ilvelino.it

Colombia, stop alla mostra con Chavez supereroe in calzamaglia

L’immagine del presidente venezuelano Hugo Chavez mascherato da “Chapulin Colorado” (Cavalletta rossa), un supereroe messicano degli anni ’70, ha provocato la sospensione della mostra “Halloween” dell’artista colombiano Jorge Mendez, nella capitale colombiana Bogotà. L’ente che patrocina l’evento, Cab (Convenio Andreas Bello) un organismo culturale formato da 12 Paesi latinoamericani, ha infatti deciso di bloccare la presentazione, dopo che l’immagine del leader venezuelano era stata stampata e diffusa con gli inviti alla presentazione della mostra. L’immagine è contenuta in un’installazione di video-arte in cui compaiono numerosi personaggi della vita pubblica colombiana e del resto del continente mascherati per la festa, come il leader statunitense Barack Obama vestito da Babbo natale, l’ex ostaggio delle Farc Ingrid Betancourt e Michael Jackson con un costume da scheletro; sullo sfondo un’opera del pittore Richard Hamilton. Secondo quanto ha denunciato Mendez la segreteria dell’istituto culturale gli ha segnalato come, in un momento di particolare tensione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, l’opera era giudicata inopportuna. (mat)

da www.ilvelino.it

mercoledì 19 agosto 2009

Argentina, riparte il “Futbol”, ed è gratis

Il campionato argentino riparte, dopo il rischio di un “congelamento” della nuova stagione per i debiti contratti dai club nei confronti dei propri giocatori. Venerdì si giocherà la prima giornata e per la gioia di tutti gli appassionati le partite saranno trasmesse gratuitamente in televisione. La decisione del comitato esecutivo dell’Afa, la federazione argentina, è arrivata nella notte argentina, dopo che pochi giorni prima i vertici del calcio argentino avevano rescisso unilateralmente il contratto con Tsc, la società di cui è comproprietario il colosso editoriale Clarin, che ne deteneva i diritti di trasmissione. In attesa degli inevitabili risvolti legali, l’Afa sta lavorando a ritmi serrati per raggiungere un accordo con lo Stato, che permetta di risolvere le difficoltà economiche dei club. Nelle scorse settimane l’intesa sembrava fatta, con una spesa prevista per le casse dello Stato di 600 milioni di pesos l’anno, più del doppio di quanto pagato da Tsc. Gli incontri con i vertici del governo della “presidenta” Cristina Fernandez Kirchner, non hanno però ancora portato a un accordo ufficiale, che potrebbe essere siglato tra oggi e domani. Così, dopo l’iniziale rinvio, le partite di venerdì, sabato e domenica sarà tutte trasmesse in diretta e gratuitamente.

Chavez e Obama, “fratelli” di Blackberry

Il presidente statunitense Barack Obama ha ammesso di non poterne fare a meno, neanche per ragioni di sicurezza, il leader venezuelano Hugo Chavez lo ha preferito al cellulare “socialista” e autarchico che lui stesso aveva presentato. Si tratta del telefono cellulare Blackberry, al quale i due capi di Stato hanno dimostrato di non saper rinunciare. Il presidente degli Stati Uniti è stato un formidabile testimonial per il telefono della canadese Rim, battendosi per non doverlo lasciare neanche per le ovvie misure di sicurezza previste alla Casa Bianca. Per un presidente “tecnologico” come Obama, che ha basato buona parte della sua campagna elettorale sull’uso dei new media, sarebbe stato quasi uno “shock”. In aprile era stata diffusa la notizia che, nel giro di due mesi, sarebbe stata pronta la versione “presidenziale”, con modifiche approvate dalla National Security Agency. In realtà Obama sembra continui a usare un modello già testato della Microsoft.

Diverso il discorso per il leader venezuelano Hugo Chavez, che per combattere la diffusione dei telefoni “capitalisti” aveva lanciato “Vergatario”, il cellulare sino-venezuelano arrivato sul mercato la scorsa primavera. Il “caudillo” venezuelano lo aveva descritto come “comodo, piccolo, leggero e resistente”, celebrandone le caratteristiche tecniche (fotocamera, Wap, radio e mp3) e il costo contenuto (circa 15 dollari). Alcuni media hanno poi riportato una battuta di Chavez secondo il quale “Senza il Vergatario non sei niente”. Il capo di Stato venezuelano si deve però essere ricreduto nelle settimane successive perché, come documenta l’emittente d’opposizione Globovision, nel corso della sua trasmissione televisiva Aló presidente ha chiamato in diretta il suo ministro degli Esteri Nicolas Maduro e lo ha fatto con il “super capitalista” Blackberry. Difficile dire che, anche senza il cellulare “bolivariano”, Chavez passi inosservato. (mat)

da www.ilvelino.it

martedì 18 agosto 2009

America Latina, i “pirati” dell'ortografia all'assalto della regione

Correggere gli errori di ortografia, soprattutto la mancanza di accenti, che caratterizzano le pubblicità, gli avvisi pubblici e i messaggi presenti nelle città latinoamericane. Questo il progetto dei “pirati” dell'ortografia che, guidati dal giovane basco Pablo Zulaica Parra (oggi pubblicitario a Città del Messico), hanno dato vita al progetto “Acentos perdidos” che si sta diffondendo in diversi Paesi dell'America Latina. Ogni loro “correzione”, effettuata con un grande accento di carta, viene poi fotografata e messa in rete sul blog www.acentosperdidos.blogspot.com/. A differenza dei “writers” che lavorano soprattutto di notte e nell'anonimato, i “pirati” della grammatica cercando invece il confronto con i passanti presenti ai loro “interventi”, nel tentativo di diffondere l'uso corretto della lingua spagnola. La loro azione risponde a una serie di “comandamenti” che definiscono origini, fine e regole della loro campagna. Il progetto, spiega il blog, era nato con il proposito di generare attenzione attorno alla “questione grammaticale” per vendere un servizio di correzione, ma si è poi trasformato in una molto più ampia campagna per la tutela della grafia corretta, aprendosi alla collaborazione di tutti i cittadini. Quando è possibile i partecipanti al progetto chiedono il permesso prima di “correggere” gli errori, perché l'obiettivo “è quello di generare sorrisi e non arrabbiature”; il sito invita inoltre i partecipanti a non prendersela con le piccole attività commerciali, ma a concentrare l'attenzione sui grandi marchi, sugli enti pubblici e sulle campagne politiche perché “hanno la responsabilità sociale di comunicare in maniera corretta”. (mat)

da www.ilvelino.it

mercoledì 12 agosto 2009

Argentina, il governo “compra” il calcio

La Federazione argentina di calcio ha deciso di rompere il contratto con la Tsc (Televisión Satelital Codificada), l'impresa che deteneva i diritti di trasmissione del campionato fino al 2014, per stringere un nuovo accordo con il governo della “presidenta” Cristina Fernandez Kirchner. La decisione arriva dopo settimane di incertezza sul futuro del “futbol” del Paese latinoamericano, in seguito all'annuncio del possibile blocco del campionato a causa dei debiti contratti dai club nei confronti dei giocatori. Il presidente della Federazione, Julio Grondona, aveva parlato di due strade percorribili: rinegoziazione delle entrate derivanti dai diritti televisivi o maggiore apertura del mercato delle scommesse. Il grido d'allarme lanciato dal mondo del calcio è stato raccolto dal governo che non si è fatto sfuggire l'occasione per guadagnare consenso “salvando" il campionato e per sferrare un durissimo colpo al gruppo editoriale Clarin, proprietario insieme a Tyc della Tsc. Il gruppo ha condotto un'intensa campagna mediatica contro il governo, soprattutto lo scorso anno, e ora i Kirchner, il marito del capo di Stato Nestor è leader della coalizione di maggioranza ed ex presidente, hanno l'opportunità per rispondere. Grondona avrebbe proposto a Tsc di raddoppiare la quota versata alla federazione, di poco inferiore ai 300 milioni di pesos (circa 60 milioni di euro), per raggiungere l'offerta, non ufficiale, fatta dal governo, ma ha avuto una risposta negativa.

Nonostante non siano mancati club contrari alla decisione, la Federazione sembra decisa a rompere l'accordo già da questa stagione e far partire il campionato il prossimo 21 agosto. La preoccupazione è, ovviamente, relativa alla lunga battaglia legale che il calcio argentino dovrà sicuramente combattere con la Tsc per aver interrotto anticipatamente il contratto. Nella notte è arrivato infatti un comunicato dell'impresa in cui si annuncia un'offensiva legale nei confronti dei “responsabili diretti e indiretti” al fine di “tutelare i propri diritti e quelli degli operatori della televisione a pagamento e in chiaro con i quali ha stipulato regolari contratti”. Il documento evidenzia come la denuncia riguarderà anche “i danni derivati dal mancato rispetto del contratto così come il risarcimento degli investimenti realizzati per garantire le trasmissioni”. Se la rottura tra Afa e Tsc è oramai ufficiale, al momento nulla di concreto è però arrivato da parte del governo, anche se i media argentini si dicono convinti che tutto si possa risolvere entro la fine della settimana. La gestione dei diritti dovrebbe passare a una società statale in grado di garantire 600 milioni di pesos all'anno per dieci anni all'Afa. Molti dubbi rimangono invece sulla modalità di trasmissione degli incontri: l'ipotesi più accreditata è quella di una partnership tra la televisione pubblica e alcune emittenti locali. (mat)

da www.ilvelino.it

Argentina, la crisi Chavez-Uribe "vale" un miliardo di dollari

diMatteo Tagliapietra

Il "congelamento" delle relazioni politiche e commerciali tra Venezuela e Colombia si sta rivelando un vero e proprio “affare” per l’Argentina. La “presidenta” argentina Cristina Fernandez Kirchner ha raggiunto lunedì sera Caracas, per riunirsi con il leader venezuelano Hugo Chavez, con il quale ha firmato nuovi accordi commerciali per oltre un miliardo di dollari. Una cifra vicina al totale degli scambi commerciali del 2008. Per Kirchner si tratta di un’occasione per dare nuovo slancio al rapporto commerciale tra i due Paesi, cercando di sfruttare al massimo lo spiraglio offerto dal blocco delle importazioni colombiane deciso dal governo venezuelano e, stando a quanto emerso dall'incontro di ieri, sembra esserci riuscita. I due capi di Stato hanno firmato 22 nuovi accordi, tra i quali appunto quello relativo al settore dell'automobile, dal valore complessivo, come detto, di oltre un miliardo di dollari. Tra le intese raggiunte c'è quella relativa al settore alimentare, che prevede l'acquisto da parte di Caracas di 80 mila tonnellate di carne bovina, 100 mila tonnellate di mais, 18 mila tonnellate di latte e novemila tonnellate di fagioli, oltre a quello sul riso, che la Kirchner ha definito “il più grande mai firmato”. La “presidenta” ha espresso a questo riguardo il suo impegno per sostenere il Venezuela nel percorso verso la “sovranità e la sicurezza alimentare”, dato che hanno “la fortuna” di aver già raggiunto quella energetica. Da parte sua Chavez ha quindi garantito il rispetto delle forniture di combustibile alla nazione partner: “Tutto il petrolio e il gas di cui l'Argentina avrà bisogno in questo secolo è qui in Venezuela”.

Il primo passo era stato subentrare a Bogotà nel settore automobilistico: secondo quanto aveva annunciato il ministro del Potere popolare per il Commercio venezuelano Eduardo Saman, infatti, Buenos Aires fornirà al suo Paese diecimila autoveicoli, che sarebbero dovuti arrivare dalla Colombia. Saman, nel corso di un incontro con imprenditori dei due Paesi, si è spinto però oltre sostenendo che “l'Argentina ha la capacità di sostituire la Colombia in tutti gli ambiti produttivi, dato che dispone di un settore industriale molto avanzato e con grande esperienza”. Del resto il “caudillo” venezuelano, dopo aver dichiarato che “non si può favorire il governo di Uribe”, ha anche già annunciato la fine della vendita di combustibile a un prezzo preferenziale per i colombiani che vivono nella zona di frontiera: L'accordo che riguardava 4,5 milioni di galloni al mese, scadrà il prossimo 21 agosto.

L’obiettivo di Buenos Aires è quello di strappare alla Colombia una fetta dei sei miliardi di dollari di merci che ogni anno passano la frontiera tra il Paese andino e il Venezuela, forte anche di un dato sottolineato dallo stesso Saman: il trasporto delle merci via mare dall’Argentina non sarebbe più costoso di quello via terra dalla Colombia, pur richiedendo tempi molto più lunghi. Il Venezuela è il Paese con cui la gestione Kirchner ha stretto il maggior numero di accordi bilaterali, superando anche quelli siglati con un partner storico come il Brasile. Caracas compra in Argentina alimenti, macchinari industriali e tecnologia (nel complesso arrivando a importare prodotti per circa un miliardo di dollari l’anno), contribuendo in maniera importante alle forniture di combustibile. Lo scorso inverno Chavez è venuto in soccorso al governo argentino, quando la Bolivia ha annunciato la difficoltà di rispettare gli accordi sulle forniture di gas, e la Casa Rosada è uno dei principali sostenitori dell’ingresso di Caracas nel sistema del Mercosur.

Al momento l’unica “nube” all’orizzonte è rappresentata dalle nazionalizzazioni che il governo chavista ha portato avanti negli ultimi anni, colpendo anche imprese argentine, soprattutto il colosso siderurgico Techint. Il gruppo italo-argentino ha dovuto cedere Sidor, per la quale otterrà un indennizzo di quasi due miliardi di dollari, e, più recentemente, Tavsa, Matesi e Comsigua. Per queste ultime tre Caracas ha già anticipato che pagherà “molto meno” e l’atteggiamento assunto da Chavez ha creato non pochi malumori nell’Unione industriali argentina, che non ha risparmiato dure critiche alla “presidenta” per il suo rapporto con il “caudillo” venezuelano. Davanti all’opportunità di ampliare il proprio raggio d’azione però gli imprenditori argentini sembrano aver lasciato da parte i vecchi rancori e sperano di poter celebrare oggi l’apertura di nuovi mercati.

Al termine dell'incontro il leader venezuelano è tornato poi sulla questione dell'accordo Colombia-Usa, citando il generale argentino Juan Domingo Pero: “In un mondo superpopolato e superindustrializzato il futuro sarà di chi disporrà delle maggiori riserve di cibo e materie prime”, aggiungendo: “Credo che l'annuncio relativo alle sette basi colombiane abbia a che vedere con questo. Ricordo che la più grande riserva di oro nero è in Sudamerica, allo stesso modo dell'oro blu, l'acqua, e di quello verde, la foresta amazzonica”. Quindi Chavez ha chiamato i Paesi latinoamericani a “unirsi nella difesa delle materie prime e delle nostre risorse naturali, premendo per lo sviluppo integrale dei nostri popoli”.

da www.ilvelino.it

Argentina, la crisi Chavez-Uribe "vale" un miliardo di dollari

Il "congelamento" delle relazioni politiche e commerciali tra Venezuela e Colombia si sta rivelando un vero e proprio “affare” per l’Argentina. La “presidenta” argentina Cristina Fernandez Kirchner ha raggiunto lunedì sera Caracas, per riunirsi con il leader venezuelano Hugo Chavez, con il quale ha firmato nuovi accordi commerciali per oltre un miliardo di dollari. Una cifra vicina al totale degli scambi commerciali del 2008. Per Kirchner si tratta di un’occasione per dare nuovo slancio al rapporto commerciale tra i due Paesi, cercando di sfruttare al massimo lo spiraglio offerto dal blocco delle importazioni colombiane deciso dal governo venezuelano e, stando a quanto emerso dall'incontro di ieri, sembra esserci riuscita. I due capi di Stato hanno firmato 22 nuovi accordi, tra i quali appunto quello relativo al settore dell'automobile, dal valore complessivo, come detto, di oltre un miliardo di dollari. Tra le intese raggiunte c'è quella relativa al settore alimentare, che prevede l'acquisto da parte di Caracas di 80 mila tonnellate di carne bovina, 100 mila tonnellate di mais, 18 mila tonnellate di latte e novemila tonnellate di fagioli, oltre a quello sul riso, che la Kirchner ha definito “il più grande mai firmato”. La “presidenta” ha espresso a questo riguardo il suo impegno per sostenere il Venezuela nel percorso verso la “sovranità e la sicurezza alimentare”, dato che hanno “la fortuna” di aver già raggiunto quella energetica. Da parte sua Chavez ha quindi garantito il rispetto delle forniture di combustibile alla nazione partner: “Tutto il petrolio e il gas di cui l'Argentina avrà bisogno in questo secolo è qui in Venezuela”.

Il primo passo era stato subentrare a Bogotà nel settore automobilistico: secondo quanto aveva annunciato il ministro del Potere popolare per il Commercio venezuelano Eduardo Saman, infatti, Buenos Aires fornirà al suo Paese diecimila autoveicoli, che sarebbero dovuti arrivare dalla Colombia. Saman, nel corso di un incontro con imprenditori dei due Paesi, si è spinto però oltre sostenendo che “l'Argentina ha la capacità di sostituire la Colombia in tutti gli ambiti produttivi, dato che dispone di un settore industriale molto avanzato e con grande esperienza”. Del resto il “caudillo” venezuelano, dopo aver dichiarato che “non si può favorire il governo di Uribe”, ha anche già annunciato la fine della vendita di combustibile a un prezzo preferenziale per i colombiani che vivono nella zona di frontiera: L'accordo che riguardava 4,5 milioni di galloni al mese, scadrà il prossimo 21 agosto.

L’obiettivo di Buenos Aires è quello di strappare alla Colombia una fetta dei sei miliardi di dollari di merci che ogni anno passano la frontiera tra il Paese andino e il Venezuela, forte anche di un dato sottolineato dallo stesso Saman: il trasporto delle merci via mare dall’Argentina non sarebbe più costoso di quello via terra dalla Colombia, pur richiedendo tempi molto più lunghi. Il Venezuela è il Paese con cui la gestione Kirchner ha stretto il maggior numero di accordi bilaterali, superando anche quelli siglati con un partner storico come il Brasile. Caracas compra in Argentina alimenti, macchinari industriali e tecnologia (nel complesso arrivando a importare prodotti per circa un miliardo di dollari l’anno), contribuendo in maniera importante alle forniture di combustibile. Lo scorso inverno Chavez è venuto in soccorso al governo argentino, quando la Bolivia ha annunciato la difficoltà di rispettare gli accordi sulle forniture di gas, e la Casa Rosada è uno dei principali sostenitori dell’ingresso di Caracas nel sistema del Mercosur.

Al momento l’unica “nube” all’orizzonte è rappresentata dalle nazionalizzazioni che il governo chavista ha portato avanti negli ultimi anni, colpendo anche imprese argentine, soprattutto il colosso siderurgico Techint. Il gruppo italo-argentino ha dovuto cedere Sidor, per la quale otterrà un indennizzo di quasi due miliardi di dollari, e, più recentemente, Tavsa, Matesi e Comsigua. Per queste ultime tre Caracas ha già anticipato che pagherà “molto meno” e l’atteggiamento assunto da Chavez ha creato non pochi malumori nell’Unione industriali argentina, che non ha risparmiato dure critiche alla “presidenta” per il suo rapporto con il “caudillo” venezuelano. Davanti all’opportunità di ampliare il proprio raggio d’azione però gli imprenditori argentini sembrano aver lasciato da parte i vecchi rancori e sperano di poter celebrare oggi l’apertura di nuovi mercati.

Al termine dell'incontro il leader venezuelano è tornato poi sulla questione dell'accordo Colombia-Usa, citando il generale argentino Juan Domingo Pero: “In un mondo superpopolato e superindustrializzato il futuro sarà di chi disporrà delle maggiori riserve di cibo e materie prime”, aggiungendo: “Credo che l'annuncio relativo alle sette basi colombiane abbia a che vedere con questo. Ricordo che la più grande riserva di oro nero è in Sudamerica, allo stesso modo dell'oro blu, l'acqua, e di quello verde, la foresta amazzonica”. Quindi Chavez ha chiamato i Paesi latinoamericani a “unirsi nella difesa delle materie prime e delle nostre risorse naturali, premendo per lo sviluppo integrale dei nostri popoli”.

da www.ilvelino.it

Brasile, Chiesa evangelica pentecostale accusata di riciclaggio

La Chiesa universale del Regno di Dio, potente gruppo evangelico molto diffuso in America Latina, è finita sotto inchiesta per associazione a delinquere e lavaggio di denaro sporco. L’indagine, secondo quanto comunicato dalla procura dello Stato di San Paolo, ne mette sotto accusa i vertici. Tra i dieci indagati c’è infatti anche il fondatore Edir Macedo. La Chiesa, nata alla fine degli anni ’70 in Brasile, dove attualmente ha aperto oltre quattromila templi, si è diffusa in tutto il mondo, giungendo in 172 Paesi, tra i quali l’Italia con sedi a Roma, Napoli e Milano. Secondo una nota della procura, diffusa dalla stampa locale, la Chiesa sarebbe in grado di muovere oltre 750 milioni di dollari l’anno. Le indagini avrebbero permesso di provare che il denaro (esentasse) ottenuto dalle donazioni, dopo essere passato per diversi paradisi fiscali, sarebbe stato utilizzato per acquistare immobili, veicoli e gioielli invece che finanziare l’apertura di nuove strutture e le attività mediatiche dell’organizzazione. Secondo il quotidiano Folha de Sao Paulo con questo sistema Macedo, già finito sotto accusa per reati analoghi negli anni ’90, avrebbe riciclato circa due miliardi dollari dal 2005. (mat)

da www.ilvelino.it

lunedì 10 agosto 2009

Ecuador, intesa militare Usa-Colombia al centro summit Unasur

L'apertura di sette basi colombiane ai militari statunitensi, oltre alla crisi politica determinata dal golpe militare in Honduras, sarà al centro del dibattito nel vertice dell'Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) che si aprirà oggi a Quito, capitale dell'Ecuador. Tra i presidenti dei Paesi membri, sarà assente però proprio il leader colombiano Alvaro Uribe, a causa della rottura delle relazioni diplomatiche con l'Ecuador che risale al marzo del 2008. L'intesa tra Washington e Bogotà prevede l'utilizzo delle basi colombiane da parte di militari americani per operazioni di contrasto al narcotraffico, di lotta alla guerriglia e a scopi “umanitari”. L'accordo è stato duramente contestato non solo dai Paesi dell'Alba vicini al presidente venezuelano Hugo Chavez, che per questo aveva “congelato” le relazioni diplomatiche con la Colombia, ma ha ricevuto anche forti critiche da parte dei due colossi economici regionali, Brasile e Cile, e ha suscitato la perplessità del governo argentino. Nel tentativo di spiegare le ragioni e le caratteristiche dell'intesa Uribe la scorsa settimana si è incontrato con sette capi di Stato in tre giorni, ottenendo un risultato nel complesso positivo: Brasile e Cile hanno mitigato la loro presa di posizione sottolineando il rispetto della sovranità colombiana. Un concetto ribadito anche dal capo di Stato paraguaiano Fernando Lugo, mentre il peruviano Alan Garcia si è detto favorevole all'iniziativa e la collega argentina Cristina Fernandez Kirchner ha mantenuto i suoi dubbi senza però intervenire pubblicamente.

L'ipotesi di una dichiarazione congiunta che esprima la posizione di Unasur sull'accordo è stata al centro ieri di un acceso dibattito tra i ministri degli Esteri dei Paesi membri, soprattutto per la pressione “a tutto campo” fatta da Caracas. Il ministro Nicolas Maduro ha parlato di un'intesa che sarebbe “dinamite” per l'unità della regione mentre il capo di Stato Hugo Chavez ha commentato: “La Colombia dirà che non si tratta di basi militari ma di parchi giochi per bambini”. Il ministro degli Esteri boliviano David Choquehuanca ha invece spiegato di aver presentato una bozza che neghi la possibilità di aprire le basi ai soldati Usa. Nel corso dela riunione però non sembra che i ministri siano riusciti a raggiungere un'intesa, coincidendo quindi sulla necessità di una riunione allargata dedicata alla questione entro la fine del mese. Per il “padrone di casa” Rafael Correa quella di oggi sarà una giornata particolare: non solo verrà infatti nominato al vertice dell'Unasur, ma, davanti all'Assemblea nazionale, sarà investito del suo secondo mandato come capo di Stato, il primo dopo la riforma costituzionale approvata dal popolo ecuadoriano e le elezioni generali vinte al primo turno lo scorso aprile.

Nel documento finale è prevista anche una presa di posizione sulla “questione Honduras”, vista la presenza di Manuel Zelaya, il presidente deposto dal golpe militare del 28 giugno scorso. La situazione sembra essere in uno stato di apparente stallo, per lo meno in attesa del voto del Congresso sull'amnistia che permetterebbe al presidente eletto di rientrare nel Paese e della visita della delegazione Osa (Organizzazione degli Stati americani) che in settimana dovrebbe incontrare il capo di Stato golpista Roberto Micheletti. Nel corso del summit si dovrebbe anche decidere la creazione di quattro nuove commissione ministeriali che si occupino di trovare nuove intese sul fronte delle infrastrutture, della lotta al narcotraffico, dello sviluppo economico e sociale e di educazione e cultura. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras, governo golpista accetta arrivo missione Osa

di Matteo Tagliapietra

Dopo una giornata intensa, caratterizzata da repentini cambi di posizione e di atteggiamento, il governo golpista di Honduras, guidato da Roberto Micheletti, ha comunicato l'intenzione di ricevere una delegazione dell'Organizzazione degli Stati americani, che tenterà di mediare nell'ambito della crisi politica determinata dal golpe del 28 giugno scorso. Nel corso della notte italiana, il governo de facto aveva inizialmente annunciato di voler sospendere la visita, il cui arrivo era previsto per domani, per la presenza del segretario generale dell'organizzazione José Miguel Insulza, che ha rappresentato finora la linea più intransigente nei confronti dei golpisti. In particolare, attraverso un comunicato, lo si accusava di “mancanza di obiettività, imparzialità e professionalità nell'esercizio delle sue funzioni”. Questo nonostante l'atteggiamento conciliante mostrato dal segretario dell'Osa che da Washington aveva parlato di una missione che non sarebbe andata in Honduras a “dare ordini”, ma per cercare di portare avanti un dialogo sull'accordo elaborato dal presidente del Costa Rica Oscar Arias. Quest'ultimo, vincitore del premio nobel per la Pace, ha svolto il ruolo di mediatore nei falliti “round” di negoziati tra il governo golpista e quello del presidente deposto Manuel Zelaya.

Poche ore dopo da Honduras è arrivato invece un netto cambio di rotta, annunciato attraverso una nota nella quale si comunicava l'intenzione di accettare la presenza di Insulza in qualità di “osservatore”. Sotto la sua guida l'Osa, il 4 luglio scorso, ha sospeso il Paese centroamericano dall'organizzazione, in seguito a una visita a Tegucigalpa a cui aveva preso parte il politico cileno, che si era rifiutato di incontrare le autorità de facto. La delegazione sarà composta dai ministri degli Esteri di Argentina, Canada, Costa Rica, Jamaica e Messico, oltre che da Insulza e da due alti funzionari dell'Osa. L'esecutivo di Micheletti ha quindi annunciato che “la visita è stata posticipata a una data che sarà decisa nei prossimi due giorni”. Secondo quanto segnalato da un comunicato dell'Osa, l'obiettivo della missione non è quello di “imporre una posizione”, ma di cercare un'intesa sull'accordo di San José proposto da Arias: “Con questa proposta è possibile raggiungere la comprensione e la riconciliazione nazionale – si legge nella nota -, permettendo ai cittadini di Honduras di eleggere democraticamente e pacificamente i suoi rappresentanti il prossimo 29 novembre”.

Tra gli aspetti più controversi dell'accordo promosso dal presidente del Costa Rica, per quanto riguarda il governo golpista, c'è certamente la posizione di Zelaya, sul cui capo pendono diverse accuse penali che dovrebbero essere cancellate da un'amnistia. Il provvedimento dovrebbe essere discusso nel corso di una seduta plenaria del Congresso che avrà inizio nella serata italiana. L'accordo prevede però anche che il presidente eletto torni a occupare il suo ruolo fino al voto di novembre e questa, al momento, sembra un'ipotesi di difficile concretizzazione. La crisi di Honduras rappresenta anche una sfida politica per il segretario dell'Osa, che si è proposto per un nuovo mandato al vertice dell'organizzazione continentale. Una soluzione positiva della vicenda potrebbe permettergli di conquistare i favori di molti membri, al momento quanto meno titubanti sulla sua candidatura. L'atteggiamento “intransigente” che gli ha contestato il governo di Micheletti è stato quello che gli ha permesso di riconquistare, quanto meno in parte, i favori dell'asse “bolivariano” rappresentato da Venezuela, Ecuador e Bolivia, che in passato avevano contestato più volte la sua condotta.

da www.ilvelino.it

martedì 4 agosto 2009

Argentina, Carrà e Nicola Di Bari censurati dalla dittatura

Cosa hanno in comune Raffaella Carrà, Umberto Tozzi e Lucio Battisti con gli impegnati cantautori latinoamericani Victor Jara e Carlos Puebla, quello di “Hasta siempre comandante Che Guevara”? Insieme a molti altri sono finiti nel “libro nero” della dittatura militare argentina, al potere dal 1976 al 1983. Il lunghissimo elenco delle canzoni proibite è stato reso pubblico oggi dal Comfer, (Comité Federal de Radiodifusión) l’ente argentino per la radiodiffusione. Il documento, sotto la dicitura “Canzoni i cui testi si considerano non adatti alla diffusione”, mette insieme generi e artisti molto lontani tra di loro ma accomunati dalla scelta di argomenti considerati “eversivi”, non necessariamente dal punto di vista politico, dai censori della dittatura. Nell’elenco spiccano alcuni classici del rock, come “Light my fire” dei Doors o “Another brick in the wall” dei Pink Floyd, e canzoni dai forti contenuti sessuali, come “Je t’aime... moi non plus” di Serge Gainsbourg o la censuratissima, anche in Italia, “L’importante è finire” di Cristiano Malgioglio cantata da Mina. Nella rete dei censori argentini, per aver toccato l’argomento amoroso nelle sue varie sfaccettature, sono però finiti anche degli insospettabili come Nicola Di Bari, con “Ma”, Mogol e Battisti (“E penso a te”, che in spagnolo diventa “Pienso en vos”), Toto Cotugno (“Sì”), Gino Paoli (“La donna che amo”, “La mujer que yo amo”), il “Piccolo grande amore” di Claudio Baglioni (“Mi pequeño gran amor”) e la Raffaella Carrà di “Tanti auguri”. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras, Osa studia invio missione a Tegucigalpa

L'Organizzazione degli Stati americani (Osa) potrebbe inviare a breve una missione nella capitale di Honduras Tegucigalpa per cercare di convincere il governo golpista guidato da Roberto Micheletti ad accettare l'accordo promosso dal principale mediatore, il presidente del Costa Rica Oscar Arias, che permetta il ritorno del capo di Stato Manuel Zelaya, deposto dal golpe del 28 giugno corso. L'ipotesi è stata analizzata ieri nel corso di una riunione tra il segretario generale dell'Osa José Migule Insulza, Arias, il segretario generale Iberoamericano Enrique Iglesias e la vice presidente del governo spagnolo Maria Teresa Fernandez de la Vega. Le caratteristiche della missione dovrebbero essere valutate nel corso del vertice dell'Osa previsto per domani.

L'obiettivo è quello di ottenere l'approvazione da parte del governo de facto del piano in undici punti elaborato da Arias nel corso dell'ultimo round dei negoziati in Costa Rica. Lo scorso 22 di luglio. Il piano prevede tra gli aspetti principali, il ritorno di Zelaya alla presidenza fino al termine del mando, elezioni anticipate in autunno e la conformazione di un governo di unità nazionale. Mentre Zelaya aveva condiviso la proposta ma aveva poi dato per fallito il negoziato, il governo de facto aveva chiesto tempo affinché il documento potesse essere valutato da tutti i poteri dello Stato. Lo stesso Micheletti aveva chiesto nei giorni scorsi che Iglesias visitasse il Paese centroamericano per poter ascoltare il punto di vista del governo golpista, ma il segretario Iberoamericano per il momento è stato molto prudente limitandosi a rimandare ogni decisione, mentre Insulza ha parlato di una missione dell'Osa, potrebbe essere composta da alcuni dei ministri degli Esteri dei Paesi membri, evidenziando come Iglesias rappresenti un'altra organizzazione. (mat)

da www.ilvelino.it

Colombia, Uribe in "tour" per spiegare accordo militare con Usa

Il presidente colombiano Alvaro Uribe inizierà oggi un tour dei Paesi latinoamericani per spiegare le ragioni e le caratteristiche di un discusso accordo militare con gli Stati Uniti. Un patto in base al quale le forze armate Usa potranno avvalersi del supporto logistico di cinque basi militari colombiane per portare avanti le operazioni di contrasto al narcoatraffico e al terrorismo. L'intesa tra Washington e Bogotà ha generato forti tensioni nella regione, sia sul fronte “bolivariano” (il Venezuela ha “congelato” i rapporti la Colombia e l'Ecuador ha interrotto le relazioni diplomatiche con il governo di Uribe già da un anno), sia su quello più moderato rappresentato dai due “motori” economici del subcontinente, ovvero Brasile e Cile. Nel fine settimana il capo di Stato colombiano aveva risposto in maniera negativa alla richiesta di Michelle Bachelet e di Luiz Inacio Lula da Silva di discutere l'accordo in ambito Consiglio di sicurezza dell'Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) previsto per il 10 agosto in Ecuador. Uribe ha infatti deciso di non partecipare la vertice dell'organismo regionale, in virtù del “gelo” che caratterizza i rapporti con Quito, ma ha deciso di incontrare singolarmente i suoi colleghi per discutere dell'intesa.

Tra le tappe finora confermate ci sono Perù, Cile, Brasile e Paraguay, mentre sono ancora da confermare Argentina, Bolivia e Uruguay. Al momento sembra escluso invece che Uribe raggiunga Ecuador e Venezuela. Nel corso delle visite di Stato il presidente affronterà anche la questione del terrorismo, della lotta alla guerriglia e del presunto sostegno offerto da alcuni Paesi a gruppi insorgenti colombiani. Secondo quanto anticipato dal portavoce della presidenza si tratterà di un tour “muto”, ovvero senza nessuna dichiarazione pubblica. (mat)

da www.ilvelino.it

lunedì 3 agosto 2009

L'intesa Obama-Lula alla prova dell'accordo Usa-Colombia

’accordo militare tra Colombia e Stati Uniti rischia di trasformarsi nella prima tensione tra il governo brasiliano e la nuova amministrazione della Casa Bianca. Barack Obama ha infatti deciso di inviare un suo emissario a Brasilia per puntualizzare le critiche che fatte dal governo di Inacio Lula da Silva al trattato. Un primo faccia a faccia dopo che, con l’avvento di Obama, le due capitali avevano registrato un forte avvicinamento anche per la volontà del colosso amazzonico di volersi ritagliare un ruolo di “portavoce” della regione latinoamericana con l’emisfero settentrionale. Il leader brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, insieme con la sua omologa cilena Michelle Bachelet, aveva espresso forti perplessità sull’intesa Bogotà-Washington, che prevede la concessione di cinque basi colombiane alle attività militari degli Stati Uniti, per portare avanti quelle azioni di contrasto alla criminalità organizzata e al narcotraffico che avevano prima il loro quartier generale nella base ecuadoriana di Manta. Nelle ore in cui si confrontava con il governo cileno, Lula, facendo eco alle proteste dei governi “bolivariani”, aveva chiesto a Bogotà spiegazioni sul trattato individuando nel Consiglio della Difesa di Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) il luogo adatto per la discussione. Richiesta reiterata dal ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, secondo il quale l’accordo deve essere “spiegato meglio”, pur evidenziando che “la Colombia è un Paese sovrano e ha il diritto di fare quello che vuole sul suo territorio”.

“Quello che preoccupa il Brasile – ha spiegato – è una presenza militare forte, la cui capacità e il cui obiettivo sembrano andare molto aldilà di quelle che possono essere le necessità interne della Colombia”. La risposta di Obama è stata la decisione di inviare a Brasilia il consigliere per la Sicurezza nazionale Jim Jones, per spiegare i contenuti e le ragioni dell’accordo. L’intesa rischia però di creare una spaccatura sempre più difficile da sanare nella regione. La presa di posizione di Cile e Brasile è infatti seguita a quella, certamente più prevedibile dell’asse bolivariano Venezuela-Ecuador-Bolivia. Caracas ha infatti deciso di “congelare” le relazioni con il Paese vicino e ha ritirato la propria delegazione diplomatica. Alle pressanti richieste di confronto arrivate dai “vicini” latinoamericani, Bogotà ha risposto però con una fermo rifiuto, annunciando che il presidente Alvaro Uribe non parteciperà al vertice dell’organizzazione previsto per il 10 agosto in Ecuador.

Ufficialmente la decisione è dettata dalla rottura delle relazioni diplomatiche con Quito, che risale allo scorso anno, ma la decisione sembra riflettere la volontà di rispondere con fermezza alla polemica in atto. Anche se il rischio per il leader colombiano - già incastrato dai suo rivali nel ruolo dell’unico presidente liberal e filostatunitense della regione - è quello di rimanere ancora più isolato. Uribe ha parlato telefonicamente con la sua omologa cilena Michelle Bachelet, spiegando che l’intesa con Washington non prevede l’apertura di nuove basi, ma solo la concessione di piste e strutture ai militari statunitensi affinché possano sostenere con i loro mezzi aerei le operazioni di contrasto al narcotraffico e alla guerriglia. (mat)

da www.ilvelino.it

Honduras: Micheletti difende il golpe, Zelaya torna a Managua

A cinque settimane dal golpe militare che ha destituito il presidente Manuel Zelaya, il governo “de facto” guidato da Roberto Micheletti in Honduras prosegue nella sua prova di orgoglio, esibendo tranquillità e continuando a respingere “colpo su colpo” le pressioni della comunità internazionale. Commentando i nuovi tentativi di farlo recedere dalle sue posizioni, l’ex presidente dell’Assemblea è tornato a sottolineare che “non esiste un Paese o un popolo così potente da piegarci. In questa terra si rispetta quello che dicono i governi”. Tegucigalpa, da cui è partito l’ordine di sospendere l’ultimo coprifuoco, resiste alla notizia della morte di un insegnante, colpito nei giorni scorsi da una pallottola alla testa nel corso di una manifestazione di sostenitori del presidente eletto Manuel Zelaya.

Qualche segnale di apertura però il presidente “de facto” l’ha mostrato, sabato, con un comunicato nel quale si spiega che “l’accordo di San José, elaborato dal (presidente del Costa Rica Oscar) Arias, è al vaglio della Corte suprema, del Congresso, della Procura generale e del Tribunale elettorale”. Nella nota Micheletti ribadisce “la disponibilità dell’attuale governo nei confronti della mediazione che si sta portando avanti a San José”, aggiungendo: “Per noi tutti i punti – compreso dunque il ritorno in patria di Zelaya finora categoricamente escluso – meritano l’importanza dovuta”. Nel documento si esprime gratitudine al presidente Arias “per aver ascoltato la nostra richiesta di inviare una missione che visiti il nostro Paese con l’obiettivo di costruire consensi attorno alla proposta di San José nel rispetto della nostra Costituzione e delle sue leggi”.

Proprio in Costa Rica si concentreranno questa settimana gli sforzi della diplomazia internazionale. A san José si riuniranno Arias, il segretario generale Iberoamericano Enrique Iglesias, la vicepresidente del governo spagnolo Maria Teresa Fernandez de la Vega e il segretario generale dell’Osa José Miguel Insulza. La presenza dell’esponente del governo spagnolo è un nuovo segnale dell’impegno profuso da Madrid nella ricerca di una soluzione che permetta il ripristino della legalità in Honduras, testimoniato anche dalle affermazioni del ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos, in visita nei giorni scorsi in America Latina. Il ministro, uno dei politici europei più attivi nel promuovere iniziative a sostegno del ripristino della legalità nel Paese centroamericano, è tornato infatti a rappresentare la linea dura di Madrid nei confronti dell’esecutivo golpista, sostenendo che il suo Paese “non riconoscerà i risultati di elezioni celebrate con un governo de facto”.

Dopo l’annuncio della creazione di un “esercito popolare pacifico” pronto a favorire il suo ritorno in patria, Zelaya ha invece lasciato ieri la frontiera tra Nicaragua e Honduras, diretto a Managua. Nella capitale dovrebbe incontrare dei rappresentanti del governo statunitense, per poi volare in Messico dove domani è previsto un incontro con il capo di Stato Felipe Calderon. A Tegucigalpa, invece, sua moglie Xiomara Castro e alcune centinaia di sostenitori del presidente deposto hanno preso parte alla veglia funebre di Rogel Vallejo, l’insegnante ferito nel corso di una manifestazione mercoledì scorso e deceduto sabato. Alcuni media locali segnalano inoltre che un altro insegnante sarebbe stato ucciso poco dopo aver lasciato la veglia, colpito da quasi 30 coltellate. (mat)

da www.ilvelino.it