l presidente del governo de facto di Honduras, Roberto Micheletti, si è detto disposto a discutere con il capo di Stato eletto Manuel Zelaya, rientrato a sorpresa in patria e barricato nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Un’apertura arrivata nella notte, per bocca del ministro degli Esteri Carlos Lopez, dopo 36 ore di tensione seguite al rientro di Zelaya. Dopo aver tuonato contro Brasilia, chiedendo la consegna del suo predecessore, aver tagliato acqua luce e gas alla sede diplomatica e sgomberato con la forza i suoi sostenitori che avevano deciso di “difendere” con i loro corpi il presidente deposto, il governo “de facto” sembra ora rendersi conto della necessità di lavorare a una via d’uscita. Micheletti ha posto una serie di condizioni: Zelaya deve riconoscere le elezioni convocate per il prossimo 29 novembre, alle quali però il capo di Stato deposto lo scorso 28 giugno non potrà partecipare. Non si potrà “in nessuna maniera” “parlare del ritorno di Zelaya alla presidenza” e “non si può eliminare l’ordine di arresto emesso dalla Corte suprema contro di lui”. Tre richieste che pesano come macigni ma, si legge nel messaggio, necessarie per “raggiungere una soluzione politica che non può in nessuna maniera risolvere le difficoltà legali”. Il governo golpista si è quindi detto pronto a dare inizio a un nuovo dialogo, aperto alla collaborazione dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) e “con chiunque, in qualsiasi luogo e a qualsiasi ora”.
Micheletti poche ore prima aveva chiesto al governo brasiliano di prendere una decisione sul futuro di Zelaya: lasciarlo nelle mani della giustizia honduregna o di portarlo in Brasile, ma poi ha fatto un passo indietro sostenendo che “può rimanere nella sede diplomatica per cinque o dieci anni”. Un segnale della difficoltà per il governo de facto di gestire la presenza del presidente deposto a Tegucigalpa, dove le forze dell’ordine sono intervenute duramente contro i suoi sostenitori. Secondo quanto riportato dai media locali sarebbero quasi duecento le persone arrestate in seguito agli scontri con la polizia, ora detenute nello stadio della capitale. Zelaya ha sostenuto che l’operazione ha prodotto alcuni morti e diversi feriti, informazione smentita dal governo “de facto” che ha pur riconosciuto il controllo totale su tutta l’area circostante esercitato attraverso un serrato anello di sicurezza formato da militari. All’interno della sede diplomatica dopo la carica ai manifestanti si erano rifugiate circa 400 persone, delle quali poco meno di duecento, tra cui molte donne e bambini, hanno poi lasciato l’edificio, dove l’Onu è riuscita a far giungere bevande e alimenti.
L’evolversi della protesta, che aveva portato inizialmente a un prolungamento del coprifuoco, potrebbe spingere il governo de facto, come ammesso dal ministro della Difesa Alfredo Lionel Sevilla in un’intervista radiofonica, a decretare lo stato d’assedio. La preoccupazione per la salute dei manifestanti è stata esplicitata da Luz Mejia, presidente della Commissione interamericana dei diritti umani, che ha riferito di “un consistente numero di manifestanti detenuti, che a quanto pare sono stati portati in uno stadio in condizioni che non siamo stati in grado di verificare”, evidenziando un “uso sproporzionato della forza”. La questione honduregna sarà inevitabilmente al centro dell’Assemblea generale dell’Onu in corso a New York, alla quale prendono parte numerosi leader latinoamericani che, pur con i necessari distinguo, si sono spesi dopo il 28 giugno in difesa di Zelaya. In particolare il governo brasiliano, che si dice involontario protagonista degli ultimi sviluppi della vicenda, ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza sulla crisi che si è aperta dopo il ritorno del deposto presidente Manuel Zelaya, in una lettera ai membri del Consiglio di Sicurezza.
da www.ilvelino.it
