mercoledì 23 settembre 2009

Honduras, Micheletti detta le condizioni per dialogo con Zelaya

di Matteo Tagliapietra

l presidente del governo de facto di Honduras, Roberto Micheletti, si è detto disposto a discutere con il capo di Stato eletto Manuel Zelaya, rientrato a sorpresa in patria e barricato nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Un’apertura arrivata nella notte, per bocca del ministro degli Esteri Carlos Lopez, dopo 36 ore di tensione seguite al rientro di Zelaya. Dopo aver tuonato contro Brasilia, chiedendo la consegna del suo predecessore, aver tagliato acqua luce e gas alla sede diplomatica e sgomberato con la forza i suoi sostenitori che avevano deciso di “difendere” con i loro corpi il presidente deposto, il governo “de facto” sembra ora rendersi conto della necessità di lavorare a una via d’uscita. Micheletti ha posto una serie di condizioni: Zelaya deve riconoscere le elezioni convocate per il prossimo 29 novembre, alle quali però il capo di Stato deposto lo scorso 28 giugno non potrà partecipare. Non si potrà “in nessuna maniera” “parlare del ritorno di Zelaya alla presidenza” e “non si può eliminare l’ordine di arresto emesso dalla Corte suprema contro di lui”. Tre richieste che pesano come macigni ma, si legge nel messaggio, necessarie per “raggiungere una soluzione politica che non può in nessuna maniera risolvere le difficoltà legali”. Il governo golpista si è quindi detto pronto a dare inizio a un nuovo dialogo, aperto alla collaborazione dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) e “con chiunque, in qualsiasi luogo e a qualsiasi ora”.

Micheletti poche ore prima aveva chiesto al governo brasiliano di prendere una decisione sul futuro di Zelaya: lasciarlo nelle mani della giustizia honduregna o di portarlo in Brasile, ma poi ha fatto un passo indietro sostenendo che “può rimanere nella sede diplomatica per cinque o dieci anni”. Un segnale della difficoltà per il governo de facto di gestire la presenza del presidente deposto a Tegucigalpa, dove le forze dell’ordine sono intervenute duramente contro i suoi sostenitori. Secondo quanto riportato dai media locali sarebbero quasi duecento le persone arrestate in seguito agli scontri con la polizia, ora detenute nello stadio della capitale. Zelaya ha sostenuto che l’operazione ha prodotto alcuni morti e diversi feriti, informazione smentita dal governo “de facto” che ha pur riconosciuto il controllo totale su tutta l’area circostante esercitato attraverso un serrato anello di sicurezza formato da militari. All’interno della sede diplomatica dopo la carica ai manifestanti si erano rifugiate circa 400 persone, delle quali poco meno di duecento, tra cui molte donne e bambini, hanno poi lasciato l’edificio, dove l’Onu è riuscita a far giungere bevande e alimenti.

L’evolversi della protesta, che aveva portato inizialmente a un prolungamento del coprifuoco, potrebbe spingere il governo de facto, come ammesso dal ministro della Difesa Alfredo Lionel Sevilla in un’intervista radiofonica, a decretare lo stato d’assedio. La preoccupazione per la salute dei manifestanti è stata esplicitata da Luz Mejia, presidente della Commissione interamericana dei diritti umani, che ha riferito di “un consistente numero di manifestanti detenuti, che a quanto pare sono stati portati in uno stadio in condizioni che non siamo stati in grado di verificare”, evidenziando un “uso sproporzionato della forza”. La questione honduregna sarà inevitabilmente al centro dell’Assemblea generale dell’Onu in corso a New York, alla quale prendono parte numerosi leader latinoamericani che, pur con i necessari distinguo, si sono spesi dopo il 28 giugno in difesa di Zelaya. In particolare il governo brasiliano, che si dice involontario protagonista degli ultimi sviluppi della vicenda, ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza sulla crisi che si è aperta dopo il ritorno del deposto presidente Manuel Zelaya, in una lettera ai membri del Consiglio di Sicurezza.

da www.ilvelino.it

Honduras, Zelaya forza la mano e rientra a Tegucigalpa

di Matteo Tagliapietra

A quasi tre mesi dal golpe militare che lo aveva costretto a lasciare il suo Paese, il presidente eletto di Honduras Manuel Zelaya è rientrato a sorpresa nella capitale Tegucigalpa. Una mossa dettata dall'esigenza dei “forzare la mano” al governo de facto guidato da Roberto Micheletti, visto che la data delle prossime elezioni presidenziali, il 29 novembre, si faceva sempre più vicina e con essa la possibilità di rimanere tagliato fuori da qualsiasi possibilità di recuperare il proprio ruolo, per lo meno fino all'insediamento del nuovo capo di Stato a gennaio. L'esecutivo golpista ha inizialmente negato la presenza di Zelaya, decretando però un immediato coprifuoco nel tentativo di impedire che i suoi sostenitori si radunassero nelle strade rischiando di rendere difficile il controllo della situazione. Quando la sua presenza è stata però confermata i golpisti hanno cominciato a fare pressione sull'ambasciata brasiliana, dove Zelaya si è rifugiato, affinché consegnasse il capo di Stato deposto, che deve rispondere di una lunga serie di accuse, alle autorità. La notizia del suo rientro era stata data inizialmente dall'emittente latinoamericana Telesur e da alcuni organi di informazione locali, per poi ricevere la conferma del leader venezuelano Hugo Chavez, che ha raccontato: “Manuel ha viaggiato per due giorni attraversando fiumi e montagne insieme a quattro compagni”, e, successivamente del Dipartimento di Stato Usa.

Proprio Telesur ha poi diffuso le prime immagini di Zelaya nell'ambasciata brasiliana e le sue parole: “Sono qui per avviare un dialogo che consenta il ritorno della democrazia nel Paese”, ha detto facendosi forte del sostegno offerto dalla comunità internazionale. Forse proprio i primi segnali di tentennamento da parte del compatto fronte internazionale che finora lo aveva difeso, ieri il governo di Panama è stato il primo a ipotizzare il riconoscimento del risultato elettorale delle prossime presidenziali, hanno portato Zelaya a decidere di esporsi e di rischiare il ritorno in patria. Il dialogo che si è sviluppato in questi mesi attraverso la mediazione del presidente del Costa Rica Oscar Arias e le crescenti pressioni internazionali contro il governo golpista non sembravano infatti aver scalfito in maniera decisiva le convinzioni di Micheletti, che si era detto disposto ad accettare un ritorno in patria del capo di Stato eletto, valutando la possibilità di un'amnistia, ma aveva escluso l'ipotesi di un suo rientro al potere fino alla fine del mandato.

A destare preoccupazione in queste ore è però, più che il futuro del dialogo politico a cui Zelaya ha chiesto partecipino leader internazionali, la sicurezza dei cittadini honduregni. In migliaia infatti sono scesi in strada per raggiungere l'edificio in cui si trova il capo di Stato e per oggi è previsto l'arrivo a Tegucigalpa di migliaia di suoi sostenitori. Il pericolo è che la decisione del governo de facto di prolungare il coprifuoco, inizialmente destinato a concludersi alle sette di questa mattina (ora locale) e che invece dovrebbe durare fino a sera, possa portare allo scontro tra militari e manifestanti. La paura è che le forze armate abbiano la tentazione di rispondere con le maniere forti alla pressione popolare, come accaduto in occasione di un precedente tentativo di Zelaya di rientrare nel Paese in aereo, che si era concluso con un nulla di fatto e con violenti scontri presso l'aeroporto della capitale. Anche il messaggio lanciato dal presidente eletto, che ha annunciato l'intenzione di non lasciare più il Paese allo slogan “patria restituzione del potere o morte”, mentre Micheletti chiedeva a Brasilia di consegnarlo alle autorità honduregne, addossando al governo di Luiz Iancio Lula da Silva la responsabilità “degli atti violenti che ne potrebbero scaturire”, lascia presagire che il livello della tensione sia destinato a salire ulteriormente.

In un messaggio televisivo il presidente golpista ha dichiarato: “Chiedo al governo brasiliano di rispettare l'ordine giudiziario contro il signor Manuel Zelaya, consegnandolo alle autorità competente”, aggiungendo che “lo Stato di Honduras si impegna a rispettare il diritto a un giusto processo” per il presidente deposto, ma lo accusa di “tentare di ostacolare, così come hanno fatto i suoi sostenitori in queste settimane, la celebrazione delle elezioni del prossimo 29 novembre”. “Siamo di fronte a un problema interno che deve essere risolto dalle autorità, un problema che non concerne la pace o aspetti internazionali”, ha sostenuto Micheletti, accusando in una nota del ministero degli Esteri Brasilia di “violare il diritto internazionale”, permettendo che dalla sua sede diplomatica Zelaya lanci appelli “all'insurrezione e alle mobilitazioni di piazza”. Secondo il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, invece, il suo governo non ha avuto nessun ruolo nell'operazione di ritorno di Zelaya, limitandosi a concedere l'ingresso nella sede diplomatica, spiegando che “il presidente ha detto di essere arrivato con mezzi proprie e pacifici”.

Un richiamo alla “calma” è arrivato dal segretario dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa) José Miguel Insulza, che ha chiesto alle autorità de facto di “farsi carico della sicurezza del presidente deposto”. Il politico cileno ha inoltre dichiarato a Telesur che Zelaya gli aveva anticipato la usa intenzione di rientrare a Tegucigalpa nei giorni scorsi. In una sessione straordinaria il Consiglio permanente dell'organizzazione continentale ha quindi esortato le parti a firmare “immediatamente” l'accordo di San José promosso da Arias, per consentire una soluzione politica alla crisi del Paese centroamericano ed evitare qualsiasi rischio di violenza. L'Osa ha inoltre chiesto che siano garantite “la vita e l'integrità fisica” di Zelaya e ha invitato “tutti i settori della società honduregna ad agire con responsabilità, evitando atti che possano generare violenza e non contribuiscano alla riconciliazione nazionale”.

Anche dagli Usa è arrivata una presa di posizione analoga: il segretario di Stato Hillary Clinton, al termine di un incontro con Arias, ha evidenziato la necessità, “ora che il presidente Zelaya è tornato”, di “restituirgli l'incarico rispettando le condizioni più appropriate, proseguendo il cammino verso le elezioni previste per novembre, contando su una transizione pacifica del potere presidenziale e consentendo il ritorno del nuovo Honduras all'ordine costituzionale e democratico”. Il presidente del Costa Rica, esprimendo un analogo augurio si è invece offerto di recarsi a Tegucigalpa per mediare tra le parti. Uno dei maggiori sostenitori della “linea dura” contro il governo golpista, il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos, anche lui come molti dei principali leader internazionali a New York per l'Assemblea generale dell'Onu, ha invece espresso preoccupazione per il rientro di Zelaya in patria sottolineando: “apre a nuove opportunità, ma potrebbe anche creare forti difficoltà”.

da www.ilvelino.it

mercoledì 16 settembre 2009

Venezuela, la Spagna gestirà i rapporti diplomatici con Israele

A gestire le questioni diplomatiche e consolari venezuelane con Israele sarà l'ambasciata spagnola di Tel Aviv. Lo segnala un comunicato del ministero degli Esteri di Caracas, per il quale l'accordo - siglato in occasione della recente visita del presidente Hugo Chávez a Madrid - consentirà di "salvaguardare gli interessi dei connazionali venezuelani nella giurisdizione". Nella nota si spiega poi che "nelle prossime ore" l'ambasciatore venezuelano a Madrid, Isaías Rodríguez, formalizzerà l'accordo con le autorità spagnole, in accordo con "quanto stipulato dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 1963". Il Venezuela ha rotto le relazioni diplomatiche con Israele lo scorso mese di gennaio, dopo l'offensiva - denominata "Piombo fuso" - dello Stato ebraico nella striscia di Gaza. (mat)

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Unasur, nessun accordo nel Consiglio di difesa

di Matteo Tagliapietra

Si è concluso con un nulla di fatto il vertice del Consiglio di difesa dell’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane). I ministri degli Esteri e della Difesa dei dodici paesi del subcontinente si erano riuniti a Quito per esaminare il più caldo dei temi regionali: quello dell’accordo militare tra Colombia e Stati Uniti. Ma Bogotà si è rifiutata di firmare il documento finale del summit e, come avrebbero voluto gli altri Paesi, di rendere pubblici i dettagli dell’intesa con Washington che prevede l’apertura di almeno sette basi alle forze armate statunitensi. Otto ore di dibattito sono dunque servite solo a rafforzare la sensazione di una profonda spaccatura nella regione, dove la Colombia, sempre più isolata, risponde attaccando alle pressioni dei Paesi vicini, chiedendo conto agli altri Stati della corsa agli armamenti che ha contraddistinto la politica estera delle ultime settimane. Il ministro della Difesa colombiano Gabriel Silva ha chiesto “garanzie per tutti”, mentre il suo collega agli Esteri boliviano David Choquehuanca ha contestato “l’intransigenza colombiana nel non voler rendere trasparente l’accordo con gli Usa”. Secondo il ministro degli Esteri colombiano Jaime Bermudez, tuttavia, il testo dell’intesa è ancora in discussione a livello governativo e non potrà essere reso pubblico fino a quando non saranno apposte le firme dei due capi di Stato. Il governo colombiano ha poi evidenziato però che questo avverrà solo nel momento in cui anche gli altri Paesi faranno lo stesso con le proprie intese militari.

A preoccupare i Paesi della regione latinoamericana, in particolare i “vicini” della Colombia, è soprattutto la mancanza di garanzie formali sul rispetto della loro sovranità territoriale nell’ambito delle operazioni congiunte Bogotà-Washington che mirano al contrasto del narcotraffico e della guerriglia. Un argomento nei confronti del quale è particolarmente sensibile l’Ecuador, che ha rotto i rapporti con la Colombia nel marzo del 2008 proprio per uno “sconfinamento” delle forze armate colombiane. A sottolineare il livello di tensione che ha caratterizzato l’incontro è stato il messaggio arrivato dal presidente peruviano Alan Garcia, che ha ipotizzato la necessità di un “patto di non aggressione militare” di fronte alla corsa agli armamenti e alla ricerca di nuove alleanze militari di Brasile, Venezuela, Bolivia, Cile e Colombia. Un ipotesi, ha evidenziato il ministro degli Esteri cileno Mariano Fernandez, che preoccupa per l’uso di un “linguaggio militare” che sembra un passo indietro rispetto al “linguaggio della cooperazione e dell’associazione”.

La tensione è arrivata al punto che, secondo i media colombiani, Bogotà avrebbe considerato la possibilità di lasciare il confronto e ritirarsi da Unasur se non avesse ricevuto adeguate garanzie sulla possibilità di affrontare le questioni al centro del summit attraverso un dibattito equilibrato. Se da una parte l’atteggiamento intransigente assunto da Ecuador e Venezuela era piuttosto scontato, meno prevedibile era la dura presa di posizione del Brasile, probabilmente “scottato” dalle punzecchiature colombiane sulle motivazioni che stanno alla base del maxi accordo militare con la Francia. L’unico punto su cui sembra essersi raggiunta un’intesa generale è quello della necessità di un nuovo incontro che dovrebbe essere annunciato nei prossimi giorni dall’Ecuador, presidente di turno dell’organizzazione.

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Honduras, la Spagna blocca i visti al governo "de facto"

Dopo gli Stati Uniti anche la Spagna ha annunciato ieri l’intenzione di impedire l’ingresso sul territorio nazionale di rappresentanti del governo golpista di Honduras, al potere dal 28 giugno scorso dopo aver deposto il presidente eletto Manuel Zelaya. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos. Madrid ritiene che le elezioni previste nel Paese centroamericano il prossimo 29 novembre siano “prive di legittimità” se non saranno precedute dal ritorno alla legittimità costituzionale, raggiungibile solo con il reintegro di Zelaya. Oggi è attesa la presa di posizione del Consiglio dei ministri della Ue, che dovrebbe approvare un duro documento di condanna nei confronti del governo golpista guidato da Roberto Micheletti, annunciare “nuove restrizioni nei confronti di Honduras”, dopo il congelamento degli aiuti, e determinare la sospensione dei negoziati per l’accordo con l’America centrale. Il documento è stato discusso tra i rappresentanti dei Paesi membri e sarà votato senza dibattito.

Nelle stesse ore il governo “de facto” di Honduras ha chiesto ufficialmente un incontro con il segretario di Stato americano Hillary Clinton e con il senatore repubblicano Richard Lugar, “nel tentativo – afferma un comunicato del ministro degli Esteri del governo golpista Carlos Lopez Contreras – di salvare il processo di mediazione in corso”. Venerdì scorso Washington aveva annunciato il ritiro dei visti a Micheletti, a Lopez Contreras, a 14 dei 15 giudici della Corte suprema e a un gruppo di imprenditori. Una decisione definita “discriminatoria nei confronti dei rappresentanti dello Stato e del popolo di Honduras che sostiene il suo governo legittimo”. Nel comunicato si ipotizza che l’incontro possa avvenire a Tegucigalpa, a Washington o in un Paese neutro come Panama. (mat)

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Ecuador-Colombia, primi segnali di dialogo all'Onu

Segnali di riavvicinamento tra Ecuador e Colombia, dopo il gelo sceso sulle relazioni tra i due Paese da oltre un anno e mezzo. Secondo quanto ha segnalato ieri il ministro degli Esteri di Quito Fander Falconi, i due Paesi latinoamericani potrebbero riaprire il dialogo interrotto nel marzo del 2008 in occasione dell'Assemblea generale dell'Onu del prossimo 22 settembre. Per Falconi questo avverrà attraverso una riunione bilaterale con il suo collega colombiano Jaime Bermudez. L'incontro è stato deciso nel corso di una conversazione telefonica lo scorso sabato. Il governo di Quito ha rotto le relazioni diplomatiche con Bogotà il 3 marzo del 2008, dopo che l'esercito colombiano aveva bombardato un accampamento delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) in territorio ecuadoriano. Il ministro ha spiegato che l'incontro non porterà all'immediata ripresa delle relazioni diplomatiche ma alla “apertura di un dialogo”. Il rapporto tra i due Paesi, dopo l'incidente del 3 marzo, è sempre stato molto teso e contraddistinto da attacchi e accuse reciproche; in particolare Bogotà ha ripetutamente contestato all'Ecuador di “coprire” i guerriglieri delle Farc. L'incontro è stato confermato da Bermudez, che ha spiegato come sia il frutto dell'opera di mediazione della Fondazione Carter e del governatore della provincia colombiana del Nariño Antonio Navarro. (mat)

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martedì 8 settembre 2009

Brasile-Francia, Sarkozy strappa un sì per i caccia francesi

Il governo brasiliano aprirà le trattative con Parigi per l'acquisto di 36 aerei militari Rafale. Basta questo breve passaggio di un un comunicato stampa al presidente francese Nicolas Sarkozy per poter ritenere un successo la sua visita di Stato in Brasile. Il leader transalpino ha segnato infatti un punto importante, rafforzando il già stretto rapporto con il colosso latinoamericano e guadagnando un vantaggio decisivo rispetto a Svezia e Stati Uniti, in corsa per la stessa fornitura. Il capo di Stato era arrivato a Brasilia domenica sera, per partecipare alla celebrazione dell'anniversario dell'indipendenza brasiliana, ma soprattutto per ratificare il maxi accordo militare raggiunto con il governo di Luiz Inacio Lula da Silva alla fine del 2008. Un'intesa complessiva che supera abbondantemente i dieci miliardi di dollari e che prevede, da parte di Parigi, non solo la vendita di sommergibili ed elicotteri militari, ma soprattutto la disponibilità a condividere con il partner latinoamericano una parte delle tecnologie necessarie alla loro realizzazione.

La nota diffusa ieri sottolinea inoltre che nell'accordo potrebbe rientrare anche l'acquisto da parte del governo francese di dieci aeronavi da trasporto militare che saranno costruite nell'ambito della partnership tra l'industria dell'aviazione brasiliana Embraer e le forze militari del Paese latinoamericano, con il possibile contributo di imprese francesi. L'operazione segna anche un successo per Lula, che aveva condizionato la sua scelta alla disponibilità della controparte alla condivisione delle tecnologie di costruzione dei caccia. L'accordo dello scorso dicembre ratificato dai due capi di Stato, definito “storico” da Sarkozy, prevede inoltre l'acquisto da parte di Brasilia di quattro sottomarini e 51 elicotteri e la collaborazione francese nella costruzione del primo sottomarino nucleare brasiliano, oltre che di una base e di un cantiere navale.

“Produrremo attrezzature e mezzi che rafforzeranno la capacità tecnologica del Brasile di proteggere le sue risorse naturali” ha spiegato Lula, che ha aggiunto: “Dobbiamo sempre tenere presente che il petrolio è stato la causa di molte guerre. Noi non vogliamo né guerre né conflitti”. L'obiettivo di Brasilia è quello di poter disporre entro il 2020 della più importante flotta navale della regione, rafforzando così la propria posizione di leadership in America Latina. Un elemento chiave nella corsa a un posto nel Consiglio permanente di Difesa delle Nazioni Unite, nella quale potrà contare sul fondamentale sostegno di Parigi. (mat)

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Messico, Calderon “fa fuori” l'uomo della lotta ai narcos

Il presidente messicano Felipe Calderon ha annunciato l'uscita di scena del procuratore generale Eduardo Medina Mora, l'uomo che lui stesso aveva voluto a capo della lotta alla droga tre anni fa. Nel dichiarare di averne accolto le dimissioni Calderon ha poi anticipato che proporrà la sua sostituzione con l'ex procuratore dello Stato di Chihuahua, Arturo Chavez. La notizia arriva a pochi giorni dal “mea culpa” recitato dal capo di Stato nella relazione annuale sull'attività di governo, in cui Calderon aveva sostenuto: “Sono il primo a riconoscere che rispetto all’idea di Messico a cui puntiamo, quanto ottenuto è chiaramente insufficiente e che, con questo ritmo, si potrebbero impiegare molti anni, forse decenni, prima di vedere” progressi concreti. La “militarizzazione” del Paese, 45 mila gli uomini delle forze armate nelle strade al fianco della polizia, non ha infatti contribuito a ridurre la pressione del narcotraffico né la violenza, con una escalation degli omicidi, soprattutto quelli legati al traffico di droga.

A sorprendere dunque non è tanto la decisione di cambiare alcuni elementi tra gli uomini a lui più vicini, quanto la mancanza di una spiegazione sull'uscita di scena di una delle figure chiave della lotta alla criminalità, sulla quale il presidente ha costruito buona parte del suo consenso. In molti nel Paese nordamericano, dopo l'ammissione di responsabilità di Calderon dei giorni scorsi, si aspettavano un cambio di rotta deciso, con un forte rimpasto di governo. Il presidente ha invece scelto di agire “chirurgicamente”: oltre alla testa di Medina Mora sono infatti cadute quelle del ministro dell'Agricoltura Alberto Cardenas e del direttore dell'impresa petrolifera di Stato Pemex, Jesus Reyes Heroles, che saranno sostituiti rispettivamente da Francisco Javier Mayorga e Juan José Suarez. (mat)

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lunedì 7 settembre 2009

Venezuela-Iran, Caracas e Teheran sempre più vicine

di Matteo Tagliapietra

Il rapporto politico-economico che lega il presidente venezuelano Hugo Chavez e il capo di Stato iraniano Mahmud Ahmedinejad è sempre più forte. La visita conclusa ieri del leader bolivariano a Teheran ha infatti confermato la crescente unità d’intenti tra Caracas e Teheran testimoniata dalla firma di una serie di accordi in diversi settori da quello dell’energia al commercio, passando per la sanità e il settore finanziario. Il settore chiave è quello energetico: Caracas invierà nel Paese mediorientale, tra i più ricchi al mondo di giacimenti di petrolio e gas ma con un industria della raffinazione molto debole, ventimila barili di benzina al giorno. Il nuovo accordo si va ad aggiungere a uno analogo firmato nel 2007 e arriva nel momento in cui la comunità internazionale, su pressione di Washington, ipotizza la chiusura dei rubinetti del petrolio verso Teheran in mancanza di un cambio di rotta del regime iraniano sul fronte del nucleare. L’intesa vale 800 milioni di dollari annui, che rimarranno su un fondo in Iran, dovrebbe prendere il via nel mese di ottobre e servirà, ha spiegato il leader venezuelano, a finanziare l’acquisto di nuove tecnologie iraniane. Per questo è prevista la costituzione di un fondo comune che finanzi progetti di scambio tra prodotti petroliferi venezuelani e beni, servizi, tecnologie e strumenti iraniani. Teheran ha inoltre ottenuto lo sfruttamento di una delle aree nella falda petrolifera dell’Orinoco, attraverso un investimento congiunto di circa 1,4 miliardi di dollari.

Dal punto di vista politico, il “caudillo” venezuelano ha sottolineato come la sua visita sia stata “fruttifera” e abbia permesso di rafforzare l’alleanza “antimperialista” tra i due Paesi, che fanno parte di quel “nuovo fronte indipendente” auspicato dal leader supremo della rivoluzione iraniana l’ayatollah Ali Khamenei. Il leader religioso ha portato ad esempio proprio l’America Latina, sempre meno “cortile di casa” di Washington. Chavez e Ahmedinejad hanno sottolineato l’identità di vedute sul fronte internazionale, il primo sostenendo il diritto di Teheran a sviluppare il nucleare a fini pacifici, evidenziando che “non c’è una sola prova che l’Iran stia costruendo la bomba nucleare”, mentre il secondo ha condannato la presenza di truppe statunitensi in America Latina, confermato dall’accordo militare tra Colombia e Usa.

Chavez ha inoltre sostenuto che la sua visita in Iran è servita a compiere un passo avanti decisivo al progetto della banca binazionale, avviato nello scorso mese di aprile ma che ancora non è diventato operativo. “Nei prossimi 30 giorni – ha spiegato il capo di Stato – noi metteremo a disposizione 100 milioni di dollari”. Nel settore sanitario sono state raggiunte intese che prevedono l’impegno di Caracas a valutare la possibilità di acquisire attrezzature e medicinali iraniani. Teheran e Caracas intendono inoltre lavorare al rafforzamento delle relazioni commerciali, attraverso il raggiungimento di una serie di accordi di cooperazione. Oggi il presidente venezuelano è in Turkmenistan, per la prima visita di Stato nel Paese asiatico, per incontrare il suo omologo Gurbanguli Berdimujammedov. L’obiettivo è garantire a Caracas, attraverso una serie di accordi bilaterali, un nuovo cuneo di penetrazione commerciale nella regione.

Sul fronte del nucleare, infine, Ahmedinejad ha ricevuto ieri anche l’appoggio del presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, che ha chiesto alle potenze occidentali di smettere di fare pressione su Teheran, dedicandosi invece a sostenere la pace. “Penso che ci siano molte sanzioni a fronte di un dialogo insufficiente” ha dichiarato nel corso di un intervista con i media francesi in vista della visita di Stato del presidente Nicolas Sarkozy a Brasilia di oggi. “Credo che Obama, Sarkozy e Brown dovrebbero parlare con Ahmedinejad. Credo lo dovrebbero fare tutti” ha aggiunto. Secondo Lula le sanzioni “isolano sempre di più” l’Iran “rendendo sempre più difficile raggiungere un accordo”. Per quanto riguarda le contestate elezioni che hanno portato alla conferma del leader iraniano il presidente brasiliano ha fatto un parallelo con le presidenziali statunitensi del 2000, richiamando la comunità internazionale a non interferire con le questioni interne iraniane.

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Brasile, Sarkozy a Brasilia punta a nuovi accordi militari

l capo di Stato francese Nicolas Sarkozy è arrivato in Brasile per una visita ufficiale che si focalizzerà soprattutto sul rafforzamento del legame tra i due Paesi nel settore militare. Il presidente parteciperà ai festeggiamenti per l'anniversario dell'indipendenza della nazione latinoamericana, ma soprattutto ratificherà gli accordi firmati con il governo brasiliano del presidente Luiz Inacio Lula da Silva nel settore, puntando a un loro allargamento. Il Brasile acquisirà quattro sottomarini e 51 elicotteri, oltre a ottenere la collaborazione francese nella costruzione del primo sottomarino nucleare brasiliano, oltre che di una base e di un cantiere navale. La mossa di Lula potrebbe essere vista come una risposta alla crescente corsa all'armamento avviata dal Venezuela di Hugo Chavez, che sta rinnovando e allargando il suo arsenale grazie a una serie di accordi con Mosca. Sarkozy, secondo i media locali, potrebbe riuscire a convincere il suo omologo brasiliano anche ad acquistare 36 aerei militari, battendo così la concorrenza americana e svedese. Lula, nel corso di un'intervista ai media francesi, si è detto possibilista su questo fronte, spiegando che “il dialogo va nella direzione giusta. Abbiamo una relazione di fiducia”.

Il leader brasiliano ha aggiunto che nei prossimi giorni si riunirà con il direttore della Difesa nazionale per analizzare la questione, evidenziando però degli aspetti che Brasilia ritiene fondamentali: “Il trasferimento di tecnologie e la possibilità di produrre alcuni di questi aerei in Brasile”. Proprio questa possibilità sembra mettere in una posizione di vantaggio Parigi dato che, come ha confermato lo stesso Lula, “I Francesi sono gli unici disposti a discutere questo trasferimento”. La decisione del governo brasiliano tra i Rafael francesi, gli F/A18 statunitensi e i Gripen svedesi dovrebbe arrivare entro la fine di ottobre. Si tratta di un'operazione dal valore di almeno quattro miliardi di dollari. L'obiettivo di Sarkozy va oltre l'ambito militare, e mira al rafforzamento del legame con Brasilia anche sul fronte energetico e commerciale. Le imprese francesi, in particolare, guardano con grandissimo interesse alla possibilità di lavorare alla realizzazione delle nuove centrali nucleari del Paese latinoamericano. Non è un caso dunque che rappresentanti dell'industria del settore Areva facciano parte della delegazione che accompagna il capo di Stato nella sua visita. I due leader discuteranno inoltre della riforma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, nell'ambito della quale Parigi dovrebbe sostenere un ingresso del Brasile come membro permanente.

Nel corso dell'intervista concessa ai principali mezzi di comunicazione francesi Lula è tornato su una delle questioni “calde” della regione latinoamericana: l'accordo militare tra Colombia e Stati Uniti che porterà all'apertura di almeno sette basi colombiane alle forze armate Usa. Il presidente brasiliano ha ribadito che si tratta di una decisione che “riguarda solo il territorio colombiano” ma ha poi aggiunto: “Quello che chiediamo è che nel trattato sia specificato che le basi in Colombia non avranno degli effetti sugli altri Paesi”. Riferendosi al documento che ha espresso la posizione dei Paesi di Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) dello scorso 21 agosto, Lula ha poi aggiunto: “Quello che vogliamo è la pace in Sudamerica. Non vogliamo che gli aerei statunitensi varchino altre frontiere”. (mat)

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Bolivia, Morales: Usa finanziano campagna dei miei avversari

Il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato il sostegno finanziario che gli Stati Uniti garantirebbero ai suoi avversari nella campagna elettorale in vista delle elezioni generali di dicembre. Lo ha dichiarato nel corso di un'intervista concessa alla radio Patria Nueva, accusando l'agenzia internazionale per lo sviluppo statunitense Usaid, già oggetto in passato di attacchi analoghi. In particolare i fondi americani servirebbero a sostenere la candidatura alla presidenza di Manfred Reyes Villa, ex governatore del dipartimento di Cochabamba, accompagnato nella sua corsa da Leopoldo Fernandez, governatore del Pando deposto e incarcerato con l'accusa di aver ordinato il massacro di contadini avvenuto lo scorso 11 settembre nell'area del Porvenir. Si tratta di due tra i principali leader dell'opposizione autonomista a Morales, che porta avanti da quasi due anni un durissimo braccio di ferro con il governo di La Paz, capace di provocare momenti di particolare tensione e violenza. Gli avversari di Morales, che ufficializzerà oggi al sua candidatura, saranno,oltre a Reyes Villa, l'imprenditore Samuel Doria Medina e il leader indigeno René Joaquino, che potrebbe sottrarre al presidente i voti all'ala radicale della sinistra delusa dalle scelte del suo governo. capo di Stato. (mat)

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