A quasi tre mesi dal golpe militare che lo aveva costretto a lasciare il suo Paese, il presidente eletto di Honduras Manuel Zelaya è rientrato a sorpresa nella capitale Tegucigalpa. Una mossa dettata dall'esigenza dei “forzare la mano” al governo de facto guidato da Roberto Micheletti, visto che la data delle prossime elezioni presidenziali, il 29 novembre, si faceva sempre più vicina e con essa la possibilità di rimanere tagliato fuori da qualsiasi possibilità di recuperare il proprio ruolo, per lo meno fino all'insediamento del nuovo capo di Stato a gennaio. L'esecutivo golpista ha inizialmente negato la presenza di Zelaya, decretando però un immediato coprifuoco nel tentativo di impedire che i suoi sostenitori si radunassero nelle strade rischiando di rendere difficile il controllo della situazione. Quando la sua presenza è stata però confermata i golpisti hanno cominciato a fare pressione sull'ambasciata brasiliana, dove Zelaya si è rifugiato, affinché consegnasse il capo di Stato deposto, che deve rispondere di una lunga serie di accuse, alle autorità. La notizia del suo rientro era stata data inizialmente dall'emittente latinoamericana Telesur e da alcuni organi di informazione locali, per poi ricevere la conferma del leader venezuelano Hugo Chavez, che ha raccontato: “Manuel ha viaggiato per due giorni attraversando fiumi e montagne insieme a quattro compagni”, e, successivamente del Dipartimento di Stato Usa.
Proprio Telesur ha poi diffuso le prime immagini di Zelaya nell'ambasciata brasiliana e le sue parole: “Sono qui per avviare un dialogo che consenta il ritorno della democrazia nel Paese”, ha detto facendosi forte del sostegno offerto dalla comunità internazionale. Forse proprio i primi segnali di tentennamento da parte del compatto fronte internazionale che finora lo aveva difeso, ieri il governo di Panama è stato il primo a ipotizzare il riconoscimento del risultato elettorale delle prossime presidenziali, hanno portato Zelaya a decidere di esporsi e di rischiare il ritorno in patria. Il dialogo che si è sviluppato in questi mesi attraverso la mediazione del presidente del Costa Rica Oscar Arias e le crescenti pressioni internazionali contro il governo golpista non sembravano infatti aver scalfito in maniera decisiva le convinzioni di Micheletti, che si era detto disposto ad accettare un ritorno in patria del capo di Stato eletto, valutando la possibilità di un'amnistia, ma aveva escluso l'ipotesi di un suo rientro al potere fino alla fine del mandato.
A destare preoccupazione in queste ore è però, più che il futuro del dialogo politico a cui Zelaya ha chiesto partecipino leader internazionali, la sicurezza dei cittadini honduregni. In migliaia infatti sono scesi in strada per raggiungere l'edificio in cui si trova il capo di Stato e per oggi è previsto l'arrivo a Tegucigalpa di migliaia di suoi sostenitori. Il pericolo è che la decisione del governo de facto di prolungare il coprifuoco, inizialmente destinato a concludersi alle sette di questa mattina (ora locale) e che invece dovrebbe durare fino a sera, possa portare allo scontro tra militari e manifestanti. La paura è che le forze armate abbiano la tentazione di rispondere con le maniere forti alla pressione popolare, come accaduto in occasione di un precedente tentativo di Zelaya di rientrare nel Paese in aereo, che si era concluso con un nulla di fatto e con violenti scontri presso l'aeroporto della capitale. Anche il messaggio lanciato dal presidente eletto, che ha annunciato l'intenzione di non lasciare più il Paese allo slogan “patria restituzione del potere o morte”, mentre Micheletti chiedeva a Brasilia di consegnarlo alle autorità honduregne, addossando al governo di Luiz Iancio Lula da Silva la responsabilità “degli atti violenti che ne potrebbero scaturire”, lascia presagire che il livello della tensione sia destinato a salire ulteriormente.
In un messaggio televisivo il presidente golpista ha dichiarato: “Chiedo al governo brasiliano di rispettare l'ordine giudiziario contro il signor Manuel Zelaya, consegnandolo alle autorità competente”, aggiungendo che “lo Stato di Honduras si impegna a rispettare il diritto a un giusto processo” per il presidente deposto, ma lo accusa di “tentare di ostacolare, così come hanno fatto i suoi sostenitori in queste settimane, la celebrazione delle elezioni del prossimo 29 novembre”. “Siamo di fronte a un problema interno che deve essere risolto dalle autorità, un problema che non concerne la pace o aspetti internazionali”, ha sostenuto Micheletti, accusando in una nota del ministero degli Esteri Brasilia di “violare il diritto internazionale”, permettendo che dalla sua sede diplomatica Zelaya lanci appelli “all'insurrezione e alle mobilitazioni di piazza”. Secondo il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, invece, il suo governo non ha avuto nessun ruolo nell'operazione di ritorno di Zelaya, limitandosi a concedere l'ingresso nella sede diplomatica, spiegando che “il presidente ha detto di essere arrivato con mezzi proprie e pacifici”.
Un richiamo alla “calma” è arrivato dal segretario dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa) José Miguel Insulza, che ha chiesto alle autorità de facto di “farsi carico della sicurezza del presidente deposto”. Il politico cileno ha inoltre dichiarato a Telesur che Zelaya gli aveva anticipato la usa intenzione di rientrare a Tegucigalpa nei giorni scorsi. In una sessione straordinaria il Consiglio permanente dell'organizzazione continentale ha quindi esortato le parti a firmare “immediatamente” l'accordo di San José promosso da Arias, per consentire una soluzione politica alla crisi del Paese centroamericano ed evitare qualsiasi rischio di violenza. L'Osa ha inoltre chiesto che siano garantite “la vita e l'integrità fisica” di Zelaya e ha invitato “tutti i settori della società honduregna ad agire con responsabilità, evitando atti che possano generare violenza e non contribuiscano alla riconciliazione nazionale”.
Anche dagli Usa è arrivata una presa di posizione analoga: il segretario di Stato Hillary Clinton, al termine di un incontro con Arias, ha evidenziato la necessità, “ora che il presidente Zelaya è tornato”, di “restituirgli l'incarico rispettando le condizioni più appropriate, proseguendo il cammino verso le elezioni previste per novembre, contando su una transizione pacifica del potere presidenziale e consentendo il ritorno del nuovo Honduras all'ordine costituzionale e democratico”. Il presidente del Costa Rica, esprimendo un analogo augurio si è invece offerto di recarsi a Tegucigalpa per mediare tra le parti. Uno dei maggiori sostenitori della “linea dura” contro il governo golpista, il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos, anche lui come molti dei principali leader internazionali a New York per l'Assemblea generale dell'Onu, ha invece espresso preoccupazione per il rientro di Zelaya in patria sottolineando: “apre a nuove opportunità, ma potrebbe anche creare forti difficoltà”.
da www.ilvelino.it

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